Poesia di Jacopo Ferretti
Musica di Gaetano Donizetti

Prima esecuzione: Roma, Teatro Valle, 4 febbraio 1824
Edizione critica a cura di Maria Chiara Bertieri
© Fondazione Teatro Donizetti

Il marchese Giulio Antiquati Alessandro Corbelli
Gregorio Cordebono Alex Esposito

e con gli Allievi della Bottega Donizetti
Il marchese Enrico Francesco Lucii
Madama Gilda Tallemanni Marilena Ruta
Il marchese Pippetto Lorenzo Martelli
Leonarda Caterina Dellaere
Simone / Bastiano Lorenzo Liberali

Direttore Vincenzo Milletarì
Regia Francesco Micheli
Scene Mauro Tinti
Costumi Giada Masi
Lighting design Peter van Praet
Video Studio Temp
Animazione Emanuele Kabu
Drammaturgo Alberto Mattioli

Orchestra Donizetti Opera
Maestra al fortepiano Hana Lee
Coro Donizetti Opera
Maestro del Coro Claudio Fenoglio

Nuovo allestimento della Fondazione Teatro Donizetti

Per la prima volta in tempi moderni viene presentato L’ajo nell’imbarazzo come concepito per il Teatro Valle di Roma nel 1824. Pochi mesi prima, per il Teatro Argentina, Donizetti aveva riscritto Zoraida di Granata (presto verrà eseguita qui Bergamo…) con le modifiche del libretto dovute a Jacopo Ferretti. Lui stesso doveva redigere il nuovo libretto per l’opera al Valle usando un soggetto più volte già messo in musica. Donizetti face parecchie raccomandazioni al librettista poiché sapeva di avere un cast di tutto rispetto che doveva essere messo in risalto.
Ester Mombelli soprano famoso che per Rossini cantò alla prima di Demetrio e Polibio e da lì ad un anno avrebbe cantato alla prima del Viaggio a Reims. Savinio Monelli tenore già nella Gazza ladra e Adelaide di Borgogna. Nicola Tacci basso buffo per il ruolo di Don Gragorio (per Rossini fu il primo blanda (Scala di seta) e Filiberto nel Bruschino. Antonio Tamburini grande basso baritono a cui fu affidato il serioso Don Giulio: in questa prima versione ha una ulteriore aria nel primo atto e un terzetto/duetto nel secondo atto, entrambi i brani sono inediti ed eseguiti per la prima volta in tempi moderni. Ciò equilibra di molto la parte tra Don Gregorio e Don Giulio. L’edizione critica è opera di Maria Chiara Bertieri, che ha fatto un ottimo lavoro, basandosi non sull’autografo, al momento ancora irreperibile, ma su un manoscritto coevo con annotazioni di Donizetti e simile in tutto e per tutto al testo del libretto romano del 1824. Maria Chiara Bertieri aveva già edito la versione napoletana dell’opera dal titolo Don Gregorio ed era quindi la persona più adatta per restituire la prima versione dell’opera. L’opera ebbe molto successo fin dalla prima esecuzione e negli anni subì varie modifiche tra cui l’aggiunta di due duetti, uno tra Don Gregorio e Pippetto e uno tra Gilda e Leonarda, e la trasformazione dell’incipit del Finale I. A fine carriera, all’epoca del Don Pasquale, Donizetti esprime il desiderio di metterci mano per una nuova versione, idea carezzata negli anni ’40 anche per Le convenienze e inconvenienze teatrali.

   

Il successo dell’opera si deve anche dell’equilibrato libretto di Ferretti che non spinge mai sul caricaturale, ma cerca di creare caratteri reali e infondere sentimento alla vicenda. Anche il buffo Don Gregorio non eccede mai in una parodia, i due amanti sono ben tratteggiati, più forte e combattiva lei, più remissivo Enrico. Don Giulio rimane ancorato ai suoi principi da vecchia borghesia romana per tutta l’opera, lontano anni luce da un Don Magnifico o da un Don Bartolo.
La musica di Donizetti è vispa e sincera. Mentre Rossini stava in quegli anni amplificando le forme verso strutture mastodontiche (pensiamo a Matilde di Shabran sempre con Ferretti all’Apollo di Roma) Donizetti si rifà ad un Rossini precedente, quello delle farse o dell’Italiana in Algeri e taglia corto con strutture snelle e mobilissime. La stessa sinfonia dura meno di 4 minuti. Le strette sono molto varie e non hanno ripetizioni meccaniche. Nel finale primo non compare il concertato lento che blocca il fluire degli eventi, concertato presente nel quintetto del secondo atto.

