Il turco in Italia al ROF

Posted on 14 agosto 2016 di

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Selim: Erwin Schrott
Fiorilla: Olga Peretyatko
Geronio: Nicola Alaimo
Narciso: René Barbera
Prosdocimo: Pietro Spagnoli
Zaida: Cecilia Molinari
Albazar: Pietro Adaini

Filarmonica Gioachino Rossini
Coro del Teatro della Fortuna M. Agostini

Direttore: Speranza Scappucci
Regia e Scene: Davide Livermore

 

Dopo il felice esito della Pietra del paragone (che era valsa all’autore l’esonero del servizio militare) il Teatro alla Scala attendeva da Rossini due nuovi capolavori: uno serio e uno faceto. Eppure, nonostante il massimo impegno del compositore, che creò due opere ex-novo senza alcun autoprestito, entrambe non ebbero vita facile: Aureliano in Palmira ebbe una compagnia di canto deludente che portò al taglio di mezz’ora di musica solo recentemente recuperata e il Turco in Italia disattese le speranze del pubblico, forse per il confronto con la più immediata Italiana in Algeri. Certo il Turco fu comunque più fortunato e si attesta una importante ripresa da parte di Rossini a Roma con musica nuova. Per la Gazzetta attinse a piene mani dalla partitura milanese, sicuramente ricordando il valore di quei brani. Paer fece eseguire a Parigi una versione lontana dall’originale che per più di un secolo gettò cattiva luce sulla partitura che in realtà è così viva e originalissima. Felice Romani confezionò un libretto ricco di pezzi d’assieme, aggiunse il tenore Narciso e sfruttò al meglio la figura del poeta Prosdocimo, che nella serata di oggi era trasformato nel regista Federico Fellini con le sembianze di Marcello Mastroianni.

Davide Livermore ha creato uno spettacolo frenetico citando a più non posso film felliniani, da 8 e 1/2 a Amarcord dallo Sceicco bianco a La dolce vita.  Provini, proiezioni, pubblicità anni ’60, il circo al gran completo vestito con costumi sgargianti, fantasiosi e di grande qualità realizzati da Gianluca Falaschi che cerca di superare se stesso. Il contrasto tra il bianco e nero dei personaggi e i colori del circo non potrebbe essere più forte e tutti si uniscono alla passerella finale in un tableau iridescente. La figura del regista impersonata dall’immenso Pietro Spagnoli è una costante in tutta l’opera e dopo i provini e il copione, nel quintetto del secondo atto sarà proprio lui a filmare con una cinepresa anni ’60. Momento magico. Spagnoli ha inoltre una nobiltà nel canto, una morbidezza nel porgere la parola e una recitazione spigliata che lo rende interprete ideale, un gran burattinaio.

Il marito tradito non poteva essere meglio interpretato che dalla vocalità trasbordante di Nicola Alaimo ormai impegnato nei principali teatri del mondo ma fedelissimo a Pesaro che ha scelto come sua città. Le due arie di Don Geronio, sebbene entrambe non di mano di Rossini, sono particolarmente vitali e con sillabati vertiginosi ben risolti dal grande Alaimo che segue le orme dello zio Simone (Selim memorabile). Nicola Alaimo soggiogato dalla moglie non è apparso affatto personaggio bidimensionale ma dotato di forte personalità con la voglia di riconquistare Fiorilla. Ne è un esempio il formidabile duetto buffo di stampo cimarosiano che ha messo a confronto i due bassi: un Alaimo incoraggiato dall’alcool e un Selim pronto a pagare per Fiorilla.

Selim era Erwin Shrott al debutto a Pesaro dopo presenze internazionali e dopo, lasciatemelo dire, la sua famosa relazione con la Netrebko. La sua comicità caricata, tutta espunta dal personaggio dello Sceicco Bianco di Sordi, ha fatto scoppiare non poche risate. Un Selim vocalmente generoso, un canto spesso declinato verso le mille espressioni del libretto. Una coloratura rigogliosa sempre molto mossa da far immaginare quella di Filippo Galli creatore del ruolo. Innamorato perso della barba della sua Zaida (donna barbuta del circo) e eccitato alla vista di Fiorilla.

In questo ruolo Olga Peretyatko ci ha riservato una voce facile alla salita, anche se un poco scarna di volume. Brava in questa parte così provocante ma con delle gravi défaiances proprio nell’ultima aria, un’aria da opera seria con varianti per la cabaletta scritte da Rossini per la Ronzi De Begnis. A causa di una indisposizione, la Peretyatko ha reso imperfetti vari passaggi. Molto bene invece il duetto col marito dove c’è un doppio cambio di psicologia.

Bravissimo il tenore René Barbera dall’ottimo squillo e dalla sicurezza nelle ispide arcate sonore della parte. Geniale averlo vestito da prete (Fellini docet), un vero colpo di scena. Canta la prima aria, recuperata dalla versione romana, come una confessione inginocchiato sui ceci davanti a un vescovo-donna. Certo il personaggio è appiccicato da Romani alla trama ma il gioco del terzetto metateatrale è riuscito benissimo.

Buona la Zaida di Cecilia Molinari nelle vesti barbute a cui faceva da contrasto Albazar vestito da zingara, un comico Pietro Adaini che ha dovuto imparare a camminare sui tacchi! Adaini ha voce giovane e fresca, di buona intonazione e ha svolto la sua breve aria di sorbetto con giusto accento svettando negli acuti finali. Un brano non autografo che ha permesso di creare sulla scena un teatro di posa,  set del coro e del quintetto successivo.

Speranza Scappucci dirige un’orchestra preparata e usa a questo repertorio. Mai ha coperto le voci e plauso al corno della sinfonia e alla tromba del quintetto. Felicissimi di essere stati trasportati nel mondo onirico felliniano con la leggerezza infusa da Livermore. Un caleidoscopio di colori vivaci, movimenti sempre in linea con la drammaturgia incalzante fanno di questa produzione un’eccellente prova sia per la regia che per le voci tutte di alta caratura. Si replica il 12, 15 e 18 agosto.

Fabio Tranchida

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Posted in: Opera