Melodramma buffo in due atti di Cesare Sterbini dalla commedia omonima di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais

Musica di Gioachino Rossini

RosinaVasilisa Berzhanskaya
Don BartoloFabio Capitanucci
FigaroNicola Alaimo
Conte d’AlmavivaRuzil Gatin
Don BasilioEvgeny Stavinskiy
BertaCarmen Buendìa
Fiorello / Un ufficialeEduardo Martìnez Flores
DirettoreDaniele Gatti
RegiaDamiano Michieletto
Ripresa daAndrea Bernard
CostumiCarla Teti
LuciAlessandro Tutini
Maestro del CoroLorenzo Fratini
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino

L’ennesima ripresa settembrina del Barbiere di Siviglia, ormai quasi un appuntamento fisso a Firenze, proprio in questo periodo dell’anno, porta con sé la mirabolante, nel senso di portentosa e stupefacente, direzione di Daniele Gatti. Il maestro, nonché direttore principale del Maggio, trae da questa partitura, inflazionata un po’ ovunque e talvolta poco sorprendente, nuova vita e nuova forza, sia nella scelta delle dinamiche che delle agogiche, come nel lavoro sui cantanti e sulle loro interazioni con orchestra e clavicembalo. Volendo partire proprio dai recitativi, si potrebbe essere quanto mai munifici di apprezzamenti: nessuna parola, nessun accento, nessuna frase è abbandonata a se stessa, e tutti questi elementi collaborano per arricchire i dialoghi tra i personaggi, scatenando e liberando ora ilarità, ora malinconia, ora vera e propria comicità. Ancora più grande il merito, dunque, di aver reso un caleidoscopio musicale e attoriale quella parte di spartito che rischia di scivolare via o addirittura annoiare.
Meraviglioso, poi, tutto il secondo atto, con tempi comici eccezionali e realmente divertenti, alternati a languori e affanni, in quei punti dove è facile risultare banali o ancor peggio perdere il filo della narrazione, come nella lezione di canto, nella “cacciata” di Don Basilio o nella scena della fuga dal balcone. Risalendo ancora indietro, fino al primo atto, sono parse geniali e quasi d’avanguardia certe scelte nei tempi e nei suoni, volte a sottolineare i diversi aspetti delle situazioni in palcoscenico, specialmente nelle celeberrime arie di Figaro e di Rosina, quest’ultima arricchita da variazioni gustose ed eleganti. Tale vis interpretativa e attenzione al dettaglio estrema, tutt’altro che pedante, erano prevedibili già dall’ouverture, dove al culmine della velocità certi stranianti rallentando conferivano un senso di modernità tutto nuovo e realmente sorprendente.
Un plauso meritato, dunque, anche all’Orchestra del Maggio, quanto mai viva e guizzante, naturale protagonista della serata, con ogni sua parte eccellente e puntuale. Successo da stadio, com’era prevedibile, per Gatti e per l’orchestra.

Un simile lavoro di concertazione e direzione ha potuto contare su un cast eccellente, a tratti eccezionale:

Nicola Alaimo, nelle vivaci vesti di Figaro, ha fraseggiato con innata comicità ed estremo gusto la parte del barbiere, facendo scorrere le frasi musicali con impeto calibrato (l’ossimoro è voluto) e maniacale cura del loro senso logico, rendendo credibile e funzionale ogni singola parola da lui cantata. La voce, poi, rotonda, robusta e calda ha trovato sempre la strada migliore per stupire e coinvolgere, distinguendosi per timbro e omogeneità sia nei singoli interventi che nelle parti d’insieme. Sin dall’attacco di “All’idea di quel metallo”, ad esempio, o durante i tentaivi di sbarbare Don Bartolo, voce e recitazione gli hanno permesso di dominare la scena, facendo venir voglia di vederlo in palcoscenico anche quando la parte non lo prevedeva. Il successo che lo ha accolto è stato meritato e sincero.

Vasilisa Berzhanskaya, Rosina, conferma a ogni mio ascolto la bellezza del timbro, la tecnica eccellente e il gusto ricercato nel canto e nel fraseggio. La voce è puro velluto, con un colore a metà tra il mezzosoprano e il contralto, capace però di acuti sicuri e pianissimi timbrati e corposi. La verve interpretativa, unita a un sapiente sfoggio delle colorature, ottimamente eseguite senza sbavature, le hanno permesso di emergere al meglio in ogni suo intervento, dalla celebre aria “Una voce poco fa”, impreziosita da variazioni fascinose, fino alla scena della lezione di musica, in perfetta sintonia con gli altri protagonisti, Capitanucci e Gatin. Per lei pieno e festoso successo alla fine dello spettacolo.

