ThéoneDeborah Cachet
Clymène/AstréeAurelia Legay
LibyeChantal Santon Jeffery
PhaétonMark Van Arsdale
Triton /Le Soleil/La TerreJean-François Lombard
EpaphusGilen Goicoechea
Merops/SaturneFrédéric Caton
Protée /JupiterArnaud Richard
  
DirettoreJérôme Correas
RegiaEric Oberdorff
Assistente di regiaOlivier Lexa
Scene e CostumiBruno de Lavenère
LuciJean-Pierre Michel
  
Orchestre Philharmonique de Nice
Chœur de l’Opéra de Nice
Con la collaborazione dei musicisti dell’ensemble Les Paladins e degli artisti de La Compagnie Humaine

Il Phaéton di Lully era in programma nel 2020 ma abbiamo dovuto aspettare due anni perché andasse in scena; finalmente l’Opéra di Nizza propone questa rarità in una nuova produzione.

Il fiorentino Giovanni Battista Lulli era il musicista favorito del Re Luigi XIV, il Re Sole, poi il giovane italiano cambiò il suo nome e divenne francese a tutti gli effetti. Il potere del Re e lo splendore della corte si riflettono bene nelle tragedie liriche “à la française” create da Lully. Già dal titolo di quest’opera capiamo che il Dio del Sole c’entra evidentemente con la trama: il sovrintendente alle finanze Fouquet, che realizzò per sé stesso il castello di Vaux Le Vicomte a 50 km da Parigi, aveva messo in ombra il Re Sole il quale, ingelosito dall’ascesa di Foquet, lo imprigionò e requisì ogni suo possedimento.
Dopo vent’anni, Philippe Quinault immagina una vicenda mitologica ma con stretti riferimenti politici: la caduta del superbo Phaéton non è altro che la caduta in disgrazia di Fouquet. Giove punisce gli audaci e il Sole può ritornare a risplendere indisturbato.

L’ambizione del protagonista è manifesta non solo per il suo volo col carro del Sole ma anche per le relazioni amorose che interessano i primi tre atti dell’opera. Phaéton è anche una storia di amore e amore per il potere che coinvolge due coppie e i rispettivi genitori.
Da una parte abbiamo Théone e Phaéton, ma quest’ultimo per conquistare il regno d’Egitto vuole sposare Libye (amata da Epaphus) figlia del potente Re d’Egitto Merops. Parte della vicenda vede protagonista Clymene, madre di Phaéton che cerca in ogni modo di favorire il figlio.

La Francia non ha mai amato i castrati ed ecco che i ruoli principali a corte vengono affidati alla voce di haute-contre, un tenore particolarmente acuto; in quest’opera gli haute-contre impersonano Phaéton, Triton, La Terre e le Soleil.

Il ruolo principale è affidato a Phaéton, Mark Van Arsdale, che non ci ha molto impressionato. Il timbro non è particolarmente bello e la linea di canto manca di una omogeneità di fondo, nel “duello” con il rivale Epaphus gli acuti sono purtroppo evanescenti.
La compagna di Phaéton è Théone ma lui non sembra nutrire sentimenti per lei. Théone è Deborah Cachet, bravo soprano dagli ottimi accenti e dal fraseggio molto vario e curato. Valido anche l’altro soprano, Chantal Santon Jeffery che nel ruolo di Libye ci dona frasi fluenti e ben legate accompagnate da un timbro luminoso. Il suo amato è Epaphus, il giovane Gilen Goicoechea, dotato di una armoniosa voce da basso ancora da affinare nei particolari ma già apprezzabile. Clymène e Astrée sono interpretate dal mezzosoprano Aurelia Legay che ci offre una prova negativa: la voce è caratterizzata da un fastidioso vibrato e gli acuti sono sempre periclitanti. Così facendo ha rovinato il prologo e non ha dato spessore alla madre di Phaéton.
Triton, Le Soleil, La Terre, sono affidati al tenore acuto Jean-François Lombard, anch’esso deludente poiché la voce risulta debole e poco sonora; quando poi interpreta il Re Sole il fraseggio è veramente sconnesso, gli acuti sempre fallaci e il personaggio quindi viene sminuito al massimo anziché esaltarlo. Merops e Saturne toccano all’autorevole basso Frédéric Caton, dotato di lunga esperienza riesce a rendere credibile il potere sulla scena con la sua voce ben proiettata e sicura. Come Protée e Jupiter troviamo Arnaud Richard, buon basso che nonostante la piccola parte ben si è distinto nell’opera. Il ruolo di Protée lo ha realizzato muovendosi a scatti continuamente.
Varie parti minori sono state affidate ai coristi. Il Chœur de l’Opéra de Nice ha offerto una prova sufficiente.



Punto notevole di questa produzione è sicuramente l’orchestra costituita da un ensemble barocco a cui si aggiungeva l’Orchestre Philarmonique de Nice. Le sonorità erano perfette, le dinamiche variate e l’andamento vaporoso fin dall’ouverture. Molti i brani di danza realizzati nel golfo mistico con il giusto ritmo piccante.
La direzione di Jérôme Correas è stata quindi molto apprezzata. Valida la scelta di inserire, soprattutto nelle danze, strumenti a percussione caratteristici come i tamburelli; l’effetto della caduta dal Cielo del protagonista si avvaleva di una lastra metallica percossa, antica tecnica per produrre il tuono: la sete di vendetta di Giove che riporta tutto all’ordine.

Il regista Eric Oberdorff e il suo assistente Olivier Lexa hanno realizzato uno spettacolo troppo plumbeo, caratterizzato da un nero uniforme nelle scene e nei costumi del coro. L’uniformità di tutto ciò nei cinque atti e nel prologo non ha permesso la giusta varietà che dovrebbe caratterizzare le opere barocche di questo tipo. I sette mimi animavano un poco l’azione ma avremmo voluto vedere al loro posto dei veri e proprio ballerini impegnati nelle numerose danze sparse per tutta l’opera. Una pedana girevole e inclinabile dava un po’ di varietà alla scena, come a quella conclusiva della caduta di Phaéton, ben realizzata. Abbiamo gradito di più la seconda parte dell’opera cioè il terzo, quarto e quinto atto fino all’acme conclusivo.

Phaéton in sé è molto valida ed è stata omaggiata già da due registrazioni integrali. Anche lo spettacolo odierno era integrale per una durata di due ore e quaranta minuti. L’opera ha mantenuto l’interesse per tutto il tempo grazie al libretto vario di Quinault e all’eccelsa musica di Lully.

La recensione si riferisce alla prima del 23 marzo 2022.

Fabio Tranchida