Il trovatore a Parma

Posted on 2 novembre 2016 di

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Dramma lirico in quattro parti su libretto di Salvadore Cammarano e Leone Bardare
tratto dal dramma El Trovador di Antonio Garcìa Gutiérrez
Musica
Giuseppe Verdi

Il Conte di Luna: GEORGE PETEAN
Leonora:   DINARA ALIEVA
Azucena:   ENKELEIDA SHKOZA
Manrico/Gracia:   MURAT KARAHAN
Ferrando:  CARLO CIGNI

Direttore: MASSIMO ZANETTI
Regia:ELISABETTA COURIR
Maestro del coro: MARTINO FAGGIANI
Filarmonica Arturo Toscanini
Coro del Teatro Regio di Parma

 

Domenica 30 Ottobre abbiamo assistito all’ultima replica de Il trovatore, dove un quintetto di cantanti di notevole qualità hanno avuto successo in questa produzione, peraltro minata da una regia completamente inesistente nel suo grigio uniforme, una zavorra che proprio non ci voleva visto gli ottimi esiti musicali e canori.

Facciamo un passo indietro riservando due parole all’ultimo libretto che realizzò Cammarano, anzi il librettista non riuscì neanche a portarlo a termine a causa della morte improvvisa tanto che Verdi chiese aiuto al giovane Leono Bardare per il completamento. Successivamente sempre Bardare venne incaricato di riformare La Battaglia di Legnano purtroppo senza esito. Il libretto è certo più attardato rispetto a Rigoletto e La Traviata, concentrandosi sul racconto: ogni personaggio racconta una storia del passato lasciando poco spazio alla vera azione. I toni sono cupi, quasi da film horror basti pensare ai versi ” d’un bambino l’ossame bruciato a mezzo, fumante ancor!”. Toni ancora più cupi di quelli realizzati nella Maria de Rudenz per Donizetti. Uno spirito romantico portato veramente all’eccesso in tutta l’opera, la stessa Leonora straziata dice “Svenami, ti bevi il sangue mio” in una frase dipinta dalla musica di Verdi in piena adesione al testo.

Per la prima volta Verdi rinuncia non solo alla Sinfonia ma anche al Preludio di apertura, ci troviamo infatti immersi in medias res nella corrusca vicenda. Notiamo che in tutta l’opera i tempi di mezzo, i larghi, sono stati aboliti e la vicenda si sviluppa con una certa progressione. La prima aria di Leonora doveva avere un unico movimento poi Verdi cedette alle proposte di Cammarano, venne eliminata un’aria nel terzo atto per il Conte dall’incipit “I miei giorni mi rendesti un sol giorno di martoro, tu mi sprezzi, mi detesti ed io t’amo, ed io t’adoro!” sicuramente per accelerare la vicenda verso il terzetto. Eclatante l’eliminazione della stretta del finale secondo diligentemente preparata da Cammarano. Ecco i versi stralciati da Verdi:

 

Conte
In me vibra la spada, il pugnale
Fammi spento cadere al tuo piè
Ancor tua questa donna fatale
Sin che un’aura io respiro non è

Manrique
Sia respinto quest’uomo insensato
Morte invano egli spera da me
Vivi, e renda il sapermi beato
Un supplizio la vita per te

Leonora
Ah!Manrique si fugga da lui
Tal l’indonna spavento di me
Qual se in fronte leggessi a costui
la condanna di morte per te!

Ruiz e Armati
Vieni è sempre fugace la sorte!
Guai che presto è fermarla non è!

Ferrando e Seguaci
Cedi…spesso col cedere, il forte
Vincitore, da vinto si fe’.

 

La brevità gran pregio…    Verdi oltre ad eliminare tutta questa stretta pleonastica, trasforma il concertato in un movimento abbastanza veloce tanto da dare il senso alla conclusione del secondo atto suggellato dalla magnifica frase di Leonora  “Sei tu dal ciel disceso, o in ciel sono io con te”.

 

L’opera è iniziata nel buio completo e senza l’applauso al direttore, una interessante scelta proprio in sintonia con l’aura di mistero che domina l’introduzione. Carlo Cigni è un Ferrando autorevole con la sua voce piena e capace di quegli abbellimenti prescritti che danno propulsione alle frasi. Scenicamente importante è stato il suo parlato alla esclamazione “Bugiarda!” e nella lunga nota tenuta in “Ammaliato egl’era!”

