La donna del lago al ROF

Posted on 14 agosto 2016 di

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Giacomo V-Uberto: Juan Diego Flórez
Duglas: Marko Mimica
Rodrigo: Michael Spyres
Elena: Salome Jicia
Malcom: Varduhi Abrahamyan

Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna

Direttore: Michele Mariotti
Maestro del Coro: Andrea Faidutti
Regia: Damiano Michieletto

Quando Leopardi vide al teatro Argentina di Roma La donna del lago disse che avrebbe sicuramente pianto se il dono delle lacrime non gli fosse stato tolto. Un opera che trasporta l’ascoltatore in un universo romantico, un universo fatto di amori contrastati, di prese di potere in una natura selvaggia tra duelli fra cacciatori e bardi cantori. Solo a Napoli, Rossini poteva avere a disposizione cantanti come i due tenori Giovanni David e Andrea Nozzari insieme alla sua futura moglie Isabella Colbran nonché un’orchestra stabile veramente ampia e una nutrita banda sul palco che poteva amplificare spazialmente il volume sonoro delle immense architetture musicali. Ormai padrone della sua tecnica, già iniziava a rielaborare le sue strutture maturando costantemente: ne sono un esempio i temi che ritornano nell’opera come quello di Elena che fa da fil rouge nell’introduzione e nel successivo duetto. Oppure la bellissima marcia che struttura il finale primo al posto della solita stretta (artificio in comune con le opere Ricciardo e Zoraide e Matilde di Shabran). Il terzetto è una sfida tra tenori di caratura così alta che fu eliminato nelle riprese fuori Napoli e sostituito con ben tre altri brani di minor difficoltà.

Un’opera in linea con le innovazioni del periodo napoletano che abbiamo ascoltato stasera in una splendida veste sia sonora che visiva. Tutta l’opera nella lettura di Damiano Michieletto è vista come un ricordo degli anziani Elena e Malcom, che in una stanza tengono ancora la foto del loro re Giacomo V. Versando l’acqua di un vaso si genera dal tavolino una fonte alla quale si protende Elena pronta a bagnarsi e a ricordarsi del passato. Elena anziana fungerà da deuteragonista in un continuo dialogo con la giovane cantante georgiana Salome Jicia. La sua barcarola iniziale è cantata morbidamente con un registro particolarmente uniforme. Cesellata la coloratura nell’incontro con Uberto e il successivo duetto cantato con notevole slancio. Elena sembra non essere affatto indifferente alle lusinghe del Re e Giacomo/Uberto non si tira certo indietro. La Jicia canta un superbo rondò finale superando il volume della banda che crea una sonorità festevole. Le scale semitonali hanno una buona leggerezza e tutti i virtuosismi sono stati ben realizzati.

Giacomo è Juan Diego Florez che festeggia i vent’anni al Festival dopo aver mietuto allori in tutto il mondo. Doppio duetto nei primi tre quarti d’ora dell’opera che sviluppa bene il personaggio di Giacomo.  Poi ricompare con l’ampia “O fiamma soave”, aria innovativa con due strofe parallele e senza cabaletta ma con due code di raro virtuosismo in cui Florez ben si destreggia avendo cantato il ruolo nei massimi teatri. La sua voce chiara e uniforme dialoga molto bene con il comparto fiati che in quest’aria ha molto da fare. Un Florez maturo dagli acuti sicuri e stentorei.

L’altro tenore dobbiamo dire ha avuto ancora maggior successo nella serata: Micheal Spyres si è imposto come la reincarnazione di Nozzari grazie a due ottave incandescenti capaci di fronteggiare un parte quasi impossibile.  La sua sortita “Se meco siete io volo” segue le parole alla lettera: un volo verso il do acuto e una discesa verso le regioni più gravi. Tanto ben riuscita che il cantabile ha avuto una grandissima ovazione ancor prima che la cabaletta. Nel duello-terzetto ecco che Spyres fronteggia la vocalità di Florez in uno spavaldo certame ancora più difficile che la gara tra Rodrigo e Otello. Spyres ha in programma a Firenze un recital tutto dedicato a Nozzari, da non perdere!

Eccezionale per morbidezza l’armena Varduhi Abrahamayn già ascoltata in un notevole Arsace nella Semiramide marsigliese. Le due imponenti arie (la seconda derivata dall’Eduardo e Cristina) sono padroneggiate con ottimo accento, scavate nei particolari. La linea di canto è ferma, la voce giovane come giovane è il soldato Malcom.

Autorevole il basso Marko Mimica che tratteggia un Duglas tiranno nell’aria “Taci lo voglio e basti”, l’unica non composta da Rossini ma da un valente collaboratore in quanto incorpora materiale musicale seguente: tutta la composizione sarà stata sotto la supervisione di Rossini vista la brillantezza dell’aria e il susseguirsi di nuovi spunti. La bravura di Mimica ne ha esaltato la scrittura e il basso ha avuto ruolo importante anche nel finale I con un importante terzetto e un superbo quintetto. Brava la Albina di Ruth Iniesta che ha il suo momento solistico durante il coro dei Bardi.

Dopo quattro produzioni tra cui al Met e al Covent Garden, Michele Mariotti conosce ogni sfumatura della preziosa partitura. I crescendo non sono mai banali ma vaporosi, con un rubato continuo che dà ondulazione alla musica immergendola in una atmosfera liquida. Evocativi i corni della caccia iniziale, ottimi gli impasti dei legni e brillante l’orchestrazione della banda di una ventina di elementi con tanto di piatti. Peccato che la banda sia stata eliminata in alcuni punti in cui dovrebbe raddoppiare l’orchestra creando sonorità fragorose come nel finale I. Ci si accorge di questa mancanza. Come era evidente la non presenza dei Bardi che avrebbero dovuto aumentare con un ulteriore coro le presenze sulla scena mentre i Bardi sono stati cantati dagli stessi seguaci di Rodrigo. Questi ultimi due aspetti hanno quindi diminuito l’impatto del finale I. Il coro del Comunale di Bologna è stato preparato dal maestro Andrea Faidutti con notevole competenza e precisione in un opera che utilizza molto le masse.

Molti complimenti all’attrice Giusi Merli che impersonava l’anziana Elena con una recitazione a volte straziante nei suoi gesti di dolore e convulsi. La scena in cui lei cade di spalle nella pozza d’acqua è un vero colpo di scena che ha sorpreso tutti. Un meritato plauso finale alla scena di Paolo Fantin che ha realizzato una stanza dove la natura ha il suo dominio, l’acqua è infiltrata dentro e le canne e la vegetazione sono padrone. Una scabra desolazione illuminata magnificamente da Alessandro Carletti, formatosi al Rof: luci verdastre per questa palude, lampade che illuminano l’oscurità, luci blu e gialle nel coro iniziale dei cacciatori a seconda del testo intonato. Nessun particolare lasciato al caso. Grande successo per ogni aspetto di questa produzione che inaugura il Rossini Opera Festival nel migliore dei modi con un capolavoro rossiniano e una compagine vocale di primo piano, immersa nella curata regia di Damiano Michieletto dall’alto valore artistico.

Fabio Tranchida

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Posted in: Opera