Sognando Dvořák con laVerdi

Posted on 4 febbraio 2013 di

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Dvorak in sovrimpressione sul paesaggio boemo di C.D. Friedrich

A. Dvořák: Husitskò, Ouverture op. 67
A. Dvořák: Romanza in Fa minore per violino e orchestra op.11
A. Dvořák: Mazurek in Mi minore per violino e orchestra op.49
A. Dvořák: Sinfonia n.5 in Fa maggiore op.76

Orchestra sinfonica di Milano Giuseppe Verdi
Violino: Luca Santaniello
Direttore: Aldo Ceccato

Un fantasma si aggira per l’auditorium, è il fantasma di Antonin Dvořák, ospite ormai ricorrente (revenant!) delle recenti stagioni de laVerdi. La scelta, programmatica, di ripercorrere l’integrale delle opere di questo autore si snoda infatti in un piano triennale che raggiunge oggi l’esatto punto focale col perno della Quinta sinfonia. Patrono del bel progetto è come sappiamo Aldo Ceccato, nome oramai legato a Dvořák, che torna a dirigere un’orchestra che conosce molto bene dopo il forfait dello scorso appuntamento (per la Sesta).

Prima di arrivare al piatto forte sinfonico, il programma della serata si insinua alla scoperta di qualche chicca meno conosciuta della produzione del compositore ceco. Ad esempio si comincia con l’ouverture Husitskà, che ricorda uno dei più celebri personaggi cechi, Jan Hus e le terribili guerre che seguirono la sua predicazione. Inutile dire che qui (unico abbozzo di una trilogia operistica mai realizzata) siamo in un ricco terreno di caccia per Dvořák, che non perde l’occasione di dare forma sinfonica ai temi popolari e patriotici di San Venceslao e degli Hussiti (rispettivamente primo e secondo tema). Notevole è la differenziazione timbrica: l’uno, subito in avvio, è esposto dai soli legni, mentre l’altro si rafforza nella sua essenza di corale con l’aggiunta dei corni. Contenuto e forma si incontrano insomma alla perfezione: la lotta indipendentista quattrocentesca si traduce negli strumenti in una lotta tutta musicale dell’idiomatica boema (temi e colori orchestrali) contro l’imperialismo culturale asburgico (la forma sonata viennese che regge lo sviluppo dell’ouverture). Sorprende un po’ la direzione di Ceccato, che a fronte di una così battagliera partitura pare invece premere più sul freno che sull’acceleratore, evitando di forzare le dinamiche e preservando un controllo estremo sul ritmo (finanche rischiando di varcare la soglia della monotonia).  Una scelta analoga si ripete nelle successive due brevi opere: una romanza ed una mazurek (variante boema della mazurka). Evidentemente qui la scelta è più appropriata, perché l’orchestra cede il posto da protagonista al primo violino “di casa” di Luca Santaniello, accolto calorosamente dal suo pubblico. La Romanza op.11 è brano suadente, piuttosto ingenuo e scritto con occhio di riguardo per l’esecutore anche non terribilmente virtuoso (lo stesso Dvořák si guadagnò a lungo da vivere come viola e violiista di fila), riuscendo così ideale per mettere in risalto il bel suono del violino di Santaniello, che non lesina cantabilità e lirismo. Più impegnativa la Mazurek op.49, scritta per Saraste, che spinge il suono dello strumento verso le espressività più estreme. Santaniello ha il merito qui di non essere la stucchevole macchina da note che spesso si vede uscire dai concorsi, e, se paga il prezzo di qualche intonazione e diteggiatura non perfetta, è per la buona causa di una resa avvincente, specialmente nelle variazioni dinamiche (dei riusciti pianissimi che sospendono ulteriormente l’andamento del pezzo, in cui il violino suonerebbe altrimenti sostanzialmente di continuo ed a tratti freneticamente). L’affetto del pubblico per il beniamino di casa è infine gratificato dall’immancabile bis, l’Andante dal Concerto alla maniera italiana (BWV 971) di Bach, tramandatoci da tradizione come concerto per clavicembalo ma probabilmente scritto originariamente proprio per violino, strumento per il quale Rinaldo Alessandrini ha curato il ripristino filologico. L’aria del violino, sostenuta dal basso continuo pizzicato dell’orchestra, non è eseguita in maniera altrettanto filologica (diciamo che è un po’ dvořakizzata!) ma ha il fascino sufficiente per essere seguita dai pronosticabili applausi della sala.

