Salisburgo 2014: Charlotte Salomon

Posted on 14 ottobre 2014 di

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Charlotte Salomon

Charlotte Salomon: Johanna Wokalek
Charlotte Kann: Marianne Crebassa

Regia: Luc Bondy
Direttore: Marc-André Dalbavie
Mozarteumorchester Salzburg

Come ogni anno anche nel 2014 il Festival estivo di Salisburgo cerca di fare la sua parte nella promozione della musica contemporanea. Lo fa commissionando una prima assoluta al compositore francese Marc-André Dalbavie, che per l’occasione ha scelto di raccontare la storia di Charlotte Salomon. Chi è/era costei? Una giovane pittrice ebrea la cui vita e il cui talento sono stati tragicamente spezzati dalla persecuzione nazista, che la ha deportata ed assassinata ad Auschwitz nel 1943. I suoi dipinti costituiscono oggi un diario della sua travagliata esistenza, una testimonianza resa tanto più forte dalla brutalità del suo destino.

Su queste premesse di forte impatto emotivo si basa anche la regia di Luc Bondy, che ha messo la sua esperienza a disposizione del progetto. Come in passato il luogo designato per l’opera contemporanea è la Felsenreitschule, ovvero l’ex scuola di cavalleria, che si caratterizza per essere uno dei palcoscenici più lunghi del mondo, oltre che essere privo di sipario e torre scenica. Bondy decide di risolvere il problema raccontando la triste vicenda familiare (ricca di suicidi e passioni morbose) attraverso una lunga serie di stanze attigue che coprono tutta la lunghezza della Felsenreitschule. Le pareti divisorie delle stanze rientrano ed escono per distribuire gli spazi in maniera dinamica, mentre le loro pareti perfettamente bianche diventano spesso e volentieri i supporti su cui proiettare i quadri della Salomon. In questo modo l’immobilità tecnica delle scenografie viene lenita e l’opera, senza intervalli, mantiene sempre un buon livello di presa sul pubblico. Una buona soluzione ma non certamente il colpo di genio che il limite tecnico può far scattare nel grande regista. A questo proposito il riferimento è molto concreto: si pensi all’uso della particolarità dello spazio della Felsenreitschule che aveva saputo fare negli anni scorsi Alvis Hermanis per Die Soldaten e Gawain.

La musica di Marc-André Dalbavie, diretta dal compositore medesimo, ha il pregio di non essere mai invadente e molesta, risultando d’altro canto poco più di una riguardosa colonna sonora al pezzo teatrale (non mancano anche parti meramente recitate). Non è evidentemente musica di natura concettuale, senza tuttavia raggiungere nemmeno vertici particolari nelle suggestioni coloristiche (in cui i francesi sono da sempre specialisti). Chi avesse ascoltato altre cose di questo compositore potrebbe a tratti faticare a riconoscerlo per il grado di ibridazione di forme che si mostra qui. Visione e ascolto sono in ogni caso piacevoli e accessibili, e la sala piena e plaudente è tutto sommato un bel risultato da portare a casa per la musica contemporanea.

Le due protagoniste

Le due protagoniste

Gran parte del successo è a nostro parere da ascriversi a questo proposito alle due protagoniste: Charlotte e Charlotte. La povera pittrice ebrea si sdoppia infatti in un alter ego cantante ed uno attrice. La prima è impersonata da Marianne Crebassa, di cui fatichiamo a giudicare le doti vocali (non ci pareva perfettamente a suo agio nella tessitura, probabilmente troppo drammatica a tratti) ma di cui possiamo senza dubbio valutare l’ottima presenza scenica. La seconda era Johanna Wokalek, bravissima nel calarsi nel complicato universo di una ragazzina poco più che adolescente a cui il modo crolla improvvisamente addosso, in una perenne tensione fra orgoglio ed incertezza, desiderio e frustrazione. Tutti gli altri interpreti hanno saputo ben dare risalto alle loro parti, per lo più molto caratterizzate ed estreme. La dicotomia fra canto e recitazione, che è anche dicotomia linguistica fra francese e tedesco, rappresenta la scissione interna della Salomon fra vita da artista e vita da normale ragazza. Solo alla fine le due voci ed i due corpi si uniranno in un unisono di bell’effetto: la vita è diventata arte e l’arte vita.

Alberto Luchetti

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