Viaggio nell’inverno di Furlanetto

Posted on 7 marzo 2014 di

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Ferruccio Furlanetto

Primo ospite illustre della stagione di recital di canto 2014 del Teatro alla Scala è il veterano Ferruccio Furlanetto. Da trentacinque anni (il suo debutto al Piermarini risale infatti al 1979) è conosciuto ed applaudito dai milanesi come uno dei più straordinari bassi drammatici della sua generazione, ma oggi lo scopriamo in una veste molto diversa, quella di liederista. Da alcuni anni infatti accompagna la carriera operistica, ancora densissima di impegni di alto livello (New York, San Diego, Tokyo, Londra, Parigi, Ginevra, Vienna, Napoli solo nell’ultimo anno), con serate dedicate alla Bibbia del Lied: il Winterreise. In queste occasioni è con lui il fido pianista Igor Tchetuev, ucraino di Sebastopoli, città in questi giorni salita all’onore delle cronache per ragioni tutt’altro che musicali. Dal dramma collettivo scendiamo in ogni caso al più individuale (eppur universale) che ci sia quando ci caliamo in queste dense pagine estreme di Schubert.

Purtroppo, dobbiamo rilevare, il talento da mattatore sul palco di Ferruccio Furlanetto si presta di più proprio ai drammi plateali che a quelli intimi. Certamente nei suoi magistrali Boris Godunov, Filippo II o Jacopo Fiesco esiste anche una grande componente di tragedia individuale, ma l’espressione di disperazione che Mussorgsky o Verdi mettono sulle labbra dei loro personaggi non può raggiungere il grado di introversione e disillusione che si trovano nel Viaggio d’Inverno. Le grandi figure di basso tragico del secondo Ottocento sono sì incarnazione di un fatalismo, ma pur sempre estroverso, ostentato, scenografico, come in fondo deve essere un’aria d’opera. Essi sono dei vecchi che vorrebbero ancora essere giovani, e del sangue caldo dimostrano ancora quell’impeto che un personaggio drammatico (nel’etimo: d’azione) deve comunque e sempre avere. Tutto l’opposto è invece il protagonista delle poesiole di Müller, che in Der greise Kopf lamenta proprio che tutto questo vagabondare (wandern) non lo ha nemmeno reso canuto. D’altronde Wilhelm Müller muore a meno di 33 anni, mentre Franz Schubert neanche raggiunse i 32. La loro è una vecchiaia, un indurimento, un inverno interiori, che nulla hanno a che fare col declino della potenza fisica (che, quando si parla di re, spesso coincide col crepuscolo del potere). Filippo II può ancora ritrovare l’intensità dei suoi anni migliori quando esplode in “Amor per me non ha!”, in lui parla ancora la voce della ferita viva, del rancore e della vendetta incipiente. Non così il viandante nella neve, che si logora (e crogiola) di nostalgia per qualcosa che non è mai stato e che è ben più ineluttabile e interno dell’amor perduto. Suo referente è infatti la natura e la sua necessità: la neve, il fiume, gli alberi, le bufere, le foglie, gli uccellini. Questi sono i correlativi oggettivi di chi in fondo ce l’ha con l’esistenza stessa, con la natura matrigna (resa celebre da un altro morto precoce, più nostrano). Per questi soggetti la massima sofferenza è anche la massima potenza, il loro regno è la perdita e il lauro del canto che ne scaturisce è l’unica corona desiderata.

Tutto questo per dire in fondo un’ovvietà, cioè che non si può cantare Winterreise con la stessa impostazione vocale con cui si calca il palco dell’opera. Affrontare il repertorio liederistico in tarda età è raramente una buona idea, ed è inevitabile che sorga il sospetto che si tratti di un parziale compromesso con la carta d’identità. Furlanetto, che di anni ne fa 65, è nell’inverno della sua carriera di palcoscenico, ma senza aver a suo tempo maturato quell’inverno interiore che viene più dall’indole che dall’esperienza. Insomma il suo resta un canto ostentato, teatrale, con voce che (tecnicamente impeccabile) sfrutta il sonoro petto per correre perfettamente in tutta la sala, tonante, come se dovesse ancora scavalcare un’orchestra di sessanta elementi davanti a sé. Poco abbiamo trovato invece di quel cantare “da camera” in cui il tempo del respiro ha quasi tanta importanza quanto l’emissione che segue. Non basta dunque un timbro senescente per modulare in mille sfumature il carattere tutt’altro che senescente del nostro viandante, che più che altro è un sognatore, un’anima persa a questo mondo e già con un piede spirituale nel prossimo.

