Harding alla Scala

Posted on 3 febbraio 2013 di

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Daniel Harding alla Scala

W.A. Mozart: Maurerische Trauermusik, KV 477
R. Wagner: Vorspiel und Liebestod da Tristan und Isolde
R. Strauss: Ein Heldenleben, op.40

Violino: Francesco de Angelis
Direttore: Daniel Harding

 

 Si parla sempre più della necessità di lanciare i giovani e di consegnare loro le chiavi non solo del futuro ma anche del presente, specialmente in Italia. Se c’è un campo dove ultimamente tutto questo ha portato addirittura ad eccessi è la direzione d’orchestra,dove il rarefarsi della gloriosa vecchia guardia ha lasciato un vuoto del quale si sono presto impadroniti i tanti talenti emergenti. Per quanto il volto giovanile nasconda l’approssimarsi dei fatidici “anta”, Harding appartiene indubbiamente a questa categoria ed in particolare appartiene all’élite di coloro che hanno resistito alla prima ondata di “lancio” e di notorietà riuscendo a stabilirsi come figure ricorrenti sui podi di tutto il mondo. Mentre completa le recite dell’ottimo Falstaff (in scena fino al 12 Febbraio), non può mancare all’appuntamento con la Filarmonica. La maturazione del maestro oxfordiano si palesa di anno in anno con programmi sempre più ambiziosi. Ora siamo decisamente di fronte al grande salto, con la pietra del paragone del preludio e conclusione del Tristan und Isolde, servito a sandwich fra la Musica funebre massonica di Mozart e la roboante Heldenleben straussiana.

 Più che una fetta di pane, la Trauermusik pare tuttavia un aperitivo, diretto con un po’ di superficialità ed inerzia d’avvio. In primis ciò si traduce in un piglio frettoloso, che inficia la solennità del brano, ed in secundis si nota una certa approssimazione nel gesto, con immediati deragliamenti della pur ridotta orchestra (a tratti Harding, preso dalle dinamiche della sinistra, si dimentica totalmente di scandire il tempo con la destra!). Bisogna anche dire che mancava totalmente l’atmosfera necessaria per un brano dalla natura così misteriosa e seria (che anticipa già alcune sonorità del Requiem e del Don Giovanni). Mi riferisco alla decisione del teatro di lasciare accese tutte le luci in sala per favorire le registrazioni live dell’evento (trasmesso in diretta nei cinema di tutto il mondo), sfavorendo così quell’effetto quasi “religioso” che accompagna, per lo spettatore moderno, il momento dell’apertura di serata, introducendolo all’ascolto. Metodo universale (o almeno stagionale) per misurare la concentrazione della sala è la quantità di colpi di tosse, elevatissima in questo inizio nonché ulteriore fattore di distrazione.

Ben più silenzioso si è fatto invece l’auditorio quando la bacchetta ha fatto salpare la navicella di Tristano e Isotta nel mare cromatico del Vorspiel. Da segnalare immediatamente quello che ci pare ormai il tratto distintivo di Harding, ovvero una estrema capacità nel legato e nella pastosità e fluidità del timbro orchestrale che non perde mai in densità nonostante i larghi respiri (frasi ritenute e poi lasciate andare) che l’orchestra, specialmente negli archi, esegue ottimamente. D’altro canto questa tecnica ha il suo inconveniente, ed a lungo andare è una sensazione di “piattezza” del suono, dovuta alla mancanza di precisione negli attacchi e quindi ad una mancanza di profondità e nettezza negli armonici. Non aiuta in questo senso la composizione stessa, fatta di estenuanti risacche d’empito battenti sempre sugli stessi lidi. E’ noto che l’interpretazione di quest’opera è uno scoglio anche per grandissimi direttori (Toscanini considerava addirittura Mahler inadeguato per il Tristan) proprio per la necessità di rendere ogni singola suggestione recondita della partitura, rinnovando ogni volta la tensione sottesa tanto all’armonia quanto alla melodia e alla timbrica (l’arte totale di Wagner, prima ancora di essere scena + musica, Word + Ton, è una simbiosi interna di queste tre componenti meramente musicali). Giova dunque all’andamento il cambio di orchestrazione col principiare del Liebestod. Pare netto il cambio anche nell’atteggiamento direttoriale, con un marcatissimo tremolo dei violoncelli che ben rende la vibrazione dell’aria fattasi estatica (sostenendo il canto, oggi assente, su un letto di emozioni pulsanti). Il medesimo compito sarà poi svolto sempre “in alta definizione” dalle arpe. Altrettanto marcate sono infine le spirali d’archi che trascinano Isotta verso l’incosciente abisso del si maggiore finale. In queste cesellature Harding ci sorprende per la capacità (finora poco nelle sue corde) di dare inattesa leggerezza e trasparenza alla partitura, mostrandone peraltro la inossidabile modernità ed essenzialità, caratteristiche che ce ne fanno apprezzare i noti legami con la musica che verrà (Strauss, Mahler, Berg). Meglio dunque le parti in piano o pianissimo e quelle la cui scrittura più rifinita ha moderato la tendenza di Harding ad amalgamare tutto. Al contrario i grandi afflati, le onde che si infrangono, sono state meno incisive, assestandosi su una esecuzione di buon livello ma per l’appunto piatta, standard, priva di quelle sfumature che qui sono decisive (specialmente per la risoluzione in maniera non scontata del Tristan-Akkord). Peccato anche una sbavatura del corno inglese proprio in una delle ultime esposizioni della celebre frase di Tristano in conclusione del preludio, ad ulteriore dimostrazione dello strano paradosso della Filarmonica della Scala, capace di alternare momenti di grande musica a cadute imprevedibili.