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Entrano in scena molte donne velate con luci a fasci, tra cui anche Leonora, Dinara Alieva, generosa nel sostare sugli acuti e ottima nell’ampio registro centrale. La cabaletta è stata staccata col giusto tempo, non troppo veloce, e la cantante ha assunto un serio contegno nella nobile coloratura che non è mai scaduta nel gorgheggio futile. Anche nell’aria  del IV atto, quella del “Miserere” esito trionfale grazie alla notevole competenza della cantante.

Un raggio di luna illumina il Conte di Luna, e ciò dà il via al veloce terzetto senza alcun tempo statico ma tutto orientato verso il duello prescritto, ma che non ha luogo i due partano per vie opposte: le regia non è stata certo attenta a sviluppare la drammaturgia del libretto anzi ha eluso ogni situazione prescritta.

Nel celebre coro degli zingari, le due incudini si sentivano proprio poco e in lontananza, sarebbe stato opportuno portarle in scena per dare il brano il giusto colore caratteristico. Ottimo il preparatissimo e puntuale coro preparato come sempre dal maestro Faggiani.

Potente il racconto di Azucena interpretata da Enkeleida Shkoza cantante da noi tanto ammirata.  La frase “Il figlio mio avea bruciato” è il perno della vicenda e la Shkoza non teme un’orchestra voluminosa che la sostiene: le parole sono ben scandite e il volume è notevole. Belle le dinamiche del canto dal pp al ff in una voce di per sé bella e potente, sicura anche nel registro grave che viene sfoggiato con generosità.

George Petean è perfetto per questo contraddittorio ruolo, dove la sua passione amorosa si fonda con il desiderio vivo di vendetta. Ha sostenuto egregiamente la lunga cabaletta della sua aria del secondo atto, cabaletta che straordinariamente si prolunga nel coro successivo delle monache. Seguono due colpi di scena forse troppo ravvicinati tra loro il ratto da parte del Conte e la sortita di Manrico.

Il conte ha modo di sviluppare il personaggio anche dell’interessante terzetto con Azucena e Ferrando e sopratutto nel duetto con Leonora sempre con la sua voce calda e potente.

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L’ultimo cantante che trattiamo è il protagonista, il tenore romantico Manrique, o meglio Manrico, interpretato da Murat Karahan. La voce è buona, anche se un poco fissa, il timbro discreto  e la tecnica ben sviluppata. Bello il duettino con Leonora unica pausa lirica nella concitazione dell’aria del terzo atto. Un duetto simile, così in miniatura era già stato composto per l’inizio di Jerusalem (che inaugurerà il prossimo Festival Verdi a Parma). Stentorea la voce nel passaggio “In ciel precederti” e suggellata in “Di quella pira ” da due do acuti a scapito della ripetizione della cabaletta che avremmo preferito.

Manrico indossava una sciarpetta rossa e non aveva niente di militare o guerresco indosso: colpa di una regia inesistente, debole su tutti i fronti, senza scene se si escludono delle basse gradinate grigie come tutto lo spettacolo.

Ottima e affiatata l’orchestra che conosce bene il calore delle frasi verdiane sempre da sostenere con colori caldi e morbidi. Il maestro Massimo Zanetti è stato all’altezza del suo compito. Solo due lacune dal lato percussioni: la campana che suonava mezzanotte spaventando durante l’introduzione non si sentiva quasi mentre avrebbe dovuto essere un suo a martello incisivo. Come dicevamo anche le incudini che la regia ha spostato fuori scena non erano quasi udibili. Per il resto l’orchestra ha suonato a meraviglia e lo spettacolo dal punta di vista va considerato pienamente riuscito. Vorremmo dei programmi di sala più completi magari con le biografie dei cantanti prescelti, spesso di difficile reperibilità e magari dei saggi approfonditi visto che il pubblico di Parma è un pubblico preparatissimo.

 

La stagione prosegue con Anna Bolena, Bohème e la ripresa de I Masnadieri.

 

Fabio Tranchida

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