Poesia Francesco Maria Piave
Musica Giuseppe Verdi

Il duca di Mantova Marco Ciaponi
Rigoletto Amartuvshin Enkhbat
Gilda Federica Guida
Sparafucile Mattia Denti
Maddalena Rossana Rinaldi
Giovanna Elena Borin
Il conte di Monterone Christian Barone
Marullo Stefano Marchisio
Matteo Borsa Andrea Galli
Il conte di Ceprano Juliusz Loranzi
La contessa di Ceprano Emanuela Sgarlata
Un paggio Agnes Sipos
Un usciere Lorenzo Sivelli

Direttore Francesco Ivan Ciampa
Maestro del coro Corrado Casati
Regia Leo Nucci
Regista collaboratore Salvo Piro
Scene Carlo Centolavigna
Costumi Artemio Cabassi
Luci Michele Cremona

ORCHESTRA FILARMONICA ITALIANA
CORO DEL TEATRO MUNICIPALE DI PIACENZA

La nuova produzione di Rigoletto, che ha inaugurato la stagione del Teatro Municipale di Piacenza, ha vinto, facendo letteralmente saltare il banco degli spettatori, grazie a un poker d’assi formidabile e, va detto, non certo ottenuto per caso o per fortuna, ma costruito sulle innegabili qualità delle parti coinvolte: “i due Rigoletto”, Amartuvshin Enkhbat e Leo Nucci, il primo al canto e il secondo alla regia, il direttore d’orchestra Francesco Ivan Ciampa e il coro del teatro piacentino, istruito dal maestro Corrado Casati. A questa mano vincente si sono poi aggiunti dei punti di rilevante importanza, tali da accrescere ancor di più l’ottima riuscita dello spettacolo.

Il coro del Teatro Municipale, in poche parole, ha fatto cose che non avevo mai sentito, e sì che nonostante l’età ne ho sentiti di cori diversi alle prese con quest’opera: già dall’inizio si capisce che abbiamo a che fare con una compagine non solo affiatata, ma anche tecnicamente inappuntabile e di spiccata musicalità. Queste sono premesse imprescindibile per una serie di prodezze indimenticabili, culminanti nel coro “Zitti, zitti, moviamo a vendetta”, mai udito così prima, con un iniziale sussurro quanto mai reale, inquietante, da vera oscura macchinazione, che si fa canto, accentandosi, su determinate parole, e che sul verso “e la corte doman riderà”, crescendo, si timbra di un bel velluto scuro, raffinato e nobile, nonostante gli intenti osceni dei cortigiani. Anche la grande scena che conduce alla furia di Rigoletto è di sicuro effetto, così come quei suoni di tempesta raccapriccianti che accompagnano l’ultimo atto. Complimenti, dunque, al coro tutto, nonché a Corrado Casati e Francesco Ivan Ciampa, per essere riusciti a rendere atto ciò che già era in potenza.

Il direttore d’orchestra, come più su accennato, ha mostrato una vis interpretativa nuova, inedita per quest’opera, certo tradizionale per la presenza delle troppo vituperate puntature, cui non mi oppongo per principio, e per un taglietto nella cabaletta del Duca, tutto sommato veniale e, se si estremizza, addirittura proficuo, viste le evidenti difficoltà del giovane tenore. Non è questo, però, che mi preme sottolineare, quanto la coesione narrativa che Ivan Ciampa ha trovato attraverso la musica, evidenziando tutto ciò che era in suo potere, senza scadere in nessun autocompiacimento fine a se stesso: quando i violini dominano la scena, anche se in secondo piano, e quasi gli archetti graffiano sulle corde, quando uno strumento acquista un suono più deciso, quando i tempi si allargano o si restringono, quando i crescendo si rinforzano, tutto accade per un motivo preciso. Mirabile l’accompagnamento del “Caro nome”, etereo ma seducente, avvincente, invece, quello del “Cortigiani, vil razza dannata”, violento coi suoi archi in prima linea, che riproducono quasi le furie di un mare in tempesta. Da pelle d’oca, poi, l’allargando alla fine del “Sì, vendetta”, geniale per sostenere e dare spazio all’acuto vendicativo di Rigoletto; stesso allargando che, poco dopo, si restringe furioso col chiudersi dell’atto e della puntatura -a mio modesto avviso, con un simile baritono, non solo utile, ma necessaria-. Per concludere, ho trovato equilibrati i volumi e i turgori dell’orchestra, ovviamente quando necessari, che qualcuno in platea ha definito un po’ troppo calcati. Peccato. Questa è una direzione da incorniciare, senza troppo girarci intorno.

