Bychkov omaggia Strauss (ma non solo)

Posted on 29 giugno 2014 di

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Semyon Bychkov

R. Strauss: Don Quixote
F. Schubert: Sinfonia n.9 in do maggiore

Berliner Philharmoniker
Viola: Máté Szücs
Violoncello: Bruno Delepelaire
Direttore: Semyon Bychkov

In giro per l’Europa, ed in Germania specificatamente, la presenza del nome di Richard Strauss nei cartelloni in questi giorni è particolarmente frequente. Il motivo è presto detto: l’11 di Giugno del 1864, ovvero centocinquanta anni or sono, nasceva a Monaco l’ultima gloria della musica tedesca. I Berliner Philharmoniker, dei quali Strauss è stato de facto direttore per alcuni anni a seguito di von Bülow, dedicano ben quattro repliche al concerto settimanale in onore del compositore, purtroppo snaturato da una defezione dell’ultimo minuto. Per ragioni di salute sul podio non può salire infatti il previsto Lorin Maazel ed il programma straussiano originario (che prevedeva Don QuixoteDon Juan e la Suite dal Rosenkavalier) viene di conseguenza alterato. Il subentrante Semyon Bychkov (non certo l’ultimo arrivato) mantiene il primo poema sinfonico ma sostituisce la seconda parte del programma con un suo cavallo di battaglia: la Nona Sinfonia di Schubert.

Nell’esecuzione di Don Quixote, scontato il livello altissimo di orchestra e direttore, restava invece tutto da scoprire il solista, il giovane (venticinquenne) violoncellista francese Bruno Delepelaire. Prova più che brillantemente superata (nonostante qualche intemperanza nello stare negli assiemi) grazie ad una eleganza e delicatezza assolute nella cavata, che non affonda mai in maniera corposa sulle corde ma rimane come in punta di fioretto. Il carattere nobilmente cavalleresco di Don Quixote emerge così in pieno, mentre una essenziale sfumatura psicologica viene aggiunta dal vibrato stretto, che destabilizza continuamente le pretese cavalleresche e mostra la fragilità di fondo delle illusioni del personaggio (assurto oramai ad archetipo). Il suo tema ricorrente e variato ne risulta come un mantra recitato ossessivamente da una voce sempre più spezzata,come capita agli incerti e dissennati che con tanta maggior angoscia cercano di autoconvincersi della loro forza e ragione quanto più si imbarcano in castelli in aria. In questa lettura è di enorme suggestione anche lo schieramento stesso dei musicisti, col violoncello solista al centro di una arena in cui si scatena la battaglia fra le sue fantasie e la cruda realtà. Da un orecchio egli sente la voce del violino solista che lo seduce a gioie caste e celesti, dall’altra quella della viola (uno strepitosoMáté Szücs, prima parte interna dei Berliner) che come Sancho Panza tenta di riportarlo al concreto. Attorno, nel resto dell’orchestra, si produce invece una fantasmagoria di colori ed effetti che porta ai massimi livelli l’idea stessa di poema sinfonico come Tonmalerei, pittura sonora. Quanto più la partitura richiede accumulo di suoni diversi, tanto più i Berliner emergono facendoci discernere tutto e nella massima intensità. Bychkov dal canto suo lascia le briglie piuttosto sciolte ai meravigliosi orchestrali, assumendosi principalmente il compito di gestire l’economia generale degli oltre quaranta minuti della composizione. Interviene dunque specificatamente quando c’è da evidenziare un passaggio con un ritardando o quando un particolare allargamento dei tempi permette di dare il giusto respiro ad un momento meditativo o idilliaco (la conversazione, la veglia, la morte). Il finale, dilatatissimo e in rigoroso pianissimo, è in particolare il suo gioiello. La cesura rispetto al trambusto del duello fatale che precede viene messa in estremo risalto: da quel momento Don Quixote non è più di questo mondo, attraversa il suo ultimo viaggio col bagaglio delle sue fantasie (oramai trasformate in fantasmi) e della sua coscienza, rimasta cristallina e purissima, come ci indica (dopo il rantolo finale in glissando), lo squarcio di luce in re maggiore dell’intera orchestra che chiude il brano.

Semyon Bychkov si conferma magistralmente poi nella successiva Nona Sinfonia di Schubert. Ancora una volta il suo marchio di fabbrica e la sua arma poetica sono i tempi lenti e le dilatazioni sonore, oltre che una straordinaria visione generale della composizione. La presentazione dei temi, in genere ripetuta da Schubert, si esprime nella lettura di Bychkov come lo stato naturale, l’ordine quieto e perpetuo, pacato e compiaciuto nella stessa bellezza della sua generosità melodica. E tanto fluida sarà questa (in genere estremamente lunga) esposizione quanto marcato e sorprendente sarà l’insorgere della variazione, nello sviluppo. Con questo bilanciamento perfetto dei tempi (e delle dinamiche, con gestione impressionante dei crescendi anche per svariati minuti) Bychkov riesce a donarci una perfetta fruizione formale di un’opera monumentale ed oceanica come la Nona, la “Grande”, che in molte interpretazione finisce invece per cedere proprio sotto il suo stesso peso. Non c’è mai fretta, tutto è cronometrato alla perfezione per sbocciare nel momento opportuno. E la “grandezza” della sinfonia sta proprio qui, nella lungimiranza, nella temperanza e nella pazienza, ben incarnate dal direttore. La qualità degli interpreti (di ogni singolo interprete) aggiunge poi valore alla singola frase, alla piega di una melodia (splendidi gli archi e soprattutto l’oboe nel secondo movimento) o allo schiudersi di una armonia (altrimenti quasi banale, come spesso accade al do maggiore su cui è impiantata questa sinfonia). Non si arriva mai allo sfogo travolgente, nemmeno nella chiusa, ed in effetti l’applauso finale è più timido di altre volte, figlio magari di una direzione più sgargiante come sa esserlo quella di Maazel. Eppure con Bychkov abbiamo molto di più, poiché ci resta interiormente l’impressione di avere assistito ad una lettura profonda, meditata e davvero significativa di un pezzo altrettanto significativo per la storia della musica.

Alberto Luchetti

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Posted in: Sinfonica