Ricciardo e Zoraide a Pesaro per il ROF 2018

Posted on 12 agosto 2018 di

0



Musica di Gioachino Rossini
Libretto di Francesco Berio Di Salsa

Agorante SERGEY ROMANOVSKY
Zoraide PRETTY YENDE
Ricciardo JUAN DIEGO FLÓREZ
Ircano NICOLA ULIVIERI
Zomira VICTORIA YAROVAYA
Ernesto XABIER ANDUAGA

Fatima SOFIA MCHEDLISHVILI
Elmira MARTINIANA ANTONIE
Zamorre RUZIL GATIN

Direttore GIACOMO SAGRIPANTI
Regia MARSHALL PYNKOSKI
Coreografie JEANNETTE LAJEUNESSE ZINGG
Scene GERARD GAUCI
Costumi MICHAEL GIANFRANCESCO
Luci MICHELLE RAMSAY

CORO DEL TEATRO VENTIDIO BASSO
Maestro del Coro GIOVANNI FARINA

ORCHESTRA SINFONICA NAZIONALE DELLA RAI

Nuova produzione

La fonte letteraria di questa rara composizione rossiniana è il poema cavalleresco eroicocomico Ricciardetto di Niccolò Forteguerri composto nei primi del ‘700. Una scelta inusuale per una opera dei primi dell’800. Il librettista Francesco Berio Di Salsa non si fa spaventare dai mille episodi grotteschi del poema e seleziona solo una vicenda che elabora per servire al meglio il compositore. Berio Di Salsa aveva fatto un eccellente lavoro con Otello e, sebbene Ricciardo e Zoraide abbia una trama di meno interesse, riesce il librettista a fornire molti brani d’assieme per variare il più possibile la vicenda.
Rossini e i suoi contemporanei considerarono Ricciardo un’opera conservatrice, che guardava ad un passato settecentesco e metastasiano: questo è vero solo in piccola parte perché le strutture ideate da Rossini contengono molte novità. Innanzitutto il numero dei duetti e degli ensemble che dà varietà alla vicenda sebbene il finale I non sia stato sufficientemente sviluppato; poi l’utilizzo tridimensionale della musica con la presenza costante della banda fuori e sul palco e la crezione di due differenti ensemble di pochi strumenti che suonano raffinati nel terzetto (atto I) e nel coretto (atto II). Originalissima la sinfonia costituita da un preludio dal complesso contrappunto, da un balletto e contemporaneamente da una marcia che si avvicina sempre più fino a sfociare nel coro che apre e chiude l’ampia introduzione. Una spazialità ardita per una partitura tutt’altro che reazionaria. Zoraide interpretata da una Colbran a fine carriera entra in scena con Zomira come Desdemona insieme a Emilia. L’unica aria per la Colbran è ritagliata a fine atto secondo con una Gran Scena che sfocia direttamente nella battaglia senza che la cantante possa avere un responso diretto col pubblico fosse positivo o negativo: tutti escamotage rossiniani che si riscontrano nelle opere napoletane dall’Otello in poi per proteggere la sua amata in ogni esibizione.
La regia di questa sera sembra rifarsi proprio alle regie di duecento anni fa quando l’opera ebbe la sua prima nel 1818 utilizzando grandi tele dipinte da Gerard Gauci con attenzione a dettagli oleografici e con elementi scenici essenziali. Usando le tele, veloci sono stati i numerosi cambi di scena. Lo sviluppo della vicenda era spesso ravvivato dalla presenza di 6 ballerini e 5 ballerine che nei piu svariati costumi movimentavano i momenti salienti dell’opera. Plauso particolare a Mario Genovese ballerino proveniente dall’Accademia della Scala che qui ha brillato anche come solista grazie all’ottima tecnica e la magnetica presenza scenica. La presenza del balletto era prevista dallo stesso Rossini che nell’ampia sinfonia realizza due airs de danse: stranamente la coreografa Jannette Lajunesse Zingg ha deciso di non far ballare su questi momenti musicali espressamente scritti ma sulla marcia che segue.

