L’incoronazione di Poppea alla Scala

Posted on 8 ottobre 2016 di

0



Nerone:  Leonardo Cortellazzi
Poppea: Carmela Remigio
Ottavia: Monica Bacelli
Ottone: Sara Mingardo
Nutrice: Giuseppe Di Vittorio
Seneca: Andrea Concetti

Regia: Robert Wilson
Direttore: Rinaldo alessandrini

L’incoronazione di Poppea di Claudio Monteverdi affascina studiosi e appassionati fin dal 1642, anno in cui vide la luce al Teatro dei Santi Giovanni e Paolo (vulgo Zanipolo) di Venezia, che si trovava dietro l’attuale chiesa dei Gesuiti (prima dei Crociferi) verso Fondamenta Nuove ed era stato inaugurato appena quattro anni prima con l’opera La Delia, o sia La sera sposa del sole di Francesco Mannelli. Oggi questo teatro è sprofondato nell’oblio, complici il crollo del tetto nella seconda metà del Settecento e le forzate chiusure napoleoniche, ma esso fu di enorme importanza per la storia degli albori dell’opera, così come lo fu Poppea.

A quasi 400 anni di distanza, l’ultima opera di Monteverdi continua ad essere indagata, come dimostra la ripresa che il Teatro alla Scala ha fatto quest’anno dello spettacolo che nel febbraio 2015 completava la “trilogia” Monteverdi di Robert Wilson. Molto lo studio scenico imposto da Wilson, con movimenti stilizzati studiati al millimetro per far entrare i cantanti/maschere in un’innovativa dimensione. Una cifra stilistica inconfondibile che, assieme all’uso delle luci e dei simboli, ha reso l’artista texano riconosciuto in tutto il mondo. In Poppea si uniscono elementi romani, seicenteschi (come i raffinatissimi costumi di Jacques Reynaude atemporali (i volti di un bianco acceso per sottolineare ogni mimica e le mani sempre in posizioni innaturali a descrivere gli affetti). Pochi elementi scenici bastano a descrivere molti ambienti, esterni ed interni, con un lavoro estremamente calibrato che permette di seguire la vicenda nel turbinio dei molti personaggi avvicinando questo spettacolo al teatro di prosa. D’altronde è questa una vocazione del Recitar cantando e non per niente nel cast figura Giuseppe De Vittorio, attore tarantino, nel ruolo en travesti della Nutrice, che declina spesso il canto in parlato, in un realismo comico perfetto.

La questione dell’attribuzione vocale dei ruoli di Poppea non è in effetti banale, date le scarse informazioni dei manoscritti e di alcune lettere, peraltro riferibili all’esecuzione napoletana dell’opera e non alla prima veneziana. Il ruolo più dibattuto è quello di Nerone, quasi sicuramente riservato ad un evirato cantore di grido, mentre Alessandrini per questa versione si è affidato al tenore Leonardo Cortellazzi che ricordiamo di recente in una buona Armida di Traetta a Martina Franca. Cortellazzi ha con efficacia descritto l’egocentrismo del personaggio di Nerone, colui che comanda, colui che decide per tutti senza possibilità di dialogo. Le frasi volitive, gli accenti talora un poco aspri risultano coerenti col personaggio che trionfa nei due duetti nell’atto terzo assieme all’amante Poppea, un’interessante Carmela Remigio. Il ruolo eponimo è prezioso ma limitato a pochi interventi, motivo per cui viene spesso integrato con il ruolo della Fortuna nel prologo. Un’usanza, quella di accorpare più ruoli, già in uso dalle prime rappresentazioni e che diventa un acuto gioco teatrale per i registi contemporanei. Carmela Remigio è risultata in perfetta forma, con una arcata vocale intonatissima, voce limpida e piacevole fino al duetto (forse non autografo) che conclude meravigliosamente l’opera

Monica Bacelli ha superato positivamente la prova, seppur con qualche incrinatura nella voce che ne ha compromesso leggermente l’esito. Eccellente invece l’aspetto attoriale, con movenze convulse e spiritate a descrivere un’Ottavia resa un poco grottesca da un trucco che scavava lineamenti e occhiaie.

Specialista nel repertorio barocco, Sara Mingardo ha creato un Ottone molto drammatico, sempre sospeso nelle esitazioni del suo carattere: aiutato dal libretto avvincente del Busenello, l’antagonista Ottone collega i due mondi, le due sfere in cui sono divisi i vari personaggi. La voce ha la giusta brunitura per scolpire un recitar cantando di notevole spessore. Uniformità di emissione e giusto accento hanno completato un’applaudita prestazione.

Andrea Concetti ha dipinto un cupo Seneca, un precettore di granito che non teme neanche davanti alla morte, accolta come viaggio verso gli dei. La voce di basso si confà al ruolo grave e serio, che Concetti affronta con autorità e senza alcuna difficoltà. La bravura nella recitazione conferisce ulteriore statura ad un personaggio che, grazie alla divisione in due del secondo atto per realizzare l’intervallo, assume una posizione ancor più centrale: la prima parte termina infatti proprio con la morte dei Seneca e il lamento dei Famigliari, brano di una modernità sorprendente.

Possiamo dire senza tema di smentita che la voce più bella della serata, esteticamente parlando, è quella di Mária Celeng, soprano di origini ungheresi-slovacche che si sta affermando negli ultimi anni. Una Drusilla spettacolare, rigogliosa nella vocalità, brillante nella linea sempre variata. Un’esplosione di vitalità che ci ha davvero entusiasmato.

Dalle divinità ai servi, quest’opera stratifica senza dubbio molti piani espressivi.  Adriana Di Paola è stata una buona Arnalta, precisa nel canto e abile nella gestualità, che la pone a contraltare della vera e propria nutrice. Efficaci Luca Dordolo nel breve ruolo del poeta Lucano e il Valletto dai giusti accenti di Mirko Guadagnini, entrambi poi impegnati anche nelle piccole parti “corali” rese con gruppi di 2-3 interpreti (i Famigliari, i Tribuni, i Soldati e i Consoli) e condivise con Furio ZanasiLuigi De Donato e Andrea Arrivabene, che con precisione hanno reso onore alla polifonia monteverdiana. Bene infine anche la damigella Monica Piccinini, a completare un grande affresco ben assortito.

L’ensemble del Concerto Italiano di Rinaldo Alessandrini ha scelto un organico ridotto, lontano da quelli sontuosi che si sono sentiti da Harnoncourt in poi. Oltre agli archi (strumenti d’epoca), solo due trombe naturali intervenivano a rinforzare alcuni passaggi. Mancavano quindi completamente i legni, compensati da un basso continuo di gran lusso: tre tiorbe, due arpe, violoncello e due cembali (di cui uno suonato dal direttore in stato di grazia) sottolineavano al meglio ogni pulsione del testo e del canto.

Nel complesso dunque una ripresa riuscita, che prosegue il percorso di recupero del repertorio barocco che la Scala ha iniziato negli ultimi anni e che nella prossima stagione si arricchirà con il Tamerlano di Händel e la presenza di Domingo, di nuovo in veste di tenore.

Fabio Tranchida

Annunci
Posted in: Opera