Teatro Puccini – 68° Festival Puccini
TOSCA
Melodramma in tre atti
Libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa
Musica di Giacomo Puccini

Floria Tosca Svetlana Aksenova
Mario Cavaradossi Ivan Magrì
Baron Scarpia Roberto Frontali
Cesare Angelotti Carlo Cigni
Il sagrestano Giulio Mastrototaro
Spoletta Shohei Ushiruda
Sciarrone Alessandro Ceccarini
Un carceriere Ivan Caminiti
Un pastorello Gaia Niccolai

Orchestra, Coro e Coro delle voci bianche del Festival Puccini
Direttore Enrico Calesso
Maestro del coro Roberto Ardigò
Maestro del coro delle voci bianche Viviana Apicella
Regia, scene e costumi Pier Luigi Pizzi
Light designer e assistente alla regia Massimo Pizzi Gasparon
Allestimento del Teatro dell’Opera di Roma

Torre del Lago Puccini, 29 luglio 2022

Tosca è quell’opera, forse più di ogni altra, in cui i tre interpreti principali, senza rischio di risultare incauti, possono dirsi protagonisti in egual misura, creando tra loro una sinergia in grado di equilibrare sentimenti e pulsioni, senza che si manifestino differenze troppo evidenti a livello drammaturgico. Titolo d’opera che si presta a interpretazioni più o meno variegate, come quella, celebre, su chi sia il vero motore e “regista vocale” della vicenda. Così, mai come nella recita di cui si scrive, ha dominato l’impressione, e quasi la convinzione, di assistere non alla rappresentazione di Tosca, ma a quella di “Scarpia”, non solo per gli ovvi motivi librettistici, ma anche, e soprattutto, per ragioni vocali e interpretative. Roberto Frontali, che padroneggia questo ruolo in modo impressionante, ha dominato la scena fin dalla sua celebre entrata, negli abiti neri e inquietanti di gerarca fascista “à la Mussolini”, quale la regia lo ha immaginato. Appena piombato sulla scena, Frontali ha portato con sé un alone opprimente di paura e timore, che ha mantenuto alti e incombenti per tutta la durata della sua parte, sostenuti da una voce imperiosa, sicura e svettante su tutte le altre in scena: la vocalità è ancora intatta e salda dopo una celebre e lunga carriera, il suono è sempre ben emesso, con tutti gli acuti sicuri e al posto giusto, nonostante un piccolo e veniale cedimento nel Te Deum. I suoi movimenti e atteggiamenti, certo molto dittatoriali e poco inclini alla dolcezza, lo rendono uno Scarpia inesorabile e “di regime”, mai volgare o truculento, specialmente quando canta il suo “Tosca è un buon falco”, dove non si sentono suoni strani o inappropriati, ma una malvagia ed elegante spietatezza sia nel porgere la parola che nel fraseggiare un pensiero crudele e ferocemente reale. Ci sono altri momenti di cui si potrebbe render conto per far capire la forza scenica e vocale di Frontali, ma è possibile limitarsi anche alle sole sensazioni dell’ultimo atto: qui Scarpia non appare, ovviamente, ma tale è stata la prova precedente, che l’immagine del perfido Barone ha continuato ad aleggiare come uno spettro, complici anche i fortuiti lampi e tuoni che hanno accompagnato, senza pioggia, tutta la rappresentazione.

Di fronte a uno Scarpia così ben delineato e imperante, si è disimpegnato bene il Cavaradossi di Ivan Magrì, nella non facile parte del pittore rivoltoso e innamorato. Il timbro è naturalmente chiaro e talvolta, nei centri, manca di polpa, ma gli acuti, limpidi e sicuri, ci sono tutti, al netto di qualche oscillazione di troppo. È lecito e giusto dire che una parte non si risolve solo con gli acuti, e il tenore, lungi da questa idea, cura molto bene anche il fraseggio, giovando alla resa del suo personaggio soprattutto nel primo atto e nel duetto con Tosca. L’atteso “E lucevan le stelle”, alla fine di una serata in crescendo, è corretto ma non esaltante come ci si aspetterebbe, interpretato però con molta partecipazione, che gli assicura un sincero applauso a scena aperta.

Anche le altre figure maschili contribuiscono molto bene allo spettacolo: Carlo Cigni delinea un Angelotti saldo ma timoroso al punto giusto; Giulio Mastrototaro ha la vocalità adatta per il Sagrestano e quasi spiace compaia solo durante il primo atto: il basso ha una onorata carriera nonostante la giovane età, avendo interpretato al Festival Rossini in Bad Wildbad quasi tutti i ruoli da basso buffo scritti da Rossini. Questo autunno al Teatro alla Scala ha cantato in tre opere in successione, un vero record.