Luca Santaniello al violino

Luca Santaniello al violino

Il secondo tempo si apre con un siparietto del maestro Ceccato, che entra inavvertitamente anzitempo durante l’accordatura e quindi scherzosamente si ritira dietro le quinte arretrando lentamente. L’episodio aiuta a calarsi nel clima piuttosto ingenuo, sull’onda di un wagnerismo lezioso, che pare sottendere la produzione di Dvořák prima dell’incontro con Brahms. Abbiamo assaggiato queste atmosfere nei due pezzi per violino, e la Quinta sinfonia è testimonianza proprio dell’evoluzione stilistica da quella fase verso la maturità (siamo nel 1875). Solo pochi anni più tardi infatti la Sesta (che pure condivide con la Quinta l’atmosfera pastorale) richiamerà già notevolmente alla memoria alcuni passaggi della Seconda di Brahms. Non dobbiamo tuttavia pensare ad una cesura netta nella produzione sinfonica di Dvořák. E’ piuttosto con l’attenzione rivolta verso la mediazione e la transizione che dovremmo ascoltare questa sinfonia. Anche perché è così che ci pare volerla interpretare Aldo Ceccato, che, coerentemente con la prima parte del concerto, trattiene continuamente l’impulso all’esuberanza popolare per dare maggior voce all’intento strutturale della composizione. Sono difatti questi gli anni in cui Dvořák comincia a riprendere seriamente in mano le strutture classiche per sostenere il suo estro ritmico e melodico. La simbiosi elle due componenti l’abbiamo d’altronde vista già realizzarsi nell’ouverture Husitskà, senza necessità di scomodare le ultime tre sinfonie che ne sono esempio sommo. Non è un caso che questi siano anche gli anni in cui egli raggiunge la notorietà (sempre grazie alla mediazione della premiata ditta Brahms-Hanslick-Simrock-Bülow, ovvero compositore-critico-editore-direttore). Questo gioco di forze centrifughe (l’estro idiomatico) e centripete (la struttura classica) si traduce nel primo movimento in una sorta di paesaggio bucolico racchiuso in uno scrigno, tanto delizioso nella sua miniaturizzazione quanto frustrante per lo sguardo a cui non viene offerto uno spazio disteso in cui correre. La rigida mano di Ceccato si concede poi un rilassamento per il legato nostalgico del secondo movimento, col tema introdotto da splendidi violoncelli e poi vagabondo per i vari timbri dell’orchestra. Senza pausa si arriva al vivace Scherzo, lasciando emergere sempre più la natura e le affinità elettive di Dvořák. Quando siamo al finale vediamo con piacere sciogliersi definitivamente le briglie del direttore, con l’orchestra che si lancia in grandi ed efficaci variazioni di dinamica senza mai perdere la compattezza del suono. Anche l’armonia cerca questi effetti a sorpresa, con l’avvio ingannatore in la minore che lascia poi il posto al fa maggiore che tutti ci aspettavamo, e desideravamo! Se il primo movimento pareva ancora impastato nel naif della produzione “giovanile”, quest’ultimo ha già il sapore dello Dvořák maturo, con tanto di piccolo ritorno del tema proprio del primo movimento (come sarà fatto in maniera più celebre ed organica nella Nona). Urgono ancora due parole di elogio in conclusione per l’orchestra laVerdi ed in particolare per i legni impiegati intensivamente dal compositore ceco che dedica loro alcuni dei momenti più intensi. Qualche riserva invece sullo stato di “forma” di Ceccato, che nonostante la strategia difensiva si perde nei momenti più concitati (finale primo e quarto movimento). Resta meritevole in ogni caso la sua operazione di divulgazione della musica di Dvořák e la sua lettura rigorosa ed evidentemente ragionata e significativa per comprendere l’evoluzione di questo compositore usualmente poco approfondito. Attendiamo dunque fine Maggio per il terzo appuntamento stagionale con questo binomio e la Quarta sinfonia, mentre altre due Quarte (Beethoven e Brahms) riempiranno l’auditorium già settimana ventura.

Alberto Luchetti

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