Dramma musicale popolare in quattro parti (prima versione del 1869)
Libretto di Modest Petrovič Musorgskij

Boris GodunovIldar Abdrazakov
FëdorLilly Jørstad
KsenijaAnna Denisova
La nutrice di KsenijaAgnieszka Rehlis
Vasilij ŠujskijNorbert Ernst
ŠčelkalovAlexey Markov
PimenAin Anger
Grigorij OtrepevDmitry Golovnin
VarlaamStanislav Trofimov
MisailAlexander Kravets
L’ostessa della locandaMaria Barakova
Lo JurodivyiYaroslav Abaimov
GuardiaOleg Budaratskiy
Mitjucha, uomo del popoloRoman Astakhov
Un boiaro di corteVassily Solodkyy
DirettoreRiccardo Chailly
RegiaKasper Holten
SceneEs Devlin
CostumiIda Marie Ellekilde
LuciJonas Bøgh
Video Luke Halls

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Coro di Voci Bianche dell’Accademia Teatro alla Scala
Nuova Produzione Teatro alla Scala

Sono molte le versioni del Boris e Chailly in queste sere ci presenta l’Ur-Boris la versione più radicale seguendo l’ultima edizione critica ricca di particolari che neanche Pavel Lamm ebbe occasione di eviscerare nella sua edizione.
 

  • 1869 prima versione in 7 scene, edizione eseguita in questi giorni alla Scala
  • 1871 seconda versione completamente autografa in un prologo e 4 atti, compreso l’atto polacco
  • 1896 prima revisione di Rimsky-Korsakov
  • 1908 versione definitiva di Rimsky-Korsakov eseguita con successo a Parigi, poi alla Scala e in tutto il mondo fino ad oggi, versione che ha permesso una diffusione capillare del capolavoro.
  • 1909 prima italiana avvenne alla Scala
  • 1939-1940 Sostakovich fa una nuova orchestrazione delle prime due versione autografe eseguite nel 1959
  • 1970 Esecuzione della versione Rimsky-Korsakov immortalata dai dischi Decca
  • 1979 Abbado esegue la versione 1971 alla Scala
  • 1997 Gergiev esegue le prime due versioni incise dalla Philips su 5 cd

Il dramma di Aleksandr Sergeevič Puškin (1799-1837) risale al 1825 ma venne pubblicato solo nel 1831.
Nel 1868 Rimsky e Mussorgsky lavoravano nello stesso appartamento e condividevano lo stesso pianoforte. Rimsky scriveva La fanciulla di Pskov con protagonista Ivan il Terribile zar precedente a Boris: la sorella di Boris sposò Fedor figlio maschio di Ivan, ma Fedor fu considerato pazzo. Dimitrj, secondo figlio maschio di Ivan venne invece ucciso (forse da Boris) e su questo omicidio si svolge la vicenda. La fanciulla di Pskov probabilmente era molto vicino alla poetica e alla musica del Boris ma non possiamo affermarlo con cognizione poiché le versioni incise o eseguite nel ‘900 sono delle ampie revisioni, fatte dal compositore, del lavoro del 1868. Nel 1863 Bizet compone il suo Ivan IV anche se non completo è stato inciso su 2 cd. Prokofiev compone il suo Ivan il terribile nel 1942. Mussorgsky ebbe occasione di vedere La Forza del Destino durante la prima tornata di recite a San Pietroburgo. L’opera sicuramente ha suggerito alcune scene dell’opera, il grande affresco popolare, la presenza di pellegrini nel secondo atto in Verdi e nella prima scena del Boris. Varlaam ex frate ha molto del buffo Melitone. I poveri affamati del IV atto di Verdi sono presenti in entrambe le opere. La musica del russo è tutta genuina questo è certo ma La Forza del Destino lo ha ispirato nella concezione del dramma.

Veniamo alla recita odierna. Ildar Abdrazakov è salito 88 volte sul palcoscenico della Scala, in questi ultimi 21 anni. 6 volte è stato protagonista del 7 dicembre. È inutile girarci intorno: senza Ildar Abdrazakov questo nuovo allestimento scaligero, per giunta inaugurale, non sarebbe stato lo stesso, anzi avrebbe perso tutta la sua forza e sarebbe risultato perfino non così attraente dal punto di vista vocale, e in parte anche da quello scenico. Il basso russo, seppur sprovvisto di una voce enorme, di per sé non determinante, o profondamente scura, ma comunque dal bel timbro, non fa assolutamente rimpiangere gli illustri Boris che si sono avvicendati su quel palco. In un’opera come questa, molto più intima di quel che si può credere -e in questo i russi sono imbattibili, nella letteratura e nel canto, ad affrescare la storia, enorme, e le vicende dei singoli, brevi ma memorabili, quasi quanto gli eventi attraverso cui fluiscono- l’interpretazione di Abdrazakov si è distinta per inusuale raffinatezza, senza far mancare all’appello momenti di furia ed ira scabrose, uniti a un carisma cui è stato impossibile non rimanere soggiogati. A parte l’assoluta, e ovvia, padronanza della lingua, e l’impeccabile linea di canto, controllatissima ma mai distaccata, la forza attoriale senza pari, quasi come una pietra preziosa di memoria medievale, ha catalizzato e rifranto ogni sua dote, accrescendole e portandolo a un meritato trionfo. La grande scena della morte, tutta giocata sul mezzoforte, e da qui scendendo, non può essere descritta a parole, ma merita di essere ascoltata in teatro, valendo da sola l’intera recita.

