Speciale Festival di Salisburgo 2014

Posted on 14 ottobre 2014 di

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Il panorama di Salisburgo

L’edizione 2014 dei Salzburger Festspiele che entra nel vivo in questo mese di Agosto è l’ultimo exploit della controversa gestione Pereira, impareggiabile per grandeur e glamour quanto problematica sotto l’aspetto finanziario. In attesa di scoprire se il festival riuscirà a superare ulteriormente il record di vendite e incassi dell’anno scorso, vi presentiamo una piccola cronaca di quanto si è potuto vedere finora.

Opera

L’offerta operistica del festival si articola in 6 titoli principali (Don Giovanni, Der Rosenkavalier, Il Trovatore, Fierrabras, Cenerentola, La Favorite), ai quali come sempre si affianca una proposta contemporanea (Charlotte Salomon, del compositore francese Marc-André Dalbavie). In attesa della prima della rara opera schubertiana Fierrabras (13 agosto), della ripresa della Cenerentola di Michieletto con la Bartoli (21 agosto), e del supercast Santi-Flórez-Garanča-Tézier-Colombara ne La Favorite in forma concertante (22 agosto), vi raccontiamo quanto è andato in scena in questa prima metà del festival:

Don Giovanni (Bechtolf / Eschenbach / D’Arcangelo / Pisaroni)

Der Rosenkavalier (Kupfer / Welser-Möst / Stoyanova / Koch / Erdmann / Groissböck)

Il Trovatore (Gatti / Hermanis / Meli / Netrebko / Domingo / Lemieux)

Charlotte Salomon (Dalbavie / Bondy / Wokalek / Crebassa)

La Cenerentola (Spinosi / Michieletto / Bartoli / Camarena / Alaimo) 

Concerti

La presenza forte dei Wiener Philharmoniker, da sempre anima del festival, ha concretizzato quest’anno un ciclo integrale delle sinfonie di Anton Bruckner (o almeno delle nove numerate). Al nostro arrivo era già in archivio laQuarta diretta da Barenboim, sicché la nostra prima esperienza è stata con l’Ottava diretta da un burocratico ma impeccabile Herbert Blomstedt (che sostituiva l’infortunato Chailly). Hanno fatto seguito la Seconda più il Te Deumdiretti con efficacia da Philippe Jordan (fra le voci Olga Peretyatko e Pavol Breslik). Nel mezzo c’è stata l’occasione di sentire anche la Quinta, già eseguita l’anno scorso dai Wiener con Thielemann in un concerto memorabile e che è stata perciò affidata quest’anno alla Bayerische Rundfunk sotto la bacchetta storica di Bernard Haitink. L’orchestra tedesca ed il direttore olandese hanno pienamente reso la monumentalità di questo compositore. Si è peraltro così reso possibile anche un interessante confronto fra l’orchestra viennese e quella bavarese: più delicata e melancolica l’una, rocciosa e poderosa l’altra. Abbiamo infine fatto in tempo a sentire anche la Nona eseguita dalla Philharmonia Orchestra diretta con savoir faire impressionante dall’inossidabile ottantaquattrenne Christoph von Dohnány. Ancora una volta un suono molto diverso e unico, più asciutto e moderato con una gamma di colori di estrema morbidezza (forse secondo una tradizione inglese o più probabilmente per influsso del direttore principale Salonen). Ne ha giovato soprattutto lo Scherzo. Nello stesso concerto anche un’altra opera estrema, i Vier letzte Lieder di Strauss: peccato la deludente voce di Camilla Tilling (al posto della prevista Eva-Maria Westbroeck) non abbia onorato al massimo il centocinquantenario del compositore nel festival di cui fu co-fondatore. Tornando a Bruckner, seguiranno a breve la Prima (Cornelius Meister dirige l’orchestra ORF) e la Settima (Eschenbach dirige la Gustav Mahler Jugendorchester), mentre i Wiener completeranno il ciclo sotto la bacchetta di due italiani: la Sesta con Muti e la Terza con Gatti.

All’impegnativa serie bruckneriana si affiancano poi altri grandi appuntamenti sinfonici con le più grandi orchestre del mondo (Wiener, West-Eastern, Berliner, Concentus Musicus, Concertgebouw) nonché i recital di pianoforte (Aimard, Kissin, Sokolov, Pollini e l’integrale beethoveniana di Buchbinder) e canto (Prohaska, Hampson, Gerhahrer,  Harteros, Bartoli, Beczala, Damrau, Garanča), oltre che i concerti da camera e di musica contemporanea. In questi ultimi focus particolare su Marc-André Dalbavie e Wolfgang Rihm, con una puntata anche dalle parti di Luigi Nono (Guai ai gelidi mostri… per la verità eseguito senza troppi crismi e con una spazializzazione del suono rivedibile). Squisitamente salisburghesi sono infine le matinées mozartiane ed i concerti della Camerata Salzburg al Mozarteum. Ad esempio citiamo una graziosissima Haffner-Serenade KV 250 con protagonista Thomas Zehetmair che, a fronte di qualche capricciosità di troppo nel ruolo di violino solista, si è dimostrato un direttore notevole, capace di guidare l’ensemble con la quella grinta e voglia di stupire che viene dal virtuosismo dello strumento. Come l’anno scorso il programma concertistico si è aperto peraltro con la parentesi della Ouverture Spirituelle, dedicata alla musica religiosa e quest’anno incentrata sul confronto con la musica islamica.

