Tragedia giapponese in due atti di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa
Muscia di Giacomo Puccini
Prima rappresentazione Milano,Teatro alla Scala, 17 febbraio 1904

Cio Cio San Francesca Tiburzi
Suzuki Laura Verrecchia
F.B. Pinkerton Vincenzo Costanzo
Sharpless Alessandro Luongo
Goro Francesco Napoleoni
Il Principe Yamadori Yinshan Fan
Lo Zio Bonzo Adriano Gramigni
Il Commissario Imperiale Zhihao Ying
L’ufficiale del Registro Ivan Caminiti
Kate Pinkerton Rosa Vingiani
La Madre Valentina Pernozzoli
La Zia Lan Yao
Yakuside Dario Zavatta
La Cugina Licia Piermatteo

Maestro concertatore e direttore d’orchestra Alberto Veronesi
Regia, scene e costumi Manu Lalli
Disegno luci Gianni Mirenda
Sound designer Luca Bimbi
Assistente alla regia Lorenzo Mucci
Orchestra e Coro del Festival Puccini
Maestro del coro Roberto Ardigò

La natura che ci circonda, proprio come Butterfly, è meravigliosa e fragile allo stesso tempo, e l’uomo moderno e civilizzato, trasfigurato in Pinkerton, crede di poterne disporre come meglio crede, pensa con leggerezza di poter fare di quella natura delicata tutto ciò che vuole. Alla fine, dunque, l’uomo che sosteneva di amarla, la possiede per prosciugare i suo tesori e impossessarsi del suo splendore, causandone la rovina: ma lui non resterà impunito, anzi, porterà su di sé questo fardello in eterno, pieno di rimorsi e dolore. La regista Manu Lalli, con tale parallelismo “ecologico” alla base della sua idea registica, firma un allestimento del capolavoro pucciniano di rara eleganza e raffinatezza, fatto di sottrazione e semplicità, con elementi vivi, piante e alberi, che creano una scena completamente naturale e in costante movimento, quest’ultimo incentivato anche dalla brezza naturale del lago, che spira tra gli alti alberi sulla scena, instillando in loro una vitalità estremamente suggestiva. Se all’inizio l’effetto visivo delle piante può destare perplessità, nel corso dell’opera tutte le sue potenzialità espressive escono allo scoperto: così quella natura rigogliosa, verde, vitale del primo atto, in quello successivo si secca e muore, lasciando spazio a rami arsi dal dolore e dall’attesa. Un estremo albero, enorme, dai rami spogli e senza vita, alla fine verrà condotto al centro della scena, portando con sé l’arma con cui Butterfly si ucciderà, creando un effetto di vera inquietudine e solitudine. La povera Cio Cio San, come la natura violentata e abbandonata, non può far altro che morire, vittima di un suicidio che appare molto più come l’omicidio di un uomo spregiudicato. Durante le ultime battute, infatti, le coriste, Kate Pinkerton, quasi fosse un parallelo americano di Cio Cio San, e le figuranti speciali piangeranno sul cadavere di Butterfly, lanciando uno sguardo di penetrante rimprovero e dolore a Pinkerton, inerme, ora del tutto consapevole del male compiuto e destinato a una vita di rimorsi. Dunque non solo una regia ecologica, fatta di legami con la natura, ma anche di aperta critica a una mascolinità tossica e oppressiva, di cui ancora oggi sono vittime le donne, forti solo della loro unità e sostegno reciproco, elementi che appaiono come mai in questo efficace allestimento. I costumi, curati dalla stessa Lalli, sono semplici ma eleganti, dominati dal rosso e dal bianco, efficaci soprattutto nel rappresentare i vari stadi del dolore della protagonista e delle donne che subiscono l’uomo. L’unico elemento scenico, un torii di legno tipicamente giapponese, anch’esso efficace a restituire la sacralità del Giappone e la purezza di Butterfly, nel secondo atto sparirà per lasciare spazio solo alla natura morente. Affascinanti e perfette le luci di Gianni Mirenda, che ben restituiscono ogni capacità espressiva di una scena così viva e peculiare.

