Opera buffa in due atti

Musica di Nicola De Giosa
Libretto di Almerindo Spadetta

Prima rappresentazione assoluta
Teatro Nuovo, Napoli, 11 Luglio1850

Don Checco Cerifoglio Domenico Colaianni
Bartolaccio, oste Carmine Monaco
Fiorina, sua figlia Michela Antenucci
Carletto,garzone David Ferri Durà
Roberto, pittore Vladimir Sazdovski
Succhiello Scorticone, usciere Francesco Auriemma
Don Mario Luzio, impresario Mario Brancaccio
Mimo e voce bianca Nicola Pascale

Dialoghi rielaborati da Mariano Bauduin
Revisione musicale a cura di Lorenzo Fico

Francesco Ommassini direttore d’orchestra
Mariano Bauduin regia
Claudia Boasso scene
Laura Viglione costumi
Lorenzo Maletto luci
Andrea Secchi maestro del coro
Orchestra e Coro Teatro Regio Torino
Nuovo allestimento Teatro Regio Torino

La notorietà di Nicola De Giosa (Bari, 3 maggio 1819 – Bari, 7 luglio 1885) rimane legata al grande successo di Don Checco, replicato quasi 100 volte alla sua prima nascita sul palco del Teatro Nuovo sopra Toledo in centro a Napoli. Nei trenta anni successivi si contarono più di 70 allestimenti diversi, divenendo l’opera preferita di Ferdinando II di Borbone. L’opera è stata ripresa negli ultimi anni a Napoli, Bari e Martina Franca ed è stato edito un doppio CD per l’etichetta discografica Dynamic.

L’opera è figlia dei capolavori comici di Rossini e Donizetti e sorella di opere coeve dei fratelli Ricci, Federico e Luigi. L’ultima opera comica di Donizetti fu il Don Pasquale nel 1843 e il compositore di Bergamo era stato anche maestro a Napoli proprio di De Giosa. E’ naturale quindi leggere nella partitura le stesse armonie, gli stessi ritmi ammiccanti, le melodie sinuose e invitanti. Donizetti aveva composto per il medesimo Teatro Nuovo, sfruttando la comicità del vernacolo napoletano, lì nacquero infatti La zingara, Il fortunato inganno, Emilia di Liverpool, Otto mesi in due ore, Le convenienze, L’eremitaggio di Liverpool, Il campanello e Betly.


A impersonare Bartolaccio vi era Giuseppe Fioravanti che nel 1818 partecipò alla prima rappresentazione dell’opera Enrico di Borgogna di G. Donizetti al teatro S. Luca di Venezia e nel 1819 alla prima rappresentazione, al teatro alla Scala di Milano, dell’opera di Rossini, Bianca e Faliero, in cui interpretò il ruolo di Capellio. Nel 1821 cantò alla prima assoluta al teatro Apollo di Roma, con grande successo, nella Matilde di Shabran di Rossini (Aliprando). Nel 1824 fu al teatro Valle di Roma, ove partecipò alla prima rappresentazione dell’Ajo nell’imbarazzo di Donizetti, nel 1822 nel ruolo di Sebastiano nella prima rappresentazione de La zingara di Donizetti, che, apprezzando la sua interpretazione, gli affidò altri ruoli in prima esecuzione (Il fortunato inganno, 1823; Emilia di Liverpool, 1824; Otto mesi in due ore, 1827; Betly, 1836). A fine carriera cantò per Cagnoni (Don Bucefalo, 1852) e per i fratelli Ricci (Crispino e la comare, 1853 su libretto di Piave).

Don Checco fu alla prima Raffaele Casaccia figlio del famoso Carlo detto Casacciello (Don Pomponio, Don Isidoro), colui che dominò per oltre un trentennio le scene napoletane. Nel 1810 risulta essere scritturato come maestro di cembalo ai Fiorentini, tuttavia la sua voce baritonale e l’irresistibile comicità della sua figura (era alto poco più di un metro e grasso almeno come il padre) gli permisero di essere un degno erede dell’arte familiare. Esordì nel Torvaldo e Dorliska di Rossini nel 1818 al Nuovo, dove lavorò in coppia con il padre fino al 1825 e poi come primo buffo assoluto fino alla fine della sua carriera. Al Fondo lo troviamo nel 1826 come Pistacchio nella Chiara di Rosemberg di Generali. Due anni dopo la prima di Don Checco, nel 1852, Raffaele moriva e con lui si chiudeva il luminoso periodo che aveva visto l’opera buffa napoletana nel maggior splendore.

