Commedia lirica in tre atti, su libretto di Giuseppe Adami

Musica di Giacomo Puccini

Prima rappresentazione: 27 marzo 1917, Grand Théâtre de Monte Carlo

Magda Jacquelyn Wagner

Lisette Mirjam Mesak

Ruggero Ivan Ayon Rivas

Prunier Didier Pieri

Rambaldo Vincenzo Neri

Périchaud Zhihao Ying

Gobin Francesco Lucii

Crebillon Davide Battiniello

Ivette Ginevra Gentile

Bianca Ayaka Kiwada

Susy Eva Maria Ruggieri

Un Maggiordomo Ivan Caminiti

Un Cantore Goar Faradzhian

Adolfo Dario Zavatta

Una Grisette Shiori Kuroda

Una Donnina Valentina Pernozzoli

Un’altra Donnina Taisiia Gureva

Rabbonier Zhihao Ying

Maestro concertatore e Direttore Robert Trevino

Regia, Scene, Luci, Costumi Denis Krief

Danzatrici Chiara Cinquini e Maya Quattrini

Sound designer Luca Bimbi

Assistente alla regia Pia di Bitonto

Orchestra e Coro del Festival Puccini

Maestro del coro Roberto Ardigò

È proprio il caso di dirlo: “Sor” Giacomo torna a sorridere e porta il bel tempo, dopo giorni tristi  per la Versilia e la Toscana intera, allietando e celebrando l’eccellente conclusione del Festival in suo onore. Elaborate le sofferenti tribolazioni della principessa di gelo, la malinconica dolcezza e la commovente amarezza de La rondine hanno preso il sopravvento sulle rive del lago, restituendo tutto l’affetto che Puccini provava per questa sua preziosa composizione, chiave di volta per la comprensione delle sue prove estreme, Trittico e Turandot. Lungi dall’essere un’operetta, come originariamente era stata concepita dall’autore, La rondine è in tutto e per tutto una delle opere della maturità, dalla gestazione difficile, certo, ma dai risultati alti e assolutamente apprezzabili, che la rendono un vero e proprio scrigno di raffinate melodie e temi musicali quanto mai commoventi, capaci ancora oggi, per la loro incredibile modernità, di muovere al pianto gli spettatori. Merito, questo, non solo dell’opera in sé, ma anche di una compagnia di artisti che ha reso onore a ciò che cantava, mostrando una maturità non comune e un affiatamento, talvolta difficile da trovare anche nelle compagnia più blasonate, che è giunto fino al pubblico, rapendolo inevitabilmente.

Jacquelyn Wagner, nelle vesti di Magda, ha interpretato con buon gusto e totale adesione alla parte il ruolo della donna innamorata, ma purtroppo legata ancora al suo incombente passato di cortigiana. La voce, brillante e vivace, ben si adatta al personaggio e restituisce quella leggerezza tipica delle giovani parigine ritratte all’interno dell’opera. Nel registro medio mostra di stare più a suo agio, emettendo sempre delle frasi ben timbrate e a fuoco, mentre in quello acuto si palesa qualche difficoltà, soprattutto nella tenuta delle note, che tuttavia viene compensata da una piacevole disinvoltura scenica. Apprezzabili anche i pianissimi e le mezze voci, di cui dà sfoggio nella ripresa del celebre brano “Chi il bel sogno di Doretta” e nel terzo atto, soprattutto nei duetti, sia con Ruggero che con Prunier, dove il dramma si fa palpabile. Altra cosa da rivedere e correggere, valida per ogni opera, è la corretta pronuncia dell’italiano, che talvolta è mancata e ha compromesso non solo l’intelligibilità del libretto ma anche, e soprattutto, l’emissione di alcune note: migliorandola, ne gioveranno di certo il fraseggio e la credibilità del personaggio, già molto buoni e soddisfacenti. Per lei pieno successo durante gli applausi finali.

La Lisette di Mirjam Mesak è stata piacevolissima e coinvolgente nella parte della maliziosa e piccante cameriera di Magda. La voce, sempre ben proiettata e omogenea nei registri, a eccezione di qualche suono non molto timbrato nel registro più basso, si è dimostrata perfetta nel descrivere le smanie e le dolcezze che il personaggio di volta in volta presenta, senza scadere in una resa eccessivamente macchiettistica. Gli acuti saldi, mostrati sia nel primo atto che nell’ultimo, il registro centrale ottimo, sorretto anche da una pronuncia più che buona dell’italiano, e la sua incredibile freschezza scenica le hanno garantito il favore del pubblico fin da subito, palesatosi completamente durante le chiamate alla ribalta.

Ivan Ayon Rivas, nei panni del giovane romantico Ruggero, ha confermato e ribadito la sua incredibile crescita, nonché dato sfoggio una volta di più di un timbro caldo e omogeneo, balsamo per le orecchie. Se all’inizio dell’opera, come anche vuole il personaggio, sembra dimesso e impacciato, appena lo spartito lo mette nella possibilità di cantare distesamente e dare sfoggio della sua voce, il giovane tenore lo fa senza riserve: il registro acuto è saldo, quasi impeccabile, e la voce non perde il suo gradevole timbro in nessuno dei registri, consentendogli anche delle mezze voci da manuale. Il fraseggio, inoltre, è preciso e personale, dovuto anche a una puntualissima pronuncia dell’italiano, che gli permette di dare il giusto rilievo anche alle frasi musicali meno congeniali per la sua voce. Nel secondo atto, durante il celebre brindisi “Bevo al tuo fresco sorriso”, e per tutta la grande scena finale del terzo atto, dove il giovane uomo scopre in un punto che il suo sogno d’amore non potrà realizzarsi, la recitazione misurata ma partecipe, unita ad una voce ben emessa, colpiscono il pubblico e portano inevitabilmente alle lacrime. Caloroso successo anche per lui.