Da uno spettacolo costruito intorno a una simile interpretazione, non poteva che trarne vantaggio l’intera compagnia di canto, invero poco incline a stupire, mantenendosi su un livello sicuramente apprezzabile e di grande professionalità, ma certo non così incisivo: si sono distinti Ain Anger, autorevole e giustamente inquietante Pimen, nonostante una prestazione vocale non del tutto centrata, specialmente nella scena del monastero. Molto meglio durante la sua apparizione finale, allucinata e allucinante; Dmitry Golovin, nelle vesti di un Grigorij animato dalla voglia di vendetta e di giustizia, evidentemente molto in parte, ma dal timbro poco fascinoso, che ha cantato molto bene, senza però stupire troppo. Pimen è alla ricerca della verità, tutto avviene in scena sulla sua immensa pergamena.
Bene anche Stanislav Trofimov, valido e ben caratterizzato Varlaam, meno rozzo del solito, ma non per questo meno convincente. Varlaam canta una canzone popolare che viene orchestrata con perizia e varietà da Mussorgsky. Ottimo, poi, Alexey Markov come Scelkalov, una vera sorpresa. Norbert Ernst è un tenore acidulo, senza grande volume che rende bene il viscido Vasilij Šujskij. Il resto del cast, ben amalgamato, ha collaborato alla buona riuscita della serata, senza particolari distinzioni.

Altro grande protagonista, insieme a Boris e al “suo” cast, è stato il Coro del Teatro alla Scala che, per farla breve senza aggiungere inutili e verbosi aggettivi, è stato sconvolgente. Un plauso, dunque, ad Alberto Malazzi, maestro del coro, e ad ogni singola voce del suddetto. Eccellente anche il Coro di Voci Bianche dell’Accademia, diretta dall’inossidabile Bruno Casoni. Il popolo è manipolato dall’inizio alla fine durante l’opera. Nella seconda parte entra fortemente nella vicenda. Ci ricorderemo a lungo le grida “Pane, pane!”.

Riccardo Chailly firma una delle sue direzioni più riuscite, confrontandosi con una partitura estremamente complessa, ma perfettamente in sintonia col suo sentire e col suo eccezionale desiderio di ricerca -come espresso, per altro, in numerose interviste- di cui evidenzia ogni passo in avanti di Musorgskij rispetto ai suoi contemporanei, cesellando e mettendo sotto i riflettori tutte quelle particolarità che fanno di Boris un’opera molto più moderna del suo periodo di composizione. La sua lettura asciutta, di una violenza raccolta e dalle graffianti sonorità, ha trovato la giusta sintonia col canto e l’interpretazione di Abdrazakov, specialmente nelle parti più intimistiche. In quelle dove si poteva dare maggior spazio alla fantasia interpretativa, magari sottolineando certe sezioni dell’orchestra, come nella grande scena dell’incoronazione, mi è parso che l’asciuttezza della direzione facesse perdere qualcosa all’espressione, senza però farla risultare monotona, assolutamente, ma solo meno coinvolgente. Comunque, restiamo sempre nell’ordine della quasi perfezione, per una delle inaugurazioni dell’era Chailly da ricordare.

La regia di Kasper Holten, che non è certamente una grande regia, è più una “regia grande”, per dispiegamento di mezzi, sempre rilevante in uno spettacolo inaugurale alla Scala, per eleganza delle scene e per struttura principale dentro cui avviene l’azione, caratterizzata da una semisfera cava su cui è rappresentato l’impero russo, abilmente illuminata e davvero affascinante da vedere.
Holten vuole legare questa produzione al nome di Shakespeare poiché Boris visse nello stesso periodo del drammaturgo e poiché Puskin scrisse ispirandosi ai drammi come MacBeth, Riccardo III e Amleto. La seconda parte si svolge per il regista nella mente di Boris. Lo spettacolo si attesta su un generale senso estetico ricercato e raffinato, con trovate di sicuro effetto, coma la fuga verticale e surreale di Grigorij in Lituania. Meno fortunate, in certi casi al limite del sopportabile, le sanguinarie presenze di due attori, doppi dei figli di Boris e creazioni della follia del sovrano, immaginati come vittime simili al giovanissimo zarevic assassinato. Di assoluto nonsense drammaturgico, invece, la morte di Boris, pugnalato da dei traditori alla presenza di un Grigorij arcigno e finalmente vendicato: è stata vanificata così la forza dirompente dell’opera, in cui l’inarrestabile follia del sovrano lo porta, con estrema sofferenza, alla morte in una profonda solitudine mentale. Sono la paura, la pazzia, il potere, la storia, i rimorsi, la vita stessa a uccidere Boris, non il pugnale di un regista.

Mattia Merlo & Fabio Tranchida

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