Martedi 26 luglio un grande acquazzone alle 20.30 non ha permesso lo svolgimento della recita. Ma iltrilloparlante voleva darvi comunque notizia di questa interessante opera. Siamo rimasti quindi altri 3 giorni a Torino per vedere la recita del 28 luglio dove l’acqua non ha permesso l’esecuzione dei soli ultimi brani del secondo atto.  
Protagonista assoluto della serata è stata Domenico Colaianni con la sua verve e le sue alte qualità canore, affinate negli anni. Lui stesso è stato il basso che ha riportato alla luce questo titolo e qui a Torino mantiene il testimone. La sua prima aria “Ca lli diente abballano” è da manuale ed ogni frase ha il giusto accento. Nei numerosi sillabati spesso le stesse parole vengono ripetute ma Colaianni riesce a variare le inflessioni anche in queste ripetizioni per rendere più originale possibile il canto. Molto divertente il terzetto che chiude il primo atto con Colaianni/Totò che mangia e nasconde manciate di spaghetti come nel film Miseria e nobiltà. La lingua napoletana, poiché di vera e proprio lingua si tratta, è messa a fuoco da Colaianni in modo perfetto. La regia veste Don Checco da Pulcinella e la mimica di “Mimmo” da il meglio con questa maschera, affamata di spaghetti e pronta all’imbroglio.
Il duetto buffo del secondo atto è un vero capolavoro nella bocca di Colaianni e Carmine Monaco, degno figlio dei duetti buffi del Matrimonio segreto, Turco in Italia, Cenerentola, Don Pasquale. Il duetto inizia cauto con “Non ti muovere impostore” per poi diventare effervescente con Bartolaccio che ripete mille volte la parola “bolle” e Checco la parola “frolla” con effetti vertiginosi e comicissimi anche grazie le doti attoriali di entrambi. Carmine Monaco è impegnato anche nell’introduzione che apre l’opera con una cavatina che porta direttamente ad una saltellante stretta con Fiorina, Carletto e il coro che ha tanti debiti alla stretta della Cenerentola con la medesima figura anapestica.


Fiorina, figlia dell’oste Bartolaccio è la brava Michela Antenucci che abbiamo giustamente esaltato nel ruolo di Costanza nella Griselda di Vivaldi al Teatro Malibran. Il ruolo di Fiorina è alquanto diverso e la Antenucci presta la sua voce chiara e precisa alla prima cavatina “E’ vano il credere” sul ritmo saltellante di un valzer. Interessanti i suoi interventi nel duetto con l’amato Carletto e il terzetto che chiude il primo atto. Per fortuna la pioggia ha permesso l’esecuzione della aria del secondo atto “Sento l’alma a tale idea” dove il piacevolissimo timbro del soprano è stato da una scrittura molto virtuosistica che ricordava molto il ruolo di Norina nel Don Pasquale. L’aria, in un unico movimento, assomiglia ad una cabaletta come se il compositore avesse evitato di musicare il cantabile e fosse passato direttamente all’allegro.

Carletto,il garzone è il simpatico tenore David Ferri Durà, nato a Valencia e da vari anni sulla piazza italiana. Lo conoscemmo anni fa al Festival della Valle d’Itria e da allora a partecipato a molte produzioni. Il duetto con la sua amata è molto piacevole e il regista anima i vari momenti musicali con azione scenica: i due amanti pestano l’uva per il mosto e nella stretta imitano la guida di una carrozza! David Ferri Durà svolge bene anche il terzetto/Finale I e i pertichini nell’aria di Fiorina. Roberto, il finto pittore e vero Conte è Vladimir Sazdovski che recita tutto il tempo in un gustoso francese/italiano deciso dal regista di questa produzione. Succhiello Scorticone, usciere in cerca di soldi da Don Checco è Francesco Auriemma che non possiamo giudicare in quanto la pioggia quasi non lo ha fatto partecipare.

Don Mario Luzio, l’impresario è Mario Brancaccio ottimo attore che cerca soldi dai finanziatori del teatro San Carlino che una volta sorgeva vicino al municipio di Napoli. Il coro iniziale è stato trasformato dal regista in un coro elegantissimo di finanziatori che però fanno anche la corte a Fiorina. Mario Brancaccio dà voce all’impresario che è un ruolo completamente inventato dal regista e ben inserito nella trama. Mimo e voce bianca è Nicola Pascale un ragazzo che si presta a fare il factotum durante l’opera con esiti molto buoni. Francesco Ommassini è un direttore d’orchestra molto attento ai cantanti che asseconda in ogni brano. Divertente la serie di Valzer che fanno da entr’acte dove abbiamo riconosciuto accenni di Don pasquale e Fille du regiment. Mariano Bauduin alla regia si è impegnato con valore nella riscrittura dei dialoghi che sono diventati un poco lunghi ma pieni di situazioni interessanti. Ha aggiunto anche due canzoni napoletane ma noi ne abbiamo ascoltata solo una dopo i Valzer poiché l’altra si trovava a termine dell’opera, una tarantella ad evocare le feste napoletane. Bella la scena di Claudia Boasso ispirata alla non più esistente Porta della marina del vino. Una piacevolissima serata anche se non abbiamo potuto vedere la fine dell’opera che è stata eseguita nella recita del 30 luglio senza però la Tarantella prevista dal regista. Viva Don Checco e viva l’opera buffa napoletana.  

Fabio Tranchida