Edipo a Colono e tre rare sinfonie.
Musica di Gioachino Rossini

Basso Nahuel Di Pierro
Direttore Fabrizio Ruggero
Filarmonica Gioachino Rossini
Coro del Teatro della Fortuna
Diretto da Mirca Rosciani

In un caldo pomeriggio estivo abbiamo assistito a questo concerto pieno di gemme rare che si ascoltano con particolare attenzione. Le edizioni critiche partorite dalla Fondazione Rossini permettono di recuperare molto materiale prima inedito e lo rendono eseguibile in edizioni precise e affidabili. La prima sinfonia del programma, in Mi b maggiore Bologna (1809), ci fa conoscere un Rossini diciassettenne. Bello notare le differenze tra questo primo esperimento e la sinfonia della Cambiale di matrimonio che accoglie questa sinfonia dopo studiata elaborazione e inquadramento architettonico. Rossini la muterà ancora per Adelaide di Borgogna e ciò a significare il legame affettivo di questo componimento, uno tra i suoi primi lavori.
La sinfonia alternativa dell’Equivoco stravagante ci lascia col dubbio che sia opera autentica: riscontriamo molte debolezze nel primo tempo e nessuna tensione ritmica nell’allegro. L’esecuzione risulta comunque molto buona ed evidente la precisione del comparto dei fiati.
Molto interessante la recente scoperta di una sinfonia alternativa per Demetrio e Polibio. Daniele Carnini ha fatto un ottimo lavoro nel reperirla ed includerla nell’edizione critica. È una composizione molto interessante e ben strutturata che vorremmo ascoltare più volte per ben memorizzarla. L’esecuzione dell’orchestra preparata dal maestro Fabrizio Ruggero è stata molto analitica e precisa.

L’Edipo a Colono è una delle composizioni più misteriose del grande pesarese. L’autografo dopo innumerevoli passaggi di mano è giunto alla Pierpoint Library di New York. In Italia non si era soliti eseguire musiche di scena insieme a drammi in prosa mentre in Germania e Austria era pratica, consolidata basti pensare gli esempi di Mozart, Beethoven e Mendelssohn. Rossini conobbe Giambattista Giusti, amico di Vincenzo Monti, che aveva steso una sua traduzione delle Edipo a Colono di Sofocle. Il Giusti era di Lucca ma conobbe Rossini a Bologna dove gli propose di musicare parti del suo dramma. Rossini, ben retribuito, musicò completamente la sinfonia e un interludio e scrisse le parti vocali per quattro numeri con interventi del basso e del coro maschile. Di questi passi fece piccoli accenni sull’orchestrazione, che fu completata più tardi da un anonimo musicista, con un lavoro piuttosto modesto e non privo di pecche.
Rossini scrisse musica per i 3 stasimi che chiudono il II, III, IV atto. Ma il IV atto ha un ulteriore brano centrale risolto con dei recitativi. Nel 1819 il testo di Giusti viene emendato e ritroviamo correzioni di parole sull’autografo: forse in quella occasione si procedette sull’orchestrazione da parte di terzi essendo Rossini troppo impegnato a Napoli . Non risulta che il dramma sia stato mai messo in scena con la tradizione di Giusti e le musiche di Rossini. La scena si svolge nell’Attica presso il Tempio delle Eumenidi.
Ottimo l’esecuzione della sinfonia in tonalità minore e con una chiusura in piano per introdurre il primo atto recitato in endecasillabi. Ascoltiamo un preludio ripreso dal Sigismondo e confluito in Elisabetta (grazie del suggerimento a Francesco Esposito). Bene la prima aria cantata da Nahuel Di Pierro, con ampia voce di basso. Stentorea la frase “Imperator del mar” dove il cantante non mostra la minima fatica. Bellissimo l’ampio coro successivo suggellato da una coda forbita. Qui il Coro del Teatro della Fortuna dà il suo meglio. Preparato dal mastro Mirca Rosciani, il coro risulta solido e ben timbrato. Il coro è protagonista in questo lavoro e Rossini riesce ad evocare i grandi cori greci presenti nei drammi antichi.
Nahuel Di Pierro è impegnato negli ultimi due stasimi, il primo con un ampio recitativo che con la frase “Ci rassegna alla morte” scende nelle regioni gravi: come nella sua aria nel Comte Ory, Di Pierro ha un registro grave ben sonoro e ampio. “Voi tremende Eumenidi” ultimo recitativo molto pregno di pathos e dramma.
Edipo a Colono è una composizione molto originale, quasi sperimentale. La dimensione non è quella operistica e i ritmi sono espansi a suggellare il dramma greco. Viene in mente la modernità del finale tragico del Tancredi che segue la parola in maniera veritiera. Vengono in mente alcuni passaggi di Mosè se lo associamo al Corifeo dell’Edipo.  Spiace che Rossini non abbia orchestrato tutto il lavoro, poiché si percepisce la mancanza di preziosimi in orchestra. Il risultato è comunque interessante e merita più e più ascolti.