A un allestimento così sorprendente non ha corrisposto una direzione d’orchestra altrettanto ragionata e studiata. Il maestro Alberto Veronesi, direttore principale e direttore musicale del festival, non brilla per originalità né per guizzo interpretativo, pur con tutta l’esaltazione che si percepisce vedendolo dirigere. Rispetto ad altre serate di altri festival non lontani nel tempo, si nota una maggior coesione orchestrale, che però si traduce, semplicemente, nel mandare in porto la recita senza evidenti sbavature, a eccezione di qualche scollamento tra buca e palcoscenico nel primo atto e ad onta di qualche suono, specie nella sezione dei fiati, non proprio gradevole. L’orchestra del Festival Puccini sa suonare decisamente meglio, di questo gliene va reso atto, e una direzione più sentita avrebbe coinvolto in diversa misura anche gli orchestrali, come è successo con altri direttori. Nonostante la latitanza della vis interpretativa, dunque, i cantanti hanno dato il loro meglio, che sicuramente crescerà nel corso delle recite successive.

Francesca Tiburzi, elegante Cio Cio San, ha voce pastosa e ben timbrata, capace di risolvere molto bene le numerose insidie di una partitura enorme e complessa, che la vede impegnata in scena per moltissimo tempo. Oltre che la voce ben proiettata ed espressiva, colpiscono le doti interpretative, di cui un’interprete deve disporre per restituire in modo coerente l’evoluzione del personaggio: il ruolo di Butterfly è noto non solo per le richieste vocali ma anche per l’impegno attoriale della cantante in scena, ai limiti dell’estenuante. Francesca Tiburzi sa dosare e gestire sia voce che recitazione, specialmente nella sua celebre aria, molto intima e senza inopportuni vezzi da grande diva, aiutata in questo anche dalla regista Lalli, arrivando così alla fine dello spettacolo senza evidenti segni di stanchezza, molto comuni in chi interpreta questo ruolo.

68° Festival Pucciniano 2022 MADAMA BUTTERFLY Direttore d’orchestra: ALBERTO VERONESI Regia scene costumi: MANU LALLI Cio Cio San: FRANCESCA TIBURZI Suzuki: LAURA VERRECCHIA F.B. Pinkerton: VINCENZO COSTANZO Sharpless: ALESSANDRO LUONGO

Laura Verrecchia è splendida nelle vesti di Suzuki. La voce brunita e vellutata di mezzosoprano abbraccia l’ascoltatore con eleganza, donando a questo personaggio il peso che merita e rendendo appassionanti e felici tutti i suoi interventi, fino al duetto con Cio Cio San, dove entrambe le cantanti si mostrano molto affiatate e attente a calibrare i rispettivi volumi vocali.

Vincenzo Costanzo è perfetto per Pinkerton, scenicamente e vocalmente. A tratti è molto esuberante, questo sì, specialmente nel primo atto, con qualche acuto che tende a oscillare, ma poi la voce si scalda e nel duetto d’amore, specialmente nel registro centrale, ammalia e affascina per quell’eleganza mascolina e quella fierezza che comunque Pinkerton possiede. Ben riuscito anche l’addio al fiorito asil, dove ogni nota ha il giusto peso ed è ottimamente emessa. Credo che nelle prossime recite, calibrando diversamente certi volumi, non potrà che restituire ancor meglio un ruolo che è già suo.

68° Festival Pucciniano 2022 MADAMA BUTTERFLY Direttore d’orchestra: ALBERTO VERONESI Regia scene costumi: MANU LALLI Cio Cio San: FRANCESCA TIBURZI Suzuki: LAURA VERRECCHIA F.B. Pinkerton: VINCENZO COSTANZO Sharpless: ALESSANDRO LUONGO

Alessandro Luongo, ascoltato più volte nel ruolo di Sharpless, conferma le mie idee: canta in modo impeccabile e dà sfoggio di un fraseggio ricercato e autorevole. La figura del console si carica di nuovi significati e acquista un rilievo non comune per l’ambiguo personaggio, talvolta un po’ informe e privo di caratterizzazione. Il suo dialogo con Butterfly, la lettura della lettera e le reprimende finali a Pinkerton sono tra le cose migliori ascoltate durante la recita.

