Opera in tre atti su libretto e musica di Richard Wagner

Interpreti

Hermann, Landgraf von Thüringen Tijl Faveyts
Tannhäuser  James Kee
Wolfram von Eschenbach Birger Radde
Walther von der Vogelweide Martin Mairinger
Biterolf Young Kwon
Heinrich der Schreiber Christian Sturm
Reinmar von Zweter Gerrit Illenberger
Venus Heike Wessels
Elisabeth Leah Gordon
Ein junger Hirt Julia Duscher

Orchestra dell’Emilia-Romagna Arturo Toscanini
Czech Philharmonic Choir Brno

Direttore Marcus Bosch
Regia Georg Schmiedleitner
Assistente alla regia Georg Simonsky
Scene Stefan Brandtmayr
Costumi Cornelia Kraske
Luci Hartmut Litzinger
Direttore del coro e primo maestro Petr Fiala
Secondo maestro del coro Michael Dvořák

Nuovo allestimento
Coproduzione Opernfestspiele Heidenheim OH! Fondazione Teatro Comunale di Modena, Fondazione I Teatri di Reggio Emilia

“Al penitente, salvezza di grazia fu donata, egli ora entra nella pace dei beati!”. Così il coro di pellegrini, cavalieri e cantori, alla fine della sofferta vicenda, si rivolge a Tannhäuser oramai morente, ma in pace con se stesso, con “Santa” Elisabeth e con la tremenda religione che lo vorrebbe eternamente condannato per gli atroci peccati commessi. Questo coro conclusivo, dunque, si configurerebbe come la catarsi suprema non solo del cantore penitente, ma anche del pubblico, finalmente purgato e liberato dal crescendo musicale di drammaticità. Ahimè, nonostante le premesse per nulla incoraggianti degli atti precedenti, con era immaginabile che pure queste considerazioni, cardinali per la risoluzione della vicenda, restassero mere illusioni, frutti guasti di un’idea registica costruita su costumi e scene al limite dell’inguardabile, su volgarità fini a se stesse, su un pressappochismo dominante, sulla mancanza assoluta di idee, sostituite da trovate fastidiose e prive di coerenza col dramma e i suoi significati. Così il finale, che per fortuna è stato musicalmente eccellente grazie allo straordinario Czech Philharmonic Choir di Brno, istruito da Petr Fiala e Michael Dvořák, e alla stupefacente Orchestra dell’Emilia-Romagna Arturo Toscanini, ha tradito, sconquassato e disatteso ogni più nera aspettativa, sebbene gli orridi presupposti ci avessero messi in guardia: Tannhäuser, redento, forse ma nemmeno troppo, viene strangolato da un Wolfram roso dalla più atroce invidia amorosa, accresciutasi per tutta l’opera. Il cantore geloso, anche lui perduto per sempre, si suicida sulle meravigliose note finali, tagliandosi la gola, mentre Elisabeth, novella prostituta del bordello registico sul monte di Venere, reincarnata, rediviva, o che so io, segue la dea con fare lascivo, demoniaco. A quanto pare questo è il modo, secondo Georg Schmiedleitner, con cui si “entra nella pace dei beati”. Risulta normale, dunque, mancando soprattutto un’idea registica anche solo marginalmente sufficiente a sostenere le sue decisioni sceniche e recitative, che i cantanti, a dire il vero poco soprendenti, abbiamo brillato meno delle loro effettive potenzialità, rimanendo impacciati, pur con qualche felice eccezione, nelle tessiture vocali estrememamente complesse e in un recitazione forzata e sguaiata.

James Kee, Tannhäuser in una tuta tamarra stile Adidas, prima nera, poi dorata, non inizia bene, e per tutto il primo atto non risulta convincente, soprattutto dal punto di vista vocale: la voce, infatti, sebbene sia dal colore non privo d’interesse, presenta problemi di emissione, soprattutto nelle note acute, sparate e mal sostenute, così come nel registro centrale, granuloso e poco incisivo. Il terzo atto, con tutta la grande scena della sfida poetica, lo vede impegnato in volgari siparietti, e quando canta risulta come appesantito da queste volgarità, esprimendosi in maniera grossolana -ma questo forse è un difetto della regia, che vede in lui più un pazzo ubriacone in astinenza che un raffinato poeta dalle esperienze peccaminose-. L’ultimo atto lo predispone a una maggiore partecipazione, permettendogli di redimersi vocalmente -spiritualmente neanche a pensarci- : il racconto del pellegrinaggio a Roma, al netto di qualche forzatura interpretativa e vocale, in parte soddisfa le attese, in parte ci fa pensare che se avesse cantato così fin dall’inizio, tutta la sua performance ne avrebbe di certo giovato.

