Olivo e Pasquale a Bergamo

Posted on 29 ottobre 2016 di

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Melodramma giocoso di Jacopo Ferretti
Musica di Gaetano Donizetti
Revisione sui materiali coevi a cura di Maria Chiara Bertieri per la Fondazione Donizetti

Olivo: Bruno Taddia
Pasquale: Filippo Morace
Isabella:  Laura Giordano
Camillo: Pietro Adaini
Le Bross: Matteo Macchioni
Columella: Edoardo Milletti
Matilde: Silvia Beltrami
Diego: Giovanni Romeo

Direttore: Federico Maria Sardelli
Regia: operAlchemica (Ugo Giacomazzi, Luigi Di Gangi)

Coro Donizetti Opera
Maestro del coro Fabio Tartari
Orchestra dell’Accademia Teatro alla Scala

 

Oggi 28 ottobre si inaugura la nuova stagione organizzata dalla Fondazione Donizetti dedicata al bergamasco doc Gianandrea Gavazzeni. Donizetti sarà protagonista con due opere rare e di molti altri eventi satellitari. Olivo e Pasquale viene presentato come prima mondiale assoluta in quanto si è pensato di eseguire la versione del 1° settembre 1827, realizzata per il Teatro Nuovo di Napoli (ancora esistente, sebbene più volte ricostruito, nei quartieri spagnoli). In questo teatro c’era una lunga tradizione di opere buffe che prevedevano l’uso del vernacolo napoletano e i dialoghi parlati invece che i recitativi secchi. Donizetti scrisse per lo stesso teatro La zingara, Il fortunato inganno, Emilia di Liverpool, Otto mesi in due ore, Le convenienze e inconvenienze teatrali, Il Campanello e Betly o La capanna svizzera, tutte in prima assoluta. Addirittura Il Campanello venne realizzato in pochi giorni proprio per risanare economicamente il teatro che navigava in cattive acque. Un gesto da vero signore e di massima riconoscenza da parte del compositore.

Olivo e Pasquale era stato tenuto a battesimo al Teatro Valle di Roma, su un testo spigliato del prolifico Jacopo Ferretti, che aveva consegnato i libretti di Cenerentola e Matilde di Shabran a Rossini. Cenerentola venne eseguita proprio  una decina di anni prima al Valle ed è da ritenersi pietra di paragone per l’opera che stiamo trattando. Schemi musicali, ampiezza dei brani, ruoli vocali tutto deriva dall’archetipo rossiniano. Una matrice vista con ammirazione dai contemporanei a Rossini e se Donizetti non riesce ad eguagliarla ci va molto vicino con una partitura fresca, scorrevole, col la coppia di buffi che varia il solito schema. L’edizione discografica della Nuova Era  diretta da Bruno Rigacci rispetta la versione romana con la grande lacuna del N°12 Coro Scena e Aria Le Bross peraltro eseguita solo il giorno della prima assoluta. Quest’aria che speriamo sia presto analizzata ed eseguita completa il ruolo importante del protagonista tenorile all’epoca il grande Giovanni Battista Verger, già conosciuto da Donizetti a Venezia come esecutore de Il falegname di Livonia.

Qui potete vedere lo schema delle due versioni.

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A Napoli avvennero quindi vari cambiamenti tra cui la presenza di un Camillo tenore invece che mezzosoprano en travesti. Ciò comportò dei cambiamenti nell’introduzione, con l’inserimento forzato di un’ aria per Camillo. Nel secondo atto si opera un cambiamento  simile sopprimendo l’aria di Olivo, peraltro di pregevole fattura, e l’aggiunta di un’aria sempre per Camillo. Viene eliminato il N°3 Terzettino, pezzo di rara grazia dove i due amanti hanno un incontro furtivo e con Matilde pertichino. Ecco proprio l’eliminazione di questo terzettino fa sì che i due amanti non abbiano mai un momento affettuoso in tutta la versione di Napoli è ciò causa un forte senso di vuoto alla vicenda mancando una scena per la coppia.
Il concertato di stupore nel Finale I viene riscritto completamente,  e viene aggiunto il tempo centrale al duetto tipico dei due buffi (Cimarosa docet) creando un brano degno di quelli rossiniani di poco precedenti.

