Ciro in Babilonia al ROF

Posted on 23 agosto 2016 di

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Baldassare: Antonino Siragusa
Ciro: Ewa Podles
Amira: Pretty Yende
Argene: Isabella Gaudi
Zambri: Oleg Tsybulko
Arbace: Alessandro Luciano
Daniello: Dimitri Pkhaladze

Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna
Direttore: Jader Bignamini
Regia: Davide Livermore
Maestro del Coro: Andrea Faidutti

La prima opera seria di Rossini è nominalmente un oratorio, tipico dramma da servire in tempo di quaresima per evitare che i teatri chiudessero completamente. Un’usanza che Rossini incontrerà anche a Napoli col suo maestoso Mosè in Egitto in cui l’afflato corale e lo scontro tra popoli mancano nel più modesto Ciro dove la vicenda amorosa è messa troppo in primo piano. Il libretto è infatti molto maldestro nella costruzione del dramma, allineando 3 arie nel primo atto e 5 arie sempre consecutive nel secondo! Rossini aveva in realtà già ben imparato quanto fosse importante l’alternanza di pezzi d’assieme e arie ma probabilmente non poté che accettare questo libretto con il solito re travestito da ambasciatore e la scena delle catene: situazioni che all’alba del 1812 erano alquanto usurate. La musica al contrario si attesta su livelli decisamente alti con una raffinata scelta di strumenti solisti (fagotto, violino primo, corno) con preludi sinfonici drammatici e con la creazione di tre cunei drammatico-musicali nel finale primo, nel duetto-terzetto e nella scena Baldassarre-Daniello che sono di rara coesione.

Se poi come alla creazione ferrarese possiamo contare su tre cantanti di prima grandezza ecco che il successo è assicurato. Non possiamo che inchinarci alla presenza del contralto Ewa Podles che, dopo 4 anni, ha ripreso il ruolo con una tenacia e una dedizione esemplari. Dal fredda Varsavia dove è nata alle sponde dell’Eufrate il salto è lungo ma la Podles ha superato straordinariamente ogni ostacolo. Lei è la protagonista in questo impegnativo ruolo en travesti. La posizione delle sue due lunghe arie (che Rossini adotterà come archetipo in Tancredi, Sigismondo, Falliero e Semiramide) serve a mettere in luce la sua prima musa amante e cantatrice: Maria Marcolini, protagonista poi nella Pietra del Paragone e nell’Italiana in Algeri. La Podles è un vero contralto, dalla dizione sempre convincente e dall’accento scavato. Tragico è il tono che dà alle sue arie introdotte sempre da recitativi accompagnati di fattura sublime che servono da propulsione alle arie. Se nella prima “Ahi! Come il mio dolore” il registro è risultato uniforme, la coloratura sgranata e ottimo l’accento, nella seconda aria (Gran Scena di Ciro) dobbiamo dire che la voce si è come divisa creando un contrasto sgradevole sopratutto nelle frasi più ampie. Sempre ottimo l’accento e lo sbalzo di ogni distico coronato dal Finaletto Secondo.

Ottima la nostra Pretty Yende che seguiamo fin dagli esordi all’Accademia della Scala, teatro dove ha cantato un superbo Don Pasquale. Nell’ottobre scorso l’abbiamo applaudita nella Lucia a Berlino. Ormai artista completa ha dimostrato con una perfetta intonazione di svolgere tutta l’impegnativa parte e con una lectio difficilior proporci variazioni e cadenze originali e difficili per differenziarsi anche dalla scorsa performance di Jessica Pratt.  La sua prima aria (che diventerà l’aria di Amaltea) è molto impegnativa ma è stata risolta dalla Yende con disinvoltura, mentre la seconda con assolo di violino concertante è un vero virtuosismo. Le gestualità sempre caricate a riprendere le dive cinematografiche degli anni ’10 hanno completato il personaggio.

Come era da aspettarsi, enorme successo anche per Antonino Siragusa di cui ricordiamo tanti anni fa un eccezionale Norfolk a fianco della Ganassi e il recente Sigismondo. Parte irta di difficoltà che alla bravura di Siragusa non sono sembrati ostacoli ma trampolini per le sue arroventate arcate sonore. Voce chiara, ma al tempo stesso con un certo spessore, necessaria in questi ruoli da tenore-tiranno. Emozionante la grande aria che precede la profezia, un autentico tour de force mentre lui vaga per la reggia videoproiettata alle sue spalle. Mentre due anni fa non aveva avuto la morbidezza necessaria per il ruolo di Rinaldo ecco che per questo ispido Baldassarre i risultati sono eccellenti, con voce ben proiettata e facilità verso le zone acute estreme. Parti di contorno sufficientemente ben assortite con la lacuna di Daniello, cantato da un basso veramente debole e monocorde non aiutato dall’aria di poco rilievo.

Spendiamo qualche parola sull’allestimento straordinario consegnato tre anni fa al dvd e blue-ray. Tutta l’opera è vista come un film del 1910, come il kolossal Cabiria e gli spettatori-coro assistono alla proiezione interagendo col film. L’idea che un ragazzino del cinema entri nello schermo e diventi il figlio di Ciro è geniale e permette di far convivere i vari gruppi fuori e dentro lo schermo. Bellissima e coinvolgente la scena del banchetto, e la successiva caduta nella bocca del Moloc di Baldassarre. Vincitrici del premi Abbiati i costumi dell’amato Falaschi il quale grazie al contrasto tra bianco e nero e alla sua fantasia riesce a creare un universo unico: abiti che rimandano sì all’antichità ma con elementi liberty e decò innestati. Una magia per gli occhi. Ottima prova del Coro e Orchestra di Bologna per questa partitura che seppur tra le prima del pesarese ha molti preziosismi strumentali. Jader Bignamini cesella ogni dettaglio e stacca tempi perfetti negli ampi cantabili. Asseconda le esigenze di Ewa Podles con particolare attenzione. Uno spettacolo riuscito in ogni aspetto che ha deliziato il pubblico che ha decretato un tutto esaurito per le quattro repliche.

Fabio Tranchida

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