Didier Pieri, Prunier, grazie anche alla rilevanza del suo personaggio, poeta e innamorato, nell’economia della vicenda, è stato il mattatore scenico della serata. Debuttante in questa gustosa parte, ha deliziato il pubblico con un’immersione nel ruolo totale e con una voce sorprendente, finalmente apprezzata in una veste di quasi protagonista, che fa presagire, e giustamente, interpretazioni principali nei futuri allestimenti a cui prenderà parte. Fin dalle prime battute, la voce ben emessa, limpida e leggera, si badi bene, non nel senso di piccola, ma di dolce e piacevole, ci ha fatto capire che avremmo assistito a una degna e ottima resa di questo personaggio, talvolta relegato in secondo piano, ahimè, da vocalità troppo povere. La canzone di Doretta, impreziosita da mezze voci e pianissimi, insieme a un’equilibrata gestione del registro acuto, avrebbe meritato un applauso a scena aperta. Pure nel secondo atto i suoi interventi hanno il giusto peso e sottolineano con precisione gli snodi della vicenda, mentre nel brindisi la voce si amalgama bene a quelle degli altri solisti, senza perdere però la sua particolare connotazione. Nel terzo atto, poi, in particolare nella simpatica scena con l’amata Lisette, dà ulteriore prova di una vocalità ricca, matura e solida, (ben risolto il terribile do della frase “fuori dal mondo”), fino alle ultime sue frasi rivolte a Magda, presaghe del malinconico finale. A impreziosire il tutto un fraseggio giusto e misurato per il ruolo, che rischia di essere tratteggiato un po’ troppo sopra le righe, e una pronuncia dell’italiano limpida e chiara. Vivo e prevedibile successo anche per lui.

Il resto del cast, è importante sottolinearlo, fin nelle più minime parti, ha contribuito in maniera determinante al successo della serata.

Vincenzo Neri ha delineato un Rambaldo sonoro e ben timbrato, dalla voce sufficientemente brunita e dal fraseggio puntuale, abile nel descrivere la figura dell’anziano protettore di Magda.

Bene e squisitamente in parte anche il Périchaud di Zhihao Ying, il Gobin di Francesco Lucii e il Crebillon di Davide Battiniello, come anche il corrispondette terzetto femminile di Ivette, Bianca e Susy, interpretate rispettivamente da Ginevra Gentile, Ayaka Kiwada ed Eva Maria Ruggieri.

La direzione di Robert Trevino, nonostante abbia mantenuto sempre alta la coesione orchestrale, ha peccato di brillantezza e personalità. La rondine è una composizione che ben si presta a una lettura vivace, brillante e colorita, pure con pennellate operettistiche, che però il direttore ha dato solo in rare occasioni, restituendo, specialmente col valzer del secondo atto e con i vari balli dell’opera, l’immagine di una Parigi  Secondo Impero più dimessa del solito. Molto meglio le oasi liriche e più drammatiche, come il terzo atto e il suo finale, in cui l’orchestra del Festival Puccini ha trovato delle sonorità inedite, specialmente nelle ultime eteree battute. Sufficientemente in linea con l’alto livello della serata anche l’importante contributo del coro del Festival, istruito dal maestro Roberto Ardigò.

La regia di Denis Krief, vista per la prima volta a Firenze nel 2017, con gusto e sobrietà trasporta la vicenda dalla seconda metà dell’ottocento a gli anni ‘50/’60 del novecento, se proprio si vuol trovare una connotazione temporale più o meno precisa. Il regista firma ogni aspetto dello spettacolo, creando una Rondine modaiola, quasi di design, caratterizzata da scelte architettoniche fuori dagli schemi, ben evidenziate dalla bianca e ardita struttura che nel primo atto racchiude il salotto di Magda e che poi, nel secondo atto, si scompone in diverse sezioni per trasportarci da Brullier. Se nei primi due atti, quindi, l’impianto scenico rappresenta una certa libertà di pensiero e movimento, non corrisposta però dai movimenti troppo limitati dei cantanti, specialmente del coro, la casetta sulla Costa Azzurra del terzo atto, nella sua semplicità ed estrema tranquillità, è troppo opprimente per Magda, contribuendo a farla sentire ingabbiata. Una regia, dunque, animata più negli spazi e nelle suggestioni visive, che nei movimenti scenici dei protagonisti, spesso convenzionali, se non assenti. Di effetto, anche se non geniale, l’idea di proiettare su uno schermo, durante l’estremo abbandono dei due amanti, una rondine che vola via nel cielo azzurro.

Questa rondine, che nel celebre detto “non fa primavera”, l’ha riportata invece a Torre del Lago, grazie soprattutto ai suoi “primaverili” interpreti.

Mattia Marino Merlo – Torre del Lago, 19 agosto 2022