Birger Radde, invidioso e malvagio Wolfram, ha un bel materiale di partenza, caratterizzato da un piacevole timbro baritonale caldo e insinuante, come il suo personaggio; tuttavia a volte si palesa qualche limite nel registro più alto e le note acute non sono sempre ben a fuoco. Gli altri registri, invece, dominati con apprezzabile professionalità, danno le maggiori soddisfazioni, specialmente nella poesia del secondo atto e alla fine dello stesso, come per tutto il terzo, in cui il duetto con Elisabeth regala emozioni intense. La sua prova, nel complesso, si rivela una delle più centrate della recita, sebbene la regia faccia di tutto per avvolgere il cantore in un’aura di malvagità incontrollata.

Tijl Faveyts, il Langravio Hermann, non impressiona particolarmente, privo di rilevanti guizzi vocali. I problemi più rilevanti si notano nel registro acuto, in cui le note si sbiancano e perdono corpo, facendo temere un esito infelice che fortunatamente non si verifica. Il basso si trova sicuramente più a suo agio nel registro centrale, in cui le frasi sono più timbrate, conferendo alle sue apparizioni una certa rilevanza. Una prova, in conclusione, più che sufficiente, per un ruolo a cui la regia non sembra aver conferito grande importanza.

Il restante parterre maschile, composto da Martin Mairinger, Walther, Young Kwon, Biterolf, Christian Sturm, Heinrcich, Gerrit Illenberger, Reinmar, si disimpegna abbastanza bene, più nella resa generale che nelle singole prestazioni: il cenacolo dei cantori, infatti, risulta affiatato, soprattutto nel gioco di sguardi e azioni del secondo atto, così come nella fusione delle voci durante i momenti corali, gradevole e molto musicale.

Heike Wessels, nelle vesti di una Venus direttrice e maitresse di un drive motel, posizionato sul monte di Venere, si disimpegna con relativa sufficienza, privando però la dea di ogni fascino vocale e interpretativo: la voce, ampia, risulta tuttavia priva di grazia, afflitta da un’emissione avventata che la porta a lanciare note acute spericolate, non meno avventate di alcune nel registro centrale. Il colore scuro, invece, si adatta bene all’idea registica che la immagina come una spietata virago. Ciò le permette di riuscire più come attrice che come cantante, soprattutto nelle apparizioni fuori libretto, che la vedono protagonista anche negli altri atti, fino alle sue ultimissime battute.

Leah Gordon, pura e casta Elisabeth, tale almeno fino alla fine dell’opera, è stata sicuramente la gemma più preziosa della serata: il timbro è pregevole, nonostante qualche iniziale asperità, che però passa subito in secondo piano; tutta la scena che apre il secondo atto, cantata aggirandosi per la platea, colpisce per controllo del fiato, omogeneità di registri, immedesimazione nel ruolo e gestione del registro acuto, componenti tutte che le assicurano l’unico applauso a scena aperta della serata, mentre la musica continua a scorrere. Colpisce anche nel duetto con Tannhäuser e per tutta la durata del secondo atto, sino all’accorata preghiera a Dio sul pentimento dell’amato, in cui i gesti misurati fanno dimenticare tutte le incongruenze registiche viste fino ad allora. Ma è nel terzo atto che mostra maggiore presa sul pubblico, che commuove e appassiona alle sue sorti e a quelle dell’amato poeta, apparentemente perduto sulla via per Roma: ogni frase è accentata con gusto e anche l’emissione di poche, mirate note, quasi pallide nel loro condurla al cielo, che poi riprendono colore quando l’abbandono a Dio è totale, ci coinvolge nel suo percorso trascendente. Per lei gli applausi più sonori e meritati, assieme a quelli per lo straordinario coro.

Marcus Bosch guida con perizia l’impeccabile orchestra Arturo Toscanini, rifinendo ogni parte e ricevendo dai professori un suono levigato, omogeneo, quasi perfetto. Un plauso, in tal senso, agli archi e ai fiati, impegnatissimi in questa colossale partitura. Dal lato interpretativo si registrano dei tempi piuttosto dilatati, con poco mordente, che in certi momenti, come nell’ouverture, si sarebbero preferiti più decisi e incisivi. La prova, comunque, resta apprezzabile, sia per il rapporto coi solisti, sempre sostenuti a dovere, che con il coro, impegnato sia in palcoscenico che in platea, rendendo più difficoltosa la calibratura dei volumi. Ottimi anche gli evidenti sforzi di guidare i protagonisti verso un’interpretazione più misurata e sentita, in totale controtendenza con ciò che sono stati costretti a compiere in scena. Anche per lui gli applausi più sentiti e meritati della serata.

Funzionale e centrata anche le prova, nelle loro brevi apparizioni, di Julia Duscher come giovane pastore, e delle giovanissime voci bianche del coro del Teatro Comunale di Modena, ben istruite da Paolo Gattolin.

Non pervenuti i responsabili della regia. Meglio per loro. Davvero.

Mattia Marino Merlo – Teatro Municipale Valli di Reggio Emilia, 18 novembre 2022

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