Sonoro e corretto il Goro di Francesco Napoleoni, perfido e insinuante come è giusto che sia questo sensale avido e perverso. Efficace anche il Principe Yamadori di Yinshan Fan, nobile, così come Rosa Vingiani nel ruolo di Kate Pinkerton, finalmente una “sposa americana” dal timbro gradevole, dalla voce ben impostata e comprensibile in ogni sua parola: se si affidano i ruoli secondari a cantanti capaci e adatti, tutta la rappresentazione ne giova, questo è sicuro. Il resto del cast si disimpegna correttamente in ogni sua parte, senza particolari difficoltà o spunti d’interesse.

Buona anche la prova del coro del Festival Puccini, corretto e funzionale. Il coro a bocca chiusa, celeberrimo, non è stato incisivo come solitamente dovrebbe essere, e tuttavia, nonostante qualche suono non proprio gradevole, ha scaldato il pubblico che gli ha tributato un cordiale successo.

Per dovere di cronaca vanno riportati due eventi: la consegna del Premio Puccini a Carlo Fuortes, personalità di spicco nell’ambiente teatrale e televisivo, come sovrintendente e amministratore delegato della Rai. Tale premiazione, avvenuta in palcoscenico prima dello spettacolo, ha ritardato non di poco l’inizio della rappresentazione, scatenando le furie del pubblico, che all’ennesimo discorso di ringraziamento e onori a Fuortes, si è agitato e ha espresso vivace disappunto. Tuttavia sarà davvero un caso che le rimostranze siano arrivate quando stavano per parlare il vicesindaco di Viareggio, Valter Alberici, e il Presidente di Regione, Eugenio Giani? È sicuro che fossero solo stranieri vogliosi di ascoltare l’opera? Tale idea è serpeggiata tra il pubblico, che ha commentato il fatto anche durante la pausa tra un atto e l’altro.

L’ultimo evento, perché non mancasse niente, si è verificato poco prima dell’inizio del secondo atto: un piccolo gruppo di persone, con uno striscione giallo che sensibilizzava sulla questione ambientale, a quanto pare autorizzato a parlare dalla fondazione stessa, ha gridato al pubblico i problemi idrogeologici della zona, del lago di Massaciuccoli, inaridito, e dei contadini circostanti che rischiano di non avere acqua per irrigare i campi, calcando la mano sull’inquinamento ambientale e sull’uso intensivo di petrolio e combustibili fossili come cause di questa situazione. Nobile intento, anche riuscito, che ha strappato un vivace e sentito applauso del pubblico, soprattutto del luogo, in sintonia con quanto detto. Tutto sarebbe filato liscio se un giovane del gruppo non avesse rincarato la dose, legandosi al parapetto della buca d’orchestra, e minacciando di restare lì finché il suo messaggio non fosse arrivato. Ovviamente sono intervenuti i vigili del fuoco, i carabinieri e tutto si è risolto per il meglio, in mezzo ai lamenti, agli applausi e ai fischi del pubblico, estenuato dall’ennesima interruzione. Era davvero necessaria quest’azione estrema? Forse sì, dal momento che ve la sto riportando e sto contribuendo a diffonderla. Resta un fatto, però: il gesto più significativo della serata si conferma quello di Cio Cio San, vittima, come la Natura, di una società dedita al consumo, allo sfruttamento e alla superficialità. Forse che un giorno, lontano almeno, tutti noi, come Pinkerton, avremo soltanto rimorsi e pochi fiori morti tra le mani?

Mattia Marino Merlo