Starebbe anche al pianoforte contribuire all’atmosfera di limbo atemporale e aspaziale di questa raccolta. Le distese coperte di neve immacolata, che paralizza tutto, cristallizzando la lacrima e appannando la finestra della casa, vengono splendidamente rese da Schubert in giochi timbrici e armonici sfumati, ovattati, dove il pedale è sovrano. Abbiamo invece trovato eccessivamente intagliato, chiaro e luminoso l’accompagnamento di Igor Tchetuev, che è evidentemente un virtuoso, ma forse con in testa più il brillante pianismo russo che non quello timido di Schubert. Ancora una volta: introversione contro estroversione. Tchetuev non manca di precisione e di qualche dettaglio notevole (ad esempio in Der Leiermann), ma l’insieme non pare avere un carattere suo e non pare integrarsi particolarmente con l’interprete vocale, rimanendo sempre indietro in termini di cantabilità.

Igor Tcheuev e Ferruccio Furlanetto

Igor Tchetuev e Ferruccio Furlanetto

Tornando dunque a Furlanetto, è chiaro che gioca soprattutto sui suoi punti di forza. La voce, nei centri, è ancora tremendamente piacente, calda e timbrata, oltre che come detto di volume impressionante senza il minimo sforzo. I problemi emergono appena ci si allontana da una emissione ben sostenuta, genericamente in forte e con tessitura inclusa fra le righe del pentagramma. Negli acuti ad esempio si nota subito l’insicurezza, che porta a sistematici sforzi per andare a prendere la nota, rendendo così impossibile il tenerla a lungo in tono (il fiato manca presto) o addirittura lo sfumarla in una forcella (l’appoggio non è più saldo). Andando nei gravi il problema è che il timbro si sfibra, come è normale in voci non più freschissime, per quanto splendide di natura. Con molto mestiere Furlanetto riesce a rimanere il più possibile lontano da questi estremi, perdendo però così anche molte potenzialità interpretative quali l’uso della messa di voce o una maggior varietà nel fraseggio (non aiuta qualche imprecisione anche di pronuncia). Solo in rari momenti si sente l’abbandono all’emissione morbida sul fiato, e capita per lo più con l’avanzare della raccolta, come se si fosse anche dovuta ulteriormente “scaldare” la voce. È indubbiamente merito dell’esperienza e della tecnica arrivare comunque oltre l’ora di canto ininterrotto senza risentirne, ma anzi migliorando la prestazione. Ecco allora alcuni interessanti mordenti e il pur sempre affascinante ed ora meno disomogeneo timbro scuro, che tanto si addice ai passaggi tetri e alle considerazioni amare della seconda parte. Il fraseggio non riesce comunque a farsi del tutto seducente, lasciando sempre qualcosa alla maniera e all’eccesso, ma quanto meno la tendenza al suono monocorde si attaglia meglio a testi che non hanno più l’opposizione fra sogno e realtà, ma sono oramai nel gelo della disillusione. Il cupio dissolvi delle chiuse, nobili, di Der Wegweiser e Die Nebensonnen è fra le cose più intense di una serata non memorabile (anche come presenza di pubblico).

Nonostante parecchi richiami in palcoscenico per gli applausi (convinti ma distanti parenti degli entusiasmi destati da Kaufmann l’anno passato) non c’è stato nessun bis, come in effetti sarebbe anche corretto dopo la sintesi estrema e testamentaria di Der Leiermann. Abbiamo citato Kaufmann non per caso: sarà lui infatti il prossimo protagonista dei recital scaligeri, il prossimo 14 aprile, nientemeno che con questa stessa raccolta: Winterreise. E qui, possiamo prevedere, l’inverno sarà più interiore che esteriore, più spirituale che fisico.

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Posted in: Recital