Poesia di Lorenzo Da Ponte (nato Emanuele Conegliano)
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart

Don GiovanniGuido Dazzini
Don OttavioDidier Pieri
CommendatorePietro Toscano
Donna ElviraMarianna Mappa
Donna AnnaElisa Verzier
LeporelloAdolfo Corrado
MasettoFrancesco Samuele Venuti
ZerlinaGesua Gallifoco


DirettoreRiccardo Bisatti
RegiaMario Martone (ripresa da Raffaele Di Florio)
Scene e costumiSergio Tramonti
LuciPasquale Mari
CoreografiaAnna Redi
Maestro del CoroDiego Maccagnola


Orchestra I Pomeriggi Musicali
Coro OperaLombardia

La recita di Don Giovanni , cui ho assistito domenica 16 ottobre al Teatro Grande di Brescia, ha dell’incredibile. Eppure occhi e orecchie non mentono, né possono essere ingannati, almeno non così bene: infatti, quello che illustri e celebrati direttori d’orchestra considerano troppo spesso un grave errore, ovvero affidare opere enormi e complesse, come è appunto la cattedrale laica del Don Giovanni, a direttori ancora poco rodati e cantanti senza decenni di carriera alle spalle, può risultare un disastro, nel nostro caso ha sancito l’eccezionale riuscita dello spettacolo, capace d’instillare stupefazione, gioia, euforia e positivo sconcerto in chi vi ha assistito.

Riccardo Bisatti, direttore d’orchestra classe 2000, mi ha seriamente messo a “disagio”, nella più alta accezione che un tale termine può avere, ovviamente: si stenta a credere a quello che è stato in grado di fare, ma è innegabile che ci fosse lui su quel podio, a dirigere con una grande passione e un immane studio alle spalle. Dalla sua bacchetta, sempre attenta e vigile, senza per questo risultare leziosa, è fuoriuscita una concertazione abilissima nel dosare dinamiche e agogiche, fondamentali in Mozart per la comprensione drammaturgica degli eventi e per la corretta fruizione del dramma. Il giovane maestro, per altro anche clavicembalista, pianista e compositore, ha conferito alla narrazione colori e accenti di buon gusto e inusuale levigatezza, trovando il giusto equilibrio tra slanci sentimentali e momenti di raccoglimento, senza far apparire gli uni come furiosi attacchi di agitazione, gli altri come rallentamenti eccessivamente patetici. Inoltre, ha sostenuto i cantanti con sensibilità, guidando l’orchestra quasi fosse anch’essa una voce, così da spronarla a dare il meglio, e ottenendo da lei una risposta adeguata al livello che voleva raggiungere, e ha raggiunto, sotto l’aspetto interpretativo. Si può parlare di ampio margine di crescita, ovviamente, magari nei recitativi, dove qualche guizzo di originalità in più non avrebbe guastato, ma insomma siamo di fronte a un prova quanto meno eccezionale, non raggiunta, mi sbilancio, da direttori con qualche annetto in più.

Il cast, giovanissimo, ha risposto generalmente molto bene a questa riuscitissima direzione. Guido Dazzini, nelle irriverenti e maliziose vesti di Don Giovanni, si è trovato a suo agio in palcoscenico e ha restituito una buona prova, al netto del perdurare di un’indisposizione, tale però da non impedirgli di cantare bene e risultare pienamente convincente. Il bel timbro chiaro, brunito e avvolgente, contraltare ideale a quello di Leporello, si sposa perfettamente con l’interpretazione di un Don Giovanni empio, libertino e passionale, ma dai modi raffinati e insinuanti, senza ricorrere a una lettura troppo maschia e volgare. Gli accenti sono precisi e funzionali, così come il fraseggio, gustoso e abile nel sottolineare parole o versi ammiccanti e sensuali; la presenza scenica, aitante e fascinosa, è quel quid che rende del tutto credibile la sua resa interpretativa, specialmente nei duetti e nei concertati, dove voce e recitazione lo mettono giustamente in risalto.

Didier Pieri, negli eleganti panni di Don Ottavio, ammalia per bellezza timbrica, linea vocale impeccabile e ricerca del fraseggio. Il sostegno a tutti questi fattori di primaria importanza arriva da altrettante fondamentali capacità: controllo del fiato ineccepibile, emissione sempre pulita e rifinita, appoggio dei suoni senza alcuna sbavatura. Il giovane tenore, grazie a ognuna di queste caratteristiche, padroneggiate al meglio, s’impone senza riserve durante la recita, fin dall’aria “Dalla sua pace” . Plauso anche per la dizione, formidabile nello scolpire ogni singola parola, restituendo sempre il senso di ciò che canta, specialmente nei recitativi, ricchi di pathos e mai fini a se stessi, diversamente da ciò che accade spesso. Un simile ventaglio di abilità, insomma, si unisce al raffinato gusto interpretativo del tenore, tale da non delineare un Don Ottavio svenevole, troppo affettato eoscurato da vezzi fini a se stessi, ma capace di configurarlo come un uomo colto, garbato e innamorato, giustamente fornito di una buona dose di spirito vendicativo e amoroso.

