Opéra en quatre actes di Alphonse Royer e Gustave Vaëz e Eugène Scribe
Musica di Gaetano Donizetti

Prima esecuzione: Parigi, Théâtre de l’Académie Royale de Musique, 2 dicembre 1840
Edizione critica a cura di Rebecca Harris-Warrick
© Casa Ricordi, Milano con la collaborazione e il contributo del Comune di Bergamo e della Fondazione Teatro Donizetti

Léonor de Guzman Annalisa Stroppa
Fernand Javier Camarena
Alphonse XI Florian Sempey
Balthazar Evgeny Stavinsky
Don Gaspar Edoardo Milletti
Inès Caterina Di TonnoUn signeur Alessandro Barbaglia

Direttore Riccardo Frizza
Regia Valentina Carrasco
Scene Carles Berga e Peter van Praet
Costumi Silvia Aymonino
Coreografia Massimiliano Volpini
Lighting design Peter van Praet

Orchestra Donizetti Opera
Coro Donizetti Opera e Coro dell’Accademia Teatro alla Scala
Maestro del Coro Salvo Sgrò

Nuovo allestimento della Fondazione Teatro Donizetti in coproduzione con l’Opéra National de Bordeaux

La versione originale francese de La favorite permette di apprezzare al meglio questo grand-opéra così raffinato e magniloquente. Il testo francese musicato nel 1840 era di grande modernità e sfidava la censura. L’amante di un Re, una regina che deve essere estromessa, la bolla papale, e i due amanti entrambi vestiti da frati (lui ha appena preso i voti, lei da finto novizio) che si giurano amore. Una famosa stampa dell’epoca raffigura proprio i due amanti/frati che si abbracciano con le fattezze di Gilbert Duprez e  Rosine Stoltz, primi interpreti. Verdi replicò la situazione nel IV atto de La forza del destino. L’acme di tutto questo contrasto tra religione, voti religiosi, passione e tradimenti si ha con la frase di Fernand “Mon amour est plus fort. Viens! Pour te posséder je serai sacrilège…”. Ecco la frase sacrilega che esplode nella scelta finale del tenore.


Per la prima volta in assoluto ascoltiamo la conclusione del duetto Le Roi/Léonor. Ho insistito personalmente presso il drammaturgo Alberto Mattioli poiché questo brano venisse eseguito. Il motivo del taglio fino dalle prime rappresentazioni sembra da rintracciarsi nella virulenza del testo: “La reine…” “Pour toi la répudie” “Et l’Église!” “Qu’importe?” “La couronne usurpée, cercle de feu, me brûlerait le front”. Un testo veramente forte anche per la Francia post-rivoluzionaria. Eliminando però il dialogo e la stretta del duetto il brano è sempre terminato con un episodio lento, un larghetto che per 180 anni non ha dato giustizia ad un componimento che necessita una conclusione rovente e modernissima di enorme contrasto con le gioiose danze che seguono subito dopo.
In questa versione al Festival Donizetti di Bergamo i 20 minuti di divertissment sono stati eseguiti integralmente, tessendo una storia ben sviluppata. In scena tanti letti a castello dove dormono le precedenti amanti de le Roi. Dopo qualche accenno di danza e un valzer con Léonor le donne baciano freneticamente le Roi che viene poi deriso. Loro stesse vengono derise dal coro che compare in scena poco prima dell’attacco del Finale secondo. Anche negli altri atti questi letti a castello, più o meno velati o spostati, costituiscono la scena dello spettacolo.
Altro elemento delle scene sono delle ampie grate dorate che indicano la reclusione sia reale che dell’anima dei personaggi. Delle proiezioni fanno intuire i giardini dell’Alcazar di Siviglia.
Un quartetto vocale notevole ha sostenuto i 4 atti dell’opera.


Léonor de Guzman è la magnifica Annalisa Stroppa, mezzosoprano bresciano dalla luminosa carriera. La voce è di notevole calibro e, sia nel registro grave che in quello più acuto, rivela una compattezza notevole. “O mon Fernand!” è eseguita con tutto il patetismo possibile mentre la cabaletta che segue è tragica e tesa. I due duetti d’amore con Fernand sono connotati entrambi dal dolore, il primo per la fuga di lei e il secondo per la morte vicina. Un taglio drammatico ben evidenziato dalla Stroppa chiamata per la prima volta ad eseguire la stretta del duetto con il Re.   
Fernand è Javier Camarena, tenore che ha appena inciso un lodevole CD su Donizetti Signor Gaetano. “Oui, ta voix m’inspire” è l’aria che conclude il primo atto: Camarena dopo 40 minuti di canto dall’inizio dell’atto, canta questo brano con una spigliatezza inusuale. La voce stentorea procede sul ritmo marziale in un crescendo emozionale che termina grandiosamente l’atto. “Ange si pur”, melodia proveniente da Le Duc d’Albe, viene cantato con nobiltà d’accenti e con acuti adamantini. Bravo nei due duetti con Léonor: nel secondo la struttura drammatica è estremamente varia e Camarena agisce in scena perfettamente fino alla tragica conclusione.  
Alphonse XI, le Roi, è Florian Sempey baritono dalla voce fresca e robusta, capace di porgere le frasi della sua aria con una notevole rotondità di piacevole ascolto. Si arroventa il discorso nel duetto con Léonor mentre a inizio terzo atto è impegnato in un terzetto dialogico molto apprezzato dal pubblico parigino che chiesero il bis. L’ampia voce avrebbe avuto necessità di qualche sfumatura in più per rendere il personaggio più sfaccettato.


Balthazar è il basso Evgeny Stavinsky di cui abbiamo parlato più volte qui sul TrilloParlante. Un basso potente e ricco colori che si impone come guida morale dell’opera. Il duetto nel primo atto è ben variato nella ripresa l’accento è sempre più autoritario. Il suo ingresso nel finale secondo è memorabile. Donizetti si ispira al cardinale Brogni de La Juive è crea un ruolo mastodontico e temibile. Il finale secondo è vetta irraggiungibile, al pari di quello de Les martyrs, di Aida e Don Carlos.
Don Gaspar è il valido Edoardo Milletti che schernisce il povero Fernand. Ne L’Ange de Nisida il personaggio era molto sviluppato come basso buffo e possedeva una aria che sarà di spunto per l’aria di Don Pasquale 3 anni dopo.
Inès è cantata con efficienza da Caterina Di Tonno.

Ottimo il direttore bresciano Riccardo Frizza che tiene salda con la sua bacchetta l’orchestra in una serrata progressione drammatica. Brillantissima la sinfonia dai colori rutilanti. I fiati emergono sempre nella chiara scrittura donizettiana. Colori spagnoleschi nelle concitate danze che hanno anche oasi di pace con il corno inglese e trombone solisti in due momenti diversi. Frizza riesce ha dare il colore giusto ai 4 atti e a enfatizzare il senso di morte e predestinazione che aleggia su tutta l’opera fin dalle prime battute fino al tragico epilogo.  

 


La regia di Valentina Carrasco, con i pochi elementi a disposizione, riesce ad essere sufficientemente varia. Come abbiamo detto risolve con una scelta interessante i ballabili. Interessante il baldacchino funereo del terzo atto. Un poco ripetitivi i letti a castello. Il doppio coro unisce le forze e ne esce una prova lodevole. Uno spettacolo molto interessante, una opera capolavoro che porta la musica di Donizetti al sublime. La versione francese rende giustizia al grande impegno compositivo del bergamasco.

Fabio Tranchida

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