Billy Budd alla Deutsche Oper

Posted on 29 giugno 2014 di

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Billy Budd alla Deutsche Oper

Billy Budd: John Chest
Captain Vere: Burkhard Ulrich
John Claggart: Gidon Sacks
Mr. Redburn: Markus Brück
Mr. Flint: Albert Pesendorfer
Lt. Ratcliffe: Tobias Kehrer
Red Whiskers: Clemens Bieber
Donald: Simon Pauly
Dansker: Lenus Carlson
Il novizio: Thomas Blondelle

Coro e orchestra della Deutsche Oper Berlin
Direttore: Donald Runnicles
Maestro del coro: William Spaulding
Regia: David Alden

Il repertorio inglese, già non ricchissimo di suo, non ha mai trovato in Germania un terreno particolarmente fertile. Il recente centenario britteniano ha risvegliato un poco l’attenzione dando l’occasione alla Deutsche Oper di Berlino di portare in scena un titolo impegnativo come Billy Budd, grazie ad una sontuosa coproduzione con la English National Opera ed il teatro Bol’šoj. Ambasciatori del progetto sono due anglosassoni: sul podio Donald Runnicles, direttore musicale del teatro berlinese, e alla regia David Alden, che alla ENO ha lavorato per una intera carriera. La loro lettura dell’opera è stata totalmente sinergica e parallela, scegliendo di privilegiare tanto scenicamente quanto musicalmente una assoluta chiarezza delle forme che si contrapponesse alla cupezza generale dell’atmosfera. Questo ricalca d’altronde la drammaturgia stessa ideata da Herman Melville, che vede due figure nettamente opposte (il “bene” – Billy Budd contro il “male” – John Claggart) stagliarsi sul mare nebbioso e fosco delle ambiguità e delle confusioni umane (incarnate dal capitano Vere).

La scena è dominata dai toni cupi della chiglia in ferro arrugginito che fa da sfondo alla vicenda, in netta opposizione con l’apparire (nelle scene centrali di entrambi gli atti) della cabina del capitano, interamente rivestita al suo interno da listelli di legno imbiancato e illuminata fino all’eccesso. Stesso gioco di contrasti anche nei costumi, con la divisa bianca di Vere a staccare in maniera netta sugli abiti scuri di tutti gli altri personaggi, suddivisi in dominatori (la polizia, i giudici) e dominati (i marinai e i fanciulli). Diventa in questo modo significativo il fatto che lo stesso Vere muti d’abito in favore di un impermeabile scuro per il prologo e l’epilogo, che incastrano il resto della vicenda come un grande flashback nel suo ricordo. Condannando Billy Budd egli ha cioè perso simbolicamente il candore fiducioso della sua divisa, ma nelle ultime battute troverà proprio nell’amarezza del rimorso anche la via del riscatto, scoprendo nello sfortunato marinaio l’immagine della grazia che, bandita da questo mondo, ce ne indica uno migliore. David Alden non perde questo momento intensamente teatrale, lasciando alle ultime parole del capitano, a musica già cessata, solo la luce di un faro che a poco a poco si spegne.

Se dunque ci pare di poter promuovere a pieni voti la realizzazione scenica (curata anche nei minimi dettagli per quanto riguarda i movimenti, sia dei singoli che coreografici, eccedendo solo a tratti nel macchiettistico), la parte musicale ha dato invece qualche soddisfazione in meno. Nessuna responsabilità per Donald Runnicles, che trova colori splendidi e paga solo alcune imprecisioni degli ottoni, né per William Spaulding che ha svolto un ottimo lavoro col coro (sia maschile che di voci bianche) della Deutsche Oper, impressionante per potenza nei grandi assiemi, spesso cantati in boccascena. Rimangono dunque da imputare alcuni membri del cast vocale, in gran parte formato da membri dell’Ensemble e probabilmente elemento debole dell’intera produzione.

Nessuno dei tre protagonisti ha brillato in maniera particolare. Burkhard Ulrich, nel ruolo del capitano Vere, ha trovato le dovute pieghe espressive per esprimere nella voce il tormento del personaggio, ma alcuni passaggi lirici ne hanno rivelato i limiti vocali, che andavano a sommarsi ad una recitazione troppo caricaturale. John Chest ha difettato invece principalmente nella generosità di volume con cui dovrebbe presentarsi Billy Budd, probabilmente a causa di una proiezione non perfetta. D’altro canto ha trovato, nel monologo conclusivo in cella, delle sfumature delicate che gli hanno guadagnato l’applauso più sentito del pubblico. Decisamente rivedibile vocalmente infine il John Claggart di Gidon Saks, che rasenta a più riprese l’afonia appena si allontana dai centri e si fa notare quasi solo per la stazza fisica imponente. Molto meglio invece i comprimari, fra cui citiamo i tre ufficiali (Markus Brück, Albert Pesendorfer e Tobias Kehrer), precisi ed efficaci, ed il novizio di Thomas Blondelle, espressivo e senza mai una sbavatura nel pieno controllo vocale.

Non sappiamo se questo spettacolo riuscirà a spalancare le porte del successo a Britten in terra tedesca, ma senza dubbio ha delle carte da giocarsi in questo nobile tentativo. L’accoglienza alla prima per adesso promette bene.

Fabio Tranchida

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Posted in: Opera