Presentiamo una breve digressione sul dramma Edipo a Colono a cura di Matteo Oacar Poccioni. Ormai novantenne, Sofocle si dedica a una grande opera politica: solo la parola pòlis ricorre 42 volte, variamente declinata. La vicenda si colloca fra l’Edipo re (429-425 aC) e l’Antigone (442 aC) ed è permeata di autobiografismo: Colono è lo stesso demo in cui era nato Sofocle ed Edipo (da oidéo, essere gonfio, e poùs, piede) vi arriva stanco e vinto dalle delusioni dell’ingiustizia della vita. Ormai cieco ed esiliatosi da Tebe, il protagonista giunge al bosco sacro delle Eumenidi in compagnia della figlia Antigone (nome che già preannuncia un suo “essere nata contro”): nonostante il parere avverso degli abitanti che temono che quell’uomo maledetto potrebbe recare sventure, il benigno re Teseo accoglie l’esule. Il dramma si rivolge agli Ateniesi e li pone di fronte alla scelta: Atene, la mitica città dell’accoglienza e della riabilitazione, in contrapposizione alla malata Tebe. In quest’ottica, Teseo, ascoltando i cittadini e facendosi da essi consigliare, fa da contraltare al violento ed epidermico Creonte, che si impone arrivando a rapire le figlie di Edipo (si ricorda, a titolo esplicativo, che il nome di Teseo rimanda al verbo tithemi, disporre, mediante il sostantivo thesmos, che in attico indica l’istituzione mentre Creonte è diretto corrispettivo di kréon, padrone).
Ora, secondo un oracolo la terra che avrebbe ospitato Edipo sarebbe stata santa: giungono la figlia Ismene (il nome rimanda o a un fiume che scorreva presso Tebe o, secondo alcuni, alla radice del verbo oida, sapere ovvero aver visto), che avvisa della lotta fra i fratelli Polinice ed Eteocle per il trono di Tebe, re Creonte, che tenta di persuadere il cognato con la forza e infine il figlio Polinice. Sentitosi strumentalizzato dai figli, Edipo li maledice entrambi (vediamo allora ne I sette contro Tebe di Eschilo i due fratelli uccidersi a vicenda).
Dal cielo giungono i segnali delle fine della vita di Edipo: mentre il coro trema per i fulmini che scuotono l’etere, il vecchio si incammina verso il bosco sacro dove avrà fine la sua vita terrena accompagnato dal solo Teseo (nessun altro, nemmeno le figlie, sono degne di accedere ai luoghi del divino): che il boschetto sia il luogo della morte si intuisce dalla presenza degli usignoli, già sentiti da Antigone nel prologo, e che ricorrono sovente come animali dell’oltretomba (si veda, per esempio, anche il mito di Procne e Filomela).
Attraverso Edipo, pare che Sofocle familiarizzi con la consapevolezza di dover morire e sdemonizzi la morte rendendola un necessario passo di purificazione per l’immortalità, reale nel protagonista e forse soltanto letteraria per il tragediografo.

Fabio Tranchida