Ruzil Gatin, Conte d’Almaviva, è un tenore sempre più in ascesa, e a buon diritto, aggiungerei. È vero che il timbro a volte si schiarisce, perdendo corpo, ma la cura del fraseggio e dell’interpretazione, come del registro acuto e della coloratura, laddove lo spartito la richiede, sono ammirevoli e di sicuro effetto sul pubblico. Da quando lo ascoltai la prima volta a Pisa, nel Mosé in Egitto, ho potuto constatare personalmente la crescita e la maturazione come artista, sicuramente a suo agio in questo repertorio.
“Ecco ridente in cielo” è cantata con gusto e mostra i pregi del suo timbro gradevole e raffinato, come pure il divertentissimo duetto con Figaro, in cui il tenore compete bene in disinvoltura con l’esuberanza di Alaimo/Figaro. Peccato per il “Cessa di più resistere”, tagliato, che poteva essere la ciliegina sulla torta di un Barbiere completo in tutto. Successo finale anche per lui.

Fabio Capitanucci, Don Bartolo, ha anche lui disinvoltura e capacità sceniche da vendere. Oltre a una voce e un timbro adatti e precisi per questo ruolo di basso buffo, è molto abile nel sillabato e nella gestione dei fiati, e nonostante la proverbiale difficoltà della sua aria “A un dottor della mia sorte”, dove pure i tempi staccati da Gatti sono furiosi, ne esce al meglio, grazie anche alla recitazione personale, appassionata ma mai macchiettistica. Per tutta la parte, comunque, contende la scena coi colleghi, sia per recitazione, facendo ridere e divertire di gusto nei duetti col Conte e nella scena della lezione di musica, sia per doti musicali. Caldo successo per lui durante gli applausi finali.

Il Don Basilio di Evgeny Stavinskiy si amalgama bene coi colleghi, senza però brillare troppo. Il timbro è corposo e perfetto per il ruolo, ma una certa pronuncia dell’italiano, tipica dei cantanti dell’est Europa, legata a una fonazione perfettibile, hanno fatto passare in sordina l’aria della Calunnia, nonostante gli acuti sicuri, permettendogli comunque di restituire un’immagine ben tratteggiata dell’inquietante maestro di musica, grazie anche a una presenza scenica autorevole e una voce sonora. Successo pieno e caloroso durante le chiamate alla ribalta.

Brava e in parte Carmen Buendìa, Berta spigliata, prima tranquilla cameriera, poi vivace donna matura ancora piena di passione. La giovane cantante, grazie a una voce ben emessa e dal timbro personale, nonché a una presenza scenica ammaliante, specie nella sua scena del “vecchiotto cerca moglie”, si è assicurata la simpatia e il successo del pubblico, meritato e sentito.

Eduardo Martínez Flores, nei doppi panni di Fiorello e dell’Ufficiale, ha dato il giusto e meritato risalto a queste parti, troppo spesso relegate a passare inosservate o ad essere mal cantate. La voce è bella, ampia, e fin dall’inizio cala lo spettatore in una recita dal livello qualitativo eccellente. Il timbro è personale e omogeneo, il che ci fa attendere ulteriori sue prove al Maggio e altrove con sincero interesse. Successo anche per lui, meritato nonostante la brevità delle sue apparizioni.

Sugli scudi la prova del coro maschile del Maggio, preciso, puntuale e musicale come sempre. Una certezza che dà grandi soddisfazioni una volta di più.

La regia di Damiano Michieletto, ripresa da Andrea Bernard, è ormai di casa al Maggio, rappresentata ininterrottamente dal 2015.
La scena spoglia dove pare non esserci nulla e invece c’è tutto, il gioco di luci continuo e gradevole, la ricerca mirata sulla recitazione, le gag e le trovate a tratti esilaranti, a tratti fantasiose, la presenza di costumi sgargianti e colorati, uniti a cantanti attori che non si risparmiano ma interpretano davvero, sono la cifra stilistica di questa messa in scena “senza scene”. Molto azzeccata, va aggiunto, la scelta delle luci di Alessandro Tutini, nonostante un riflettore interno al palcoscenico che ha fatto le bizze per gran parte dello spettacolo, senza per questo inficiarlo. Curiosi anche i costumi di Carla Teti, forse non sempre azzeccati, ma di sicuro effetto sul pubblico che li vedeva per la prima volta (meno su chi conosceva quest’idea registica praticamente a memoria).
Non volendo dilungarmi troppo sull’analisi visiva, oramai sezionata negli anni da molti colleghi, pongo come suggello a questa recensione le parole di una bambina di sei anni, seduta vicino a me, dette alla mamma, tra le risate, verso la fine dell’opera:

– Come sarebbe bello restare a dormire qui dentro… ci si diverte troppo –
Credo siano sufficiente a decretare il successo di uno spettacolo splendidamente riuscito come questo: bambini che ridono e si divertono e adulti che tornano a sognare in tempi tanto bui.

Mattia Marino Merlo – Auditorium Maggio Musicale Fiorentino, 12 settembre 2022