Di Amartuvshin Enkhbat potrei scrivere molto, correndo il grave rischio di annoiare e di ripetermi, dal momento che lo seguo ovunque mi sia possibile e di cui ogni volta, vuoi per il diverso ambiente, vuoi per tutti quei fattori che cambiano a seconda dell’allestimento, rilevo la crescita e l’affinamento come cantante e interprete. In questo caso specifico sono rimasto ancora più stupito dalla bellezza del timbro, forse il migliore oggi, dalla potenza vocale straripante, dal fraseggio e dalla pronuncia ineccepibili, che gli permettono di tratteggiare un Rigoletto quanto mai convincente anche quando i movimenti scenici sono solo accennati. Certo, almeno la sera della prima, qualche piccola increspatura della voce, nella scena del secondo atto con Gilda, si è potuta avvertire, ma riporto il fatto solo per spronare il baritono a migliorarsi, laddove, davvero, il livello è già altissimo e le mie parole forse sono di troppo. Bissata a furor di pubblico, col sostegno di chi scrive, la cabaletta della vendetta e ovazione meritatissima a fine spettacolo.

Da seguire con attenzione Federica Guida, interessantissima nelle vesti di Gilda: il timbro è bello, la voce è ben proiettata e di caratura non banale, diversamente dalle tante figlie di Rigoletto che si ascoltano spesso, più bamboline che fanciulle prime e donne poi. “Caro nome”, infatti, è stato eseguito con perizia e giusto trasporto, uniti a un controllo del registro acuto davvero apprezzabile. Il giovane soprano è stato molto incisivo anche in “Tutte le feste al tempio” e nella cabaletta finale, dove pure la sua voce ha concorso alla richiesta del desiderato bis.

Marco Ciaponi, sfrontato ma nobile Duca, ha purtroppo palesato qualche difficoltà, soprattutto nel mantenimento della linea di canto e nel timbro, in certi casi poco omogeneo e povero di armonici. Bello l’attacco di “Parmi veder le lagrime”, come il prosieguo dell’aria, cantanto con trasporto e apprezzabile precisione. Peccato per la successiva cabaletta, non inappuntabile e per l’attesa canzone de “La donna è mobile”, conclusa con una puntatura che sarebbe stato meglio evitare. Va comunque detto che ci sono degli spunti d’interesse nella voce del giovane tenore, come il timbro gradevole, e che lo studio potrà sicuramente aiutarlo, in vista soprattutto dei suoi prossimi impegni.

Di gran lusso e presenza scenica Mattia Denti nelle logore vesti di Sparafucile. La sua è una vera voce di basso, che col bel timbro scuro e profondo sembra quasi venire dal passato. Ogni frase è stata cantata col giusto accento, perfino quelle più perigliose per discesa nel pentagramma, sia nel duetto con Rigoletto che nell’ultimo atto, dove ha tratteggiato uno Sparafucile nobile e intenso, nonostante le azioni e le parole davvero tremende.
Ottima anche Rossana Rinaldi, una Maddalena sensuale e ferina come il personaggio richiede, dal timbro bello e ben caratterizzato anche in basso -forse troppo bello per questo personaggio così ambiguo- Credo infatti che il mezzosoprano abbia lavorato per “involgarire” la sua voce senza farle perdere la sua natura, indugiando molto anche sulla recitazione.

Ottimo anche il resto del cast, in cui segnalo il Marullo di Stefano Marchisio, dal bel timbro che ascolto sempre con piacere, appassionante e perfettamente calato nelle vesti di questo cortigiano “gentil”. Da evidenziare anche il Matteo Borsa di Andrea Galli e la contessa di Ceprano di Emanuela Sgarlata, giovani promettenti e capaci.

La regia di Leo Nucci, che davvero si fa in quattro per Piacenza e per i giovani cantanti che coltiva, anche in quel di Lodi, dove si esibisce in interessanti concerti coi suoi allievi, segue con attenzione il libretto e, lavorando con mezzi limitati, elabora una regia gradevole, forse un po’ didascalica sì, ma sufficientemente coinvolgente e non priva di qualche idea interessante. I costumi di Rigoletto e i cortigiani, per esempio, apparentemente privi di una vera ragione nell’avere i colori che hanno, credo siano legati invece da un filo conduttore: i nobili, infatti, indossano vesti dai colori sgargianti, quasi grotteschi, che poi si ritrovano tutti uniti nel costume del buffone, forse a voler sottolineare un legame tra i personaggi che può essere interpretato su più livelli. Gradevoli anche le scene, molto d’antan, ma che ogni tanto hanno il loro fascino, riproducenti gli interni ed esterni delle abitazioni di Rigoletto e Sparafucile, così come le luci, non innovative, ma utili a circoscrivere personaggi ed eventi.
Meraviglioso e commovente, alla fine, sentire il calore che ancora vive tra il pubblico per Leo Nucci, nelle terre di Verdi, e vedere “i due Rigoletto” che si abbracciano, quasi a scambiarsi il testimone per quel ruolo che ha consacrato Nucci ad eterna memoria, e che ora rende celebre il giovane baritono Enkhbat.

Mattia Marino Merlo – 16 dicembre 2022, Teatro Municipale di Piacenza

Pubblicità