Attila al Festival Verdi di Parma

Posted on 12 ottobre 2018 di

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Teatro Regio di Parma

sabato 6 ottobre 2018

Dramma lirico in un prologo e tre atti, libretto di Temistocle Solera
completato da Francesco Maria Piave
dalla trilogia Attila, König der Hunnen di Zacharias Werner

Musica  GIUSEPPE VERDI
Edizione critica a cura di Helen M. Greenwald
The University of Chicago Press, Chicago e Casa Ricordi, Milano

Attila     RICCARDO ZANELLATO
Odabella   MARIA JOSÉ SIRI
Ezio   VLADIMIR STOYANOV
Foresto   FRANCESCO DEMURO
Leone   PAOLO BATTAGLIA

Maestro concertatore e direttore   GIANLUIGI GELMETTI
Regia e Scene   ANDREA DE ROSA
Costumi   ALESSANDRO LAI
Luci   PASQUALE MARI
Maestro del coro   MARTINO FAGGIANI

FILARMONICA ARTURO TOSCANINI
CORO DEL TEATRO REGIO DI PARMA
Nuovo allestimento del Teatro Regio di Parma
In coproduzione con State Opera Plovdiv
Città Capitale della Cultura europea 2019

 

Attila debuttò alla Fenice di Venezia il 17 marzo 1846. Vogliamo fare un piccolo confronto con Mercadante che musicò gli Orazi e Curiazi su libretto di Salvadore Cammarano, opera che vide la luce poco tempo dopo Attila precisamente il 10 novembre 1846 al Teatro San Carlo di Napoli. L’opera del compositore di Altamura è scritta con particolare perizia, con ampi brani d’assieme, la presenza costante delle masse corali anche nelle arie e un’orchestrazione rigogliosa e varia. Circa tre ore di musica in confronto a una ora e cinquanta minuti scarsi dell’Attila verdiano scritto sicuramente con molta fretta. Ma a differenza degli Orazi, Attila possiede quel senso teatrale spiccato, non c’è una nota in più, gli eventi succedono con  velocità fino alla catarsi finale.
Mercadante invece indugia in ogni pezzo, decorandolo, infiorettandolo e ampliandolo a dismisura tanto da perdere un poco le fila. Ecco perché l’opera di Verdi è rimasta in repertorio, per la verità drammatica, la facilità di concertazione e la giusta durata. Certo alcuni passaggi sono realizzati con una certa superficialità come ad esempio il  Coro “Urli, rapine, gemiti, sangue” d’andamento rozzo e zoppicante, la cabaletta del duetto d’amore “Oh t’inebria nell’amplesso” senza un minimo di variazioni, la figura del Papa Leone I per niente sviluppata o ancora la squadratura del coro “Chi dona luce al cor?” delle sacerdotesse.
Ma il sangue vivo che mette nelle vene dei personaggi riscattano una opera degli anni di galera grazie alla sua vitalità e al mercurio vivo che anima tutti e i 4 i personaggi principali.

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Il quartetto di artisti qui al Festival di Parma pronti ad interpretare l’opera Attila è risultato abbastanza affiatato. Attila è stato interpretato da Riccardo Zanellato, ascoltato da poco a Roma nei Masnadieri verdiani produzione in cui era stato l’elemento migliore. L’aria “Mentre gonfiarsi l’anima” nell’atto I e la cabaletta “Oltre quel limite” sono state ben eseguite: il basso possiede tutte le note per questa parte e una discreta raffinatezza nel porgere la frase. Ottimo il duetto con l’infido Ezio dove Zanellato può esprimersi in ampie frasi ben timbrate mentre Ezio viene gratificato dalla frase rovente, una propria colata lavica, “Avrai tu l’universo, resti l’Italia a me” che nonostante un significato di tradimento infiammava i patrioti italiani. Ezio è l’altro elemento forte del cast, un Vladimir Stoyanov in stato di grazia dalla notevole potenza ma anche dalla precisione nell’intonazione e nella pronuncia italiana. L’aria “Dagli immortali vertici” e la cabaletta “È gettata la mia sorte” vengono svolte con ampie frasi ben sostenute dal baritono che ci regala un personaggio completo.
L’Odabella di Maria José Siri, da noi tanto apprezzata nella passata Butterfly scaligera, non convince del tutto in un ruolo così estremo che assomigli a personaggi con Abigaille, Giselda o Lady Macbeth. La vocalità della José Siri è sicuramente più lirica, e il soprano vince nei legati delle frasi nella cavatina ma perde sicurezza nello sbalzo, nella sincope nervosa della scrittura verdiana.
La romanza “Oh! nel fuggente nuvolo” nel I atto crea qualche difficoltà al soprano sopratutto negli acuti finali un poco confusi.

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Francesco Demuro è l’elemento debole del cast con voce non ampia e carenza di squillo. La cavatina “Ella in poter del barbaro!” viene svolta discretamente ma la cabaletta “Cara patria, già madre e reina” viene coperta dal coro. Un poco meglio la romanza “Che non avrebbe il misero” del terzo atto che viene applaudita dal pubblico.
Gianluigi Gelmetti è un grande direttore e riesce ad ottenere dei colori strabilianti dalla Filarmonica Arturo Toscanini. Intenso il preludio e sconvolgente la sonorità del temporale nella Scena “Qual notte!… – Quai voci!…” dove il coro assume l’aspetto di Eremiti e Aquileiesi. La campana che suona verso la fine della tempesta ci raggela le vene. Il coro del Teatro Regio di Parma è sempre ai massimi livelli e si distingue per compattezza e qualità.
La regia di Andrea De Rosa ha il momento clou all’inizio con la distruzione del muro che fa da scenografia. Molto interessante la cupezza delle scene e l’idea di morte che aleggia su tutta la vicenda. Il senso di oppressione è ben espresso e le luci sempre plumbee rispecchiano un mondo crudele e violento.
Prossime repliche sabato 13 ottobre 2018 e il giorno 21 ottobre ci sarà Michele Pertusi come protagonista e sarà un’occasione per ascoltare di nuovo questa opera.

Fabio Tranchida

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Posted in: Opera