Il regista Francesco Micheli, è il direttore artistico del Festival, e crea un altro dei suoi capolavori. Trasporta la vicenda nel 2042, fra venti anni, in una accattivante mondo virtuale dalle luci psichedeliche. Durante la sinfonia vediamo nel passato naufragare il matrimonio di Don Giulio poiché la moglie scappa con l’amante (l’affascinante attore Mattia Agatiello). Ecco spiegato dal regista l’odio atavico contro le donne da parte di Don Giulio che non permette ai figli di conoscere il mondo reale. Micheli dice proprio che i due anni di pandemia non hanno permesso ai giovani di vivere una vita “reale” ma troppo virtuale così come avviene sulla scena. Don Gregorio nel 2042 è un moderno istitutore con lavagnette magnetiche e strumenti virtuali. Tutti i personaggi hanno dei modernissimi occhiali a fascia che ci trasportano nel futuro. Le bianche pedane isolano quasi sempre i vari personaggi in un ambiente asettico. Una fascia di proiezione è usata durante tutto lo spettacolo per enfatizzare simboli, prospettive, realtà virtuali associate al 2042. Geniale la proiezione, tramite telecamere di sicurezza, del recupero di Bernardino, il fanciullo di Gilda, da parte di Don Gregorio. Bambino che compare realmente sulla scena estratto da una trasportino per cani! Nell’ultima scena si fa un salto avanti di alcuni anni e vediamo Gilda Presidente del consiglio (ogni riferimento alla realtà non è casuale) o addirittura Presidente della repubblica con tanto di corazzieri. Lo stesso Ferretti ci dice che le donne sono serve, ma regnano e sono nate a comandar. Un regia veramente intelligente e moderna.  

  


Il marchese Giulio Antiquati Alessandro Corbelli, veterano della parte. Abbiamo sentito più volte questo grande cantante e ci aveva commosso la sua recente performance nell’Adriana Lecouvreur alla Scala. Che nobili accenti, che tenuta vocale, che perfezione nel definire Don Giulio, pieno di astio e risentimento! Una prova maiuscola poiché il mezzo vocale non denota alcun affaticamento e le perorazioni finali delle due arie del primo atto sono perfette. Corbelli ha dovuto studiare per la prima volta la sua seconda aria e ne è uscita una piccola gemma con il pertichino di Don Gregorio.
Mattatore della serata è Don Gregorio Cordebono del bergamasco Alex Esposito che sente nelle vene il sangue di Gaetano. Una comicità sobria caratterizza la sua performance: quando vi è lui sulla scena catalizza tutte le attenzioni poiché ogni gesto ha una forza magnetica. Ottimo il canto, tondo e ben sbalzato evidente nella fluida introduzione e soprattutto nella aria del secondo atto descrittiva e saltellante. Esposito ha davvero una carriera internazionale ma rimane sempre legato alla sua natia Bergamo.   

Gli Allievi della Bottega Donizetti interpretano le restanti parti.
Il marchese Enrico è Francesco Lucii tenore di buon valore che ci restituisce un Enrico oppresso dal padre e sempre malinconico. Nell’aria del primo atto la voce è abbastanza scorrevole ma il suon rimane talvolta un poco chiuso. Il tenore è giovanissimo avrà modo di affinare le sue qualità.  Madama Gilda Tallemanni è la spigliata Marilena Ruta che disegna il personaggio molto bene. La cavatina di presentazione a piglio militaresco e canto ben sbalzato. Il rondò finale non è da meno e conclude la vicenda con un entusiasmo generale. Bene il marchese Pippetto interpretato Lorenzo Martelli, una specie di Pierinomolto divertente. Divertentissima la Leonarda di Caterina Dellaere (purtroppo senza il sue duetto con Gilda). Bene il Simone/Bastiano di Lorenzo Liberali.

Il direttore Vincenzo Milletarì riesce a consegnarci una partitura leggera e spumosa grazie all’orchestra Donizetti Opera. E’ una delle prime partiture di Donizetti, una partitura giovanile, e qui il bergamasco scrive archi e fiati come un ricamo senza inutili appesantimenti. Milletarì è agile e prezioso nelle vorticose strette dei vari brani sempre scorciate e a agili. La vicenda scorre veloce e sulle punte di piedi verso il Rondò risolutivo finale. Uno spettacolo bene riuscito, che sarà piaciuto ai tanti giovani e alle scuole che hanno visto le prove nelle settimane scorse. Il Festival ha in questi ultimi anni un rapporto particolare con le nuove generazioni. Prima dello spettacolo personaggi in tuta rossa ci trasportavano nel mondo del futuro coinvolgendo anche i bergamaschi di passaggio. Il programma di sala è come sempre molto valido e ricco di saggi approfonditi. Include anche la commedia in prosa originale scritta da Giovanni Giraud.


Fabio Tranchida

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