Nell’insieme un programma ricco e che vede coinvolti i maggiori intrepreti della scena internazionale, coprendo un repertorio che va dal Cinquecento al 2014 e sempre con ottima risposta di pubblico.

Teatro di prosa

Il teatro di prosa a Salisburgo è da sempre innanzitutto Jedermann, la pièce moraleggiante di Hugo von Hofmannsthal che da quasi 100 anni va oramai in scena regolarmente nel piazzale del Duomo di Salisburgo (ammesso non piova, naturalmente!). Quest’anno si replica la nuova produzione dello scorso anno, con protagonistaCornelius Obonya, instancabile ed in scena dall’inizio alla fine. Il suo volto gaudente è perfetto per incarnare il ruolo dell’uomo ricco ed egoista, che per la prima volta in vita sua si trova a fronteggiare un dilemma etico e spirituale. Da qui in avanti è un miracolo di espressività facciale che lo trasporta attraverso tutte le fasi dell’accettazione della morte: dal rifiuto beffardo alla cieca disperazione, dalla supplica lamentosa alla rabbiosa reazione di tracotanza fino poi alla serenità del “lasciarsi” andare alle uniche due compagne possibili: la fede nella grazia di Dio (l’austero Hans Peter Hallwachs) e la fiducia nelle proprie buone azioni (l’infantile e squisitamente complice Sarah Vikotria Frick). Tutto il resto cast, per lo più impegnato in ruoli caratteristici, svolge alla perfezione il ruolo di sparring partner di Obonya. Sensuale e viziosa la sua compagna, Brigitte Hobmeier, straniante ed inquietante la morte, Peter Lohmeyer, irridente e carico di risentimento Simon Schwarz nella parte del Diavolo, patetica la madre, Julia Gschnitzer e parossisticamente naif il compare Patrick Güldenberg. Anche senza una padronanza perfetta del tedesco, i gesti e gli sguardi sono sufficienti a comprendere tutto ciò che avviene fin nel minimo dettaglio. In generale il capolavoro è dunque soprattutto della regia di Julian Crouch (anche scenografo-costumista) e Brian Mertes, che riprendono la teatralità grottesca medioevale unendola perfettamente alla sensibilità moderna che caratterizzava Hofmannsthal. Si crea così una sorta di nuova mitologia contemporanea, i cui simboli parlano con la forza di una ingenuità voluta e ricercata. Ne sia esempio il modo in cui Dio ad esempio fa la sua comparsa nel prologo sotto forma di un semplice ragazzino, mentre per tutto il corso della pièce si sentono musiche balcaniche fortemente suggestive per la loro radice popolare.

Completamente nuovo e meritevole di notizia è poi The Forbidden Zone, per la regia di Katie Mitchell (piuttosto attiva anche nell’opera, specialmente in Inghilterra ed a Berlino). È la storia di due ricercatrici, nonna e nipote, che commettono suicidio dopo aver scoperto di aver lavorato ad armi di distruzione di massa (rispettivamente i gas tossici della prima guerra mondiale e quelli usati nelle camere a gas della seconda). L’aspetto di maggior interesse non è comunque tanto la trama, quanto la realizzazione scenica, che avviene come su un set ripreso in diretta e proiettato live su uno schermo cinematografico immediatamente sopra il palcoscenico. Il parallelismo fra le due donne viene così raccontato trasversalmente sia dalla sincronia teatrale delle scene affiancate sia in quella cinematografica del montaggio alternato. Esperimento tecnicamente complicatissimo (i cameraman devono continuamente spostarsi in scena con sincronia perfetta) ma perfettamente riuscito, con standing ovation finale del pubblico come raramente capita di vederne nella prosa per una performance d’assieme.

Completano l’offerta le nuove produzioni Die letzten Tage der Menschheit (da Karl Krauss), Don Juan Kommt aus dem Krieg (regia di Andreas Kriegenburg, anch’egli nome non nuovo per gli appassionati d’opera) e Golem, ideato dal collettivo “1927” di Suzanne Andrade. Il tema di fondo come si sarà capito è chiaramente la guerra, a commemorare lo scoppio della prima guerra mondiale, esattamente 100 anni fa, nel paese che vi è stato al centro.

Alberto Luchetti

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