Il primo personaggio che compare in scena è il tenore russo Sergey Romanovsky che dopo aver liquidato velocemente il recitativo ci affascina con la sua voce ampia e virile dotata di ottimo squillo. La parte scritta per Andrea Nozzari è piena di insidie ma Romanovsky brilla sia nel registro centrale che acuto. Impressionante la sua formidabile perorazione “Abbattervi tutti saprà” che con voce altisonante conduce al concertato del finale I inizialmente a cappella con un evidente contrasto sonoro. Interessante il suo duetto con Florez dove il peruviano presente al Festival 23 anni, sfoggia una voce completamente diversa dal russo: Florez ha un timbro più delicato ed è molto raffinato nell’articolazione della frase. La parte è un poco più acuta e Florez è maestro nelle variazioni che rendono ancora più spericolata la parte. Ottima l’intonazione da parte di entrambi delle lunghe note che salgono di semitono in semitono. Nella articolata aria di sortita di Florez così ben sviluppata, Ricciardo è accompagnato da un altro tenore Xavier Anduaga che sebbene relegato a parte di comprimario in tutti i suoi interventi ci ha stupito per la potenza e la bellezza del suo timbro. Vestito da cardinale, Xavier aumenta visivamente l’importanza del suo ruolo e intona con autorità la prima strofa del finale-vaudeville.

Ottime le due figure femminili della vicenda. Pretty Yende che seguiamo dai suoi esordi all’Accademia della Scala è ormai un soprano internazionale: la Yende sfodera una voce ben controllata, dal timbro luminoso e morbido. La parte Colbran le sta un po’ stretta e giustamente è prodiga di puntature verso l’acuto che risolve brillantemente.
Il suo ruolo emerge piano piano con scene articolate per non esporla eccessivamente: dapprima un duettino con Fatima e coro, poi ampio duetto con Zomira a cui segue un ottimo terzetto col plus valore di un coro muliebre e orchestrina dietro le scene come inno di nozze. Solo a pochi minuti dalla fine dopo tre ore di spettacolo arriva la sua Gran Scena articolata su tre tempi, dove il soprano ci impressiona per l’intensità interpretativa. Basti ascoltare la frase “intrepida morrò” con le sue fulminati scale ben vibrate. Dolcissima nel tempo di mezzo del duetto con Ricciardo dove quasi ipnotizzata dall’amore ripete le parole a guisa d’eco.

Zomira ha minor parte poiché Rossini non conosceva ancora le doti da fuori classe di Rosmunda Pisaroni a cui viene affidata una semplice aria nel secondo atto. Victoria Yarovaya ne trae invece ottimo partito con delle difficili variazioni che specie nella ripresa ampliano non poco le arcate vocali delle frasi musicali attendo molti applausi. La sua voce in tutti gli altri interventi nei numerosi ensemble è alquanto uniforme con accenti sensibili e drammatici.
Nicola Ulivieri è un basso con una esperienza ventennale capace di trarre un gioiello dal quartetto del II atto che lo vede particolarmente esposto. La sua frase d’attacco è particolarmente insidiosa e il ritmo puntato è scandito da Ulivieri in maniera perfetta.
I tempi scelti da Giacomo Sagripanti sono molto comodi per i cantanti, senza voler dare una inutile accelerazione ai momenti più estatici della vicenda. Certo le strette hanno il giusto nerbo e brillano dei colori dei fiati usati con la giusta sapienza da Rossini. Il coordinamento di orchestra, banda e orchestrina sul palco è stato ideale con ottimo equilibrio generale. Il coro del Teatro Ventidio Basso ha svolto con precisione i numerosi interventi con un risultato di particolare compattezza sia sul versante femminile che su quello maschile. Uno spettacolo elegante con i suoi fondali dipinti, il mare fatto di seta azzurra e la terrazza decorata da ceramiche turchesi. Uno spettacolo classico e raffinato che ha sviluppato al meglio una vicenda che specie nel secondo atto dopo il quartetto diventa alquanto farraginosa. La preziosità dei costumi di tutti compreso il coro si deve a Micheal Gianfrancesco tra tessuti damascati e corpetti con filo d’oro. Preziosità visibile anche nei costumi del corpo di ballo con gli uomini vestiti di preziosi velluti o in una scena vestiti da sportivi marinaretti con un gioco virtuosistico dato dalle ampie bandiere. L’entrata in scena di Ricciardo e Ernesto su un barca decoratissima ricorda addirittura la tradizione barocca. Tanti i temi di questa regia classica da noi apprezzata e ottimo il cast vocale costituito da soli fuoriclasse per una applaudita inaugurazione del festival rossiniano a Pesaro nella XXXIX edizione.

Foto Studio Amati Bacciardi

Fabio Tranchida

Annunci
Posted in: Opera