La Donna Elvira di Marianna Mappa è vocalmente generosa, affascinante e vendicativa, sorretta da un timbro gradevole, omogeneo e di spessore. Il suo personaggio, dilaniato da passione e gelosia frementi, risulta costruito in maniera convincente, con particolare efficacia nelle interazioni con gli altri protagonisti. Al netto di qualche nota acuta un po’ aspra, la dizione è perfetta, come anche il fraseggio, levigato e ben studiato, sfoggiando poi, nel registro centrale, dei suoni gradevolissimi. Insomma una prova in crescendo, ideale per dare il giusto risalto a un’amante insicura, dibattuta tra l’influenza di Don Giovanni e la volontà di liberarsene.

Elisa Verzier, Donna Anna, dalla voce cristallina, anche se non priva di qualche forzatura in alto, sa restituire in modo efficace, senza inutili svenevolezze, il patetismo del suo ruolo, troppo spesso affetto da esagerati afflati melanconici sia nella voce che nella recitazione. Ne emerge, dunque, una donna molto meno debole e fragile di quel che ci si aspetterebbe, complice anche una buona proiezione dei suoni e un’attenzione al fraseggio minuziosa e ragionata. Ottima anche l’alchimia creata con Don Ottavio, in grado di mettere in risalto questa coppia sui generis del panorama operistico.

Adolfo Corrado ha delineato un Leporello indimenticabile per canto e recitazione: il timbro caldo, avvolgente, dal colore personale e ricco di armonici, unito a una dizione perfetta e a un abilissimo controllo dei fiati, specialmente nei suoi momenti topici, gli hanno permesso di delineare un servo di Don Giovanni astuto, beffardo, ironico e malizioso al punto giusto. Magistrale nella resa della sua celebre aria “Madamina il catalogo è questo” e nei recitativi, sicuramente i migliori insieme a quelli del Don Ottavio di Didier Pieri. Per tutto lo spettacolo Corrado mantiene alte l’attenzione e la curiosità verso il suo personaggio, grazie anche all’innata simpatia che trasmette, calibrando gesti e accenti, senza risultare mai sguaiato o fuori fuoco.

Francesco Samuele Venuti, Masetto, onora il personaggio, tacciato di essere poco incisivo a livello drammaturgico e musicale, con un’interpretazione di prim’ordine. Grazie a una vocalità consistente e di ottima qualità, fornita di fraseggio studiato e recitazione misurata ma fortemente partecipata, è in grado di dare anima, voce e corpo a un ruolo che ho più volte visto trattato in maniera insipida, come se chi lo cantava non fosse poi così contento di farlo. Venuti, invece, lo canta bene, sente quello che canta e ottiene il risultato di far piacere perfino questo grande geloso a rischio “cornificazione”, che nell’opera non brilla per simpatia.

La Zerlina di Gesua Gallifoco ha una sensualità vocale e attoriale estremamente comunicativa: la linea di canto, sempre corretta e a fuoco, morbida e gradevole, non le impedisce di sfoggiare una certa carnale passionalità, ricca di sottintesi e malizia, sottolineata dal fraseggio curato e dalla spigliatezza scenica notevole. Briosa al punto giusto, anche lei costruisce un personaggio convincente, fresco e, per certi versi, inedito.

Pietro Toscano, il Commendatore, nonostante la posizione precaria cui la regia lo costringe, in alto e molto indietro, ha la giusta incisività e una buon volume vocale. Il timbro, tuttavia, è forse troppo chiaro per l’aura sacrale e sepolcrale del personaggio, comunque sostenuto da un fraseggio funzionale e una non secondaria volontà d’imporsi come figura esiziale per il nostro empio da punire.

Ottimo l’apporto dell’Orchestra I Pomeriggi Musicali, dal suono ricco, ben tornito e senza sbavature evidenti, ottima nel seguire la puntuale bacchetta del giovane direttore; funzionali e ben cantati, invece, gli interventi del Coro OperaLombardia.

La regia di Mario Martone, ripresa da Raffaele Di Florio, è basata su una grande scena fissa, composta da una tribuna semicircolare, simile a un teatro elisabettiano, che nel finale dell’opera crollerà su se stessa, con notevole colpo d’occhio, per inghiottire Don Giovanni e il Commendatore. Gli scranni, adombrati o illuminati da un pregevole gioco di luci, vero protagonista dello spettacolo, insieme ai movimenti scenici studiati e a un lavoro sulla recitazione dei cantanti impeccabile e ben calibrato. Forse, nell’ambiente teatrale raccolto del Grande di Brescia, la struttura di corridoi di legno che circonda la buca d’orchestra e i corridoi adiacenti della platea appare un po’ sproporzionata e fine a se stessa, soprattutto se si tiene conto che gli interpreti in più di un caso cantano molto avanti, dando le spalle al direttore e non risultando ben visibili da tutti gli spettatori in teatro, specialmente in galleria e nei palchi. Il resto funziona tutto benissimo, anche i costumi settecenteschi ideati da Sergio Tramonti, curatore anche delle scene. In generale, però, si ha l’impressione di star vedendo qualcosa di datato, polveroso, come se questo Don Giovanni abbia fatto il suo tempo e che solo una compagnia di canto così affiatata e capace possa dargli nuova vita e nuovo lustro.

Mattia Marino Merlo – Teatro Grande di Brescia, domenica 16 ottobre 2022

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