68° Festival Puccini 2022 TOSCA 29-07-2022 Regia scene e costumi PIER LUIGI PIZZI Maestro d’orchestra ENRICO CALESSO cast Floria Tosca SVETLANA AKSENOVA Mario Cavaradossi IVAN MAGRI’ Barone Scarpia ROBERTO FRONTALI Cesare Ancelotti CARLO CIGNI il sacrestano GIULIO MASTROTOTARO

Shohei Ushiroda è uno Spoletta sonoro e subdolo, come anche lo Sciarrone di Alessandro Ceccarini, che dà il giusto risalto a ogni suo intervento. Alessandro Ceccarini, basso di vasta cultura musicale e artistica è reduce del recente successo in Napoli milionaria a Pisa, Livorno e Lucca. Bene anche il carceriere di Ivan Caminiti. Gradevole e dal bel timbro Gaia Niccolai, voce bianca nelle vesti del pastorello romano fuori scena.

Come scritto poco prima, l’opera che si è vista in scena ha convinto quasi tutto il pubblico di aver assistito a “Scarpia” invece che a Tosca: questo perché, oltre alla prestazione avvincente e di pregio innegabile di Frontali, il soprano, impegnato nel ruolo eponimo, ha cantato sul filo del disastro per tutta la recita. L’impressione, insopportabile dopo non molto, che la voce di Svetlana Aksenova potesse sbriciolarsi sotto le nostre orecchie, ha dominato la serata e ha finito per fagocitare una prestazione già ai limiti del cattivo gusto. Non è necessario essere cantanti blasonati ed esperti o essere impeccabili in ogni momento, ma almeno mantenere la voce salda e mostrare certe minime qualità, questo sì, è indispensabile.

Il soprano ha un timbro anonimo e francamente brutto, che non giova alla caratterizzazione della donna coraggiosa, forte e innamorata, unito, come se non bastasse, a un fraseggio quasi assente e troppo pasticciato, soprattutto nella pronuncia e nell’articolazione dei gruppi consonantici più complessi, come anche nelle vocali che sembrano, a tratti, sempre la stessa “a” o “e” ripetute ad infinitum. Inutile, dunque, parlare di registri, limitandosi a riportare una voce pericolante nella tessitura alta, con acuti al limite dello strillo, senza mezze voci o filati che si possano definire tali. Dispiace essere così intransigenti, ma l’oggettività è tale anche per le prove non riuscite, specialmente in terra pucciniana, in un ruolo pucciniano e in un festival che dovrebbe consacrare le eroine del Maestro, non affossarle e ridurle a mal eseguiti comprimari.

Enrico Calesso dirige una Tosca molto sanguigna e violenta, prediligendo talvolta dei tempi troppo serrati e delle sonorità decisamente roboanti, mettendo così in secondo piano le oasi liriche dell’opera, che in certi passi scivolano via un po’ tristemente. Questo però non inficia una buona prova per tenuta orchestrale e d’insieme, prova in cui l’orchestra del Festival Puccini suona bene e senza sbavature, come anche il Coro del Festival, corretto, pulito e d’effetto durante il finale del primo atto. Ottima la prova del coro di voci bianche, molto ben educato dalla maestra Viviana Apicella.

Sulla regia non c’è molto da dire: l’ennesima Tosca in salsa fascista, dominata dal bianco e dal nero, apparentemente austera, per non dire scarna, e priva di guizzi interpretativi particolari, eccettuati certi movimenti scenici ben calibrati e d’impatto quasi cinematografico, soprattutto nel posizionamento dei cantanti sul palco. La scelta più infelice, a dire il vero, è stata quella di far precipitare Tosca in un improbabile pozzo o tromba, descritto dall’altare del primo atto, questa volta riutilizzato come fosse una sorta di parapetto, e da due superfici nere di materiale imprecisato poste ai lati dell’ambone, predisposte solo perché non si vedesse la poverina cadere su un materasso giallo, nascosto poco prima dell’inizio dell’ultimo atto. Dunque davvero poco da dire, se non fosse per il reale protagonista scenografico della serata: il meteo avverso ma non rovinoso. Tutta la recita, animata dall’incombenza di un temporale mai nato, si è avvalsa degli splendidi suoni e luci di Madre Natura.

Oltre al venticello rinfrescante, i tuoni e i lampi, soprattutto questi ultimi, incessanti, hanno creato quella condizione e situazione che la regia non avrebbe mai saputo restituire: sentire e vedere gli squilibri e le angherie di Scarpia, la sofferenza ed eroismo di Mario, uniti alla passione violenta di Tosca, illuminati da inquietanti lampi e accompagnati da tuoni lontani, ha smosso gli animi e fatto entrare il pubblico ancor più in sintonia con le atroci vicende in palcoscenico.

Un punto resta fermo, però: se non ci fossero state queste fortuite, ma pericolose, circostanze naturali, cosa sarebbe rimasto dell’idea registica? Una mezza cupola di San Pietro tutta bianca e qualche scarna porta a descrivere un palazzo Farnese inesistente. Meteo azzeccato, regia decisamente no.

Mattia Marino Merlo