Affiatato il cast di questa bella edizione che ha sfoggiato due buffi di primordine in Bruno Taddia e Filippo Morace.

Bruno Taddia ha giocato sull’eccesso del suo ruolo,  creando un personaggio ossesso, sempre in agitazione imponendosi subito nell’ampia introduzione conducendone tutta la seconda parte. Nella sua furia molte parole giustamente vengono “parlate” anzi “sbottate”, viene acutizzata la parte in alcuni frangenti e sopratutto con grande raffinatezza viene variata la ripresa della stretta sulle parole ” Non fate strepito, non mi seccate”. Mentre tenori e soprani variano spesso nelle loro arie e cabalette è davvero raro che un basso vari la stretta dell’introduzione: operazione svolta con rara sottigliezza. Nel duetto buffo che apre il secondo atto il peso è distribuito equamente sui due bassi ma reintroducendo per la prima volta il tempo di mezzo ecco che la voce di Taddia affonda fino al la bemolle con un effetto di ampiezza dell’arcata vocale. Voce spiccata perfettamente, grande musicalità e disinvoltura sia nei gesti esasperati che nei mordaci dialoghi, queste le qualità di Taddia sia cantante che attore in stato di grazia.

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Divertente la bonaria parte di Filippo Morace, che giocava la carta del dialetto napoletano per divertire con il suo atteggiamento remissivo speculare a quello di Olivo. La parole della sua cavatina sono state modificate anche nel senso, infatti Giuseppe Frezzolini (Pasquale nella versione del Valle) era molto magro mentre Gennaro Luzio era molto rotondetto: ne consegue che Morace canti allora “Io grasso, e tunno so addeventato”  e ancora “e me crescette ciuccio accosì”. Pasquale quindi da saggio e studioso diventa a Napoli una sommo asino! Morace  sfrutta al meglio la sua cavatina, porgendo frasi ben intellegibili con voce calda e pastosa. Nelle prime frasi più basse si notano in realtà un po’ di durezze: ma è solo un’impressione poiché per il resto dell’opera è in piena forma sciorinando  sillabati nel duetto citato e ballando un improvvisato fandango nel Finale I dagli esiti veramente comici. I cornetti rossi che porta per il malocchio alla moda del sud sono sempre presenti suscitando risate nel pubblico così come nel settimino le sue uscite con “Ciucci’, ciucci'”.

Esito pienamente positivo per Pietro Adaini, che nonostante una passata influenza, ci ha stupito col suo canto brillante e dagli ottimi e squillanti acuti che lo hanno messo alla giusta prova, peraltro superata. Suo è il ruolo che in questa versione ha più cambiamenti con le nuovissime due arie entrambe risolte bene e con ritmate cabalette.  In quella del secondo atto, quasi un’aria di furore ecco i giusti accenti sulla parola “Trema” e intonatissimo l’acuto su “Mille affetti a gara io sento”.