Richard Strauss

Richard Strauss

Con queste premesse, non può mancare qualche timore quando si va ad affrontare Ein Heldenleben, culmine della brillante stagione di poemi sinfonici (1886-1899) con la quale Strauss si è rivelato al mondo (rimandiamo qui per un piccolo approfondimento sui suoi Tondichtungen). Da grande direttore d’orchestra qual era, Richard Strauss ha puntato in maniera decisa sulle sue doti di virtuoso dell’orchestrazione, arrivando con Una vita da eroe ad un vero e proprio tour de force per l’assieme. Il reparto più in difficoltà, come prevedibile, sono fin da subito gli ottoni. Ad essi Strauss assegnerebbe un ruolo primario in quanto strumenti “eroici”, ma ahinoi Harding è costretto a moderarli per evitare guai maggiori. Il primo movimento (“L’eroe”) è dunque poco promettente, riproponendo amplificati i difetti già intravisti nel Vorspiel del Tristan: attacchi approssimativi, fortissimi saturati e sfocati, sbavature nelle frasi di svariati strumenti. Tuttavia il proseguo fa decisamente spuntare un po’ di sole, almeno a partire dall’efficace stacco con cui Strauss (nel secondo movimento: “Gli avversari”) oppone il “proprio” tema disteso e pacifico all’isterico pigolare dei legni, che rappresentano i critici (Wager-Beckmesser docet, con tanto di tema di quattro note alla tuba per rappresentare Hanslick). Ogni piano/issimo ed ogni frase ariosa hanno l’effetto di un balsamo rispetto al caos dei tutti in ff. Tanto più piacevole risulterà allora addirittura l’assolo del violino di Francesco de Angelis, già elogiato settimana scorsa nella Shérazade, che oggi si incarica di tratteggiare il complesso carattere della “Compagna” dell’eroe, protagonista del terzo movimento. E’ perfetta, nella cadenza soprattutto, l’interpretazione capricciosa, che risponde a ciò che si tramanda di Pauline, moglie di Strauss. Ancor più piacevole sarà ritrovare un attacco finalmente splendido (degno di quello che 30 anni più tardi aprirà Im Abendrot) di tutta l’orchestra al termine della sviolinata, introducendo la sensuale ed appassionata scena amorosa in cui Harding si riscatta abbondantemente. Non pago, il direttore inglese ci sorprende dirigendo in maniera notevolissima il successivo quarto movimento (“La battaglia”), certamente il più arduo per la densità della scrittura, il ritmo serrato e per i frequenti stacchi e cambi di rotta. A differenza dal legato del Tristan, ora il gesto staccato, tanto nei 3/4 iniziali quanto nei 4/4 poi ripresi, è netto e sempre controllato perfettamente. E’ l’occasione anche per gli ottoni di rifarsi con gli interessi, ma il tesoretto del reparto è presto dilapidato, a battaglia vinta, nel quinto movimento (“Le opere di pace”, ricco di citazioni da altri poemi sinfonici di Strauss), con un accompagnamento sguaiato nel momento invece di massima temperanza ed ascesa. Non fa eccezione il corno solista nell’ultima fatica: il poetico duettino finale col violino nel sesto movimento (“Fuga dal mondo e compimento dell’eroe). Anche qui dunque un peccato, dato che a momenti elevatissimi seguono piccole ma cocenti delusioni per l’ascoltatore appassionato. Sala ancora totalmente illuminata mentre il pubblico applaude con entusiasmo non travolgente la Filarmonica, il solista de Angelis ed il direttore Harding, a cui diamo il merito del coraggioso programma. La pignoleria della critica non deve farci dimenticare che egli resta uno dei maggiori prospetti (ma oramai già una realtà anche presente) da seguire nella sua evoluzione stilistica, che auspichiamo vada in direzione di una maggior omogeneità nella precisione.

Alberto Luchetti

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Posted in: Opera, Sinfonica