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Camillo ruba un po’ la parte a Le Bross che era protagonista al Valle:  Matteo Macchioni invece riesce a testa alta a confrontarsi con Adaini,  grazie a una minuta coloratura sfoggiata nell’aria dell’atto I e un timbro corposo leggermente più scuro. Speriamo che presto venga la voglia di eseguire l’aria di Le Bross che manca all’appello scritta apposta per le qualità di Verger. Laura Giordano ha una voce di uno certo spessore, chiara ma non troppo. L’aspetto è quello di una fanciulla con quei pomelli rossi sulle guance che le danno un’aria sbarazzina. Certo il suo momento clou è proprio il rondò finale esemplato su quello di Angelina, con due variazioni sempre più difficili accompagnate da arpa e flauto in una rutilante coloratura ben realizzata dalla giovane cantante. Ha impressionato per vero sadismo la scena in cui viene condotta per i capelli in scena da Olivo accompagnata dalla frase ” Le pecore al macello si portano così” . Certo fa parte della revisione napoletana poiché a Ferretti non sarebbe certo piaciuto così crudo realismo. Edoardo Milletti è un Columella petulante e vanesio, che con il giusto accento realizza questo personaggio originale.  Brava Silvia Beltrami nel ruolo di Matilde: i pochi interventi sono sempre ben studiati e spiace la mancanza del Terzetto. Giovanni Romeo ha svolto con dedizione la piccola parte di Diego, ma i registi gli hanno dato abbastanza parte con molte azioni. Romeo proporrà alcuni concerti in questa edizione del festival dedicati alla figura del Basso Buffo che lo ha già visto protagonista in varie produzioni.

Volevamo sottolineare una particolare frase nel sestetto del secondo atto: “Io non amo che Camillo” che con le sue iterzioni  ricorda da vicino musicalmente “Io no amo che Filippo” di Lisetta ne La Gazzetta rossiniana. Non è un rilevamento peregrino poichè  La Gazzetta fu ripresa al Teatro Carolino di Palermo (da dove proveniva Donizetti diretto a Napoli per realizzare la nuova versione di Olivo e Pasquale). La Gazzetta fu data a Napoli nel carnevale del 1828 ma è possibile che il manoscritto dell’opera fosse già giunto a Palermo, disponibile alla consultazione di Donizetti che dirigeva il teatro, facendovi eseguire il suo Alahor in Granata. Il quintetto de la Gazzetta è stato ritrovato 4 anni fa proprio al conservatorio di Palermo che custodisce i fondi del Teatro. Quindi non solo potremmo fare riferimento alla notissima Cenerentola ma anche alla più misteriosa Gazzetta probabilmente conosciuta in questa occasione così particolare da Donizetti.

Un vero lusso è avere a disposizione Federico Maria Sardelli, grandissimo direttore del barocco,  esecutore sommo di Vivaldi, lui stesso compositore e per chi non lo sapesse pittore, disegnatore e caricaturista. Un enfant prodige che si era già misurato con Donizetti al Giglio di Lucca con una divertentissima opera, forse la più divertente mai scritta Le convenienze e inconvenienze teatrali. L’orchestra dell’Accademia della Scala non sembra certo quella noiosa del recente Flauto magico, ma tutt’altro vaporosa e precisa, con particolare attenzione agli archi così esposti nella brillante sinfonia. Bene le dinamiche, con attenzione ai piani e ai pianissimi. Certo l’orchestra accompagna il canto, ma il gioco che si attua tra i fiati e le voci soliste è sempre ben realizzato con rispetto dei valori dinamici.  Il coro assolve bene il suo compito con interventi corretti in divise rosse come amici dei due buffi e come marinai nelle vesti degli amici di Le Bross.

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La regia è stata affidata con successo a operAlchemica di Ugo Giacomazzi e Luigi Di Gangi: la loro parola d’ordine era collage, sia le scene che i costumi erano una fantasioso patchwork dai mille colori che hanno vivificato lo sguardo d’assieme. Nei numerosi ensemble non si poteva che riprendere i modi rossiniani e anche i registi si sono adeguati a far impazzar tutti i cantanti, con movimenti convulsi e luci variabili.

Un pieno successo per questo spettacolo, che ha fatto della versione napoletana il suo primo motivo di interesse: i dialoghi hanno richiesto particolare impegno ai cantanti e la concitazione sulla scena è stata perfetta per delineare questa “follia organizzata”. Si replica domenica 30 novembre alle 15.30 e sabato 26 novembre alle 20.30: non perdetevi questo melodramma giocoso della miglior fattura!

Foto Rota/Fondazione Donizetti

Fabio Tranchida

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