Libretto Francesco Maria Piave

Musica Giuseppe Verdi

ERNANI FRANCESCO MELI
DON CARLO  GIOVANNI MEONI 
DON RUY GOMEZ DE SILVA EVGENY STAVINSKY 
ELVIRA  ANASTASIA BARTOLI

 
GIOVANNA MARIANNA MAPPA
DON RICCARDO RODRIGO ORTIZ 
JAGO ALESSANDRO DELLA MORTE

DIRETTORE     MARCO ARMILIATO
REGIA, SCENE E COSTUMI    HUGO DE ANA
MAESTRO DEL CORO ROBERTO GABBIANI
LUCI VINICIO CHELI
MOVIMENTI MIMICI MICHELE COSENTINO

ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO DELL’OPERA DI ROMA

Allestimento Teatro dell’Opera di Roma
in coproduzione con Sydney Opera House

Uno dei motivi di maggior interesse di questa ripresa di Ernani all’opera di Roma è la regia del sommo Hugo De Ana. Il regista argentino aveva realizzato lo spettacolo nel 2013 proprio per questo teatro. La scenografia è elaborata su finestre, timpani e bugnati di metà ‘500 che danno un aspetto maestoso al fondale. La scena è fissa e non cambia nei 4 atti avendo il Teatro dell’opera di Roma un palcoscenico di ridotte dimensioni. Proprio dietro al teatro passa una strada, via Torino, e quindi non sarà possibile ampliare il palco neanche in futuro. Oltre le grandi scene fisse meritano attenzione i 150 costumi disegnati dallo stesso regista che sembrano dare vita ai superbi quadri di Tiziano, pittore ufficiale proprio di Carlo V protagonista dell’opera. Colori sgargianti e contrastanti, ricchi abiti femminili, corteggi sontuosi di soldati e alabardieri. Un vero trionfo per gli occhi. Ne abbiamo apprezzato tutti i caleidoscopici particolari avendo visto lo spettacolo dalla prima fila di platea. Belle le proiezioni di bandiere e facciate monumentali durante il preludio e all’inizio di alcuni atti.

La sorpresa della serata è stata Anastasia Bartoli figlia della nota Cecilia Gasdia che tanto abbiamo apprezzato per i suoi “ruoli Colbran” in Rossini e dalla lunga e eccellente carriera. La figlia Anastasia non è da meno come temperamento e medesima è la voce ricca di un ampio registro centrale ma che comprende anche volate verso le regioni più acute. La parte scritta per Sophie Löwe, che il 26 dicembre del 1841 mieteva successi come Maria Padilla di Donizetti e aveva in repertorio Abigaille, Giselda, Borgia e Linda, è una parte ibrida che la Bartoli risolve in maniera brillante. “Ernani involami” viene sviluppato con arcate brunite e ben sicure. Eccellente la cabaletta che segue con trilli penetranti e acuti che danno energia alle frasi che seguono. La Bartoli non si risparmia nei numerosi pezzi d’insieme del primo atto cantando sempre tutte le note, con energia, con protagonismo, spiccando la parte in contrasto con le tre voci maschili che predomina con autorità. Un vero leone di energia e grande carisma drammatico.

Francesco Meli sempre dotato di un timbro morbido e solare risulta invece un poco affaticato nel colpire 4 atti davvero massacranti. “Come rugiada al cespite,” riceve ampio e caloroso applauso mentre nella coda della cabaletta si intravede qualche leggero segno di cedimento. Le tante recite di Ballo in maschera alla Scala sono state forse troppo vicine a questa produzione. Il tenore con intelligenza si risparmia in alcuni pezzi d’assieme per svolgere con autorità i tre atti rimanenti. Bello il terzetto/duetto/terzetto ” Oro, quant’oro ogni avido” cantato con molta energia. Etereo il duettino con Elvira, “Tu perfida… Come fissarmi ardisci?” dove Meli mostra tutto il fascino del suo timbro mentre i fiati punteggiano le frasi d’amore. Non viene eseguita l’aria per tenore scritta per Nicola Ivanoff “Odi il voto”, ma viene scelto il duettino tra tenore e basso che conclude il secondo atto con più celerità.

Bravissimo il basso russo Evgeny Stavinsky nella parte di Silva: una voce potente che si irradia come una colata lavica. L’aria del primo atto è affrontata con spavalderia e la voce ne fa un monumento. Per fortuna niente cabaletta aggiunta “Infin che un brando vindice” (proveniente da Oberto) che spezza l’azione. Ottimo il duettino con Carlo dove Silva ha frasi discendenti e ampie. Nel quarto atto la sua figura incute paura e il suo canto è come una tromba (anzi un corno) che annuncia il giudizio universale.

Bene la prova di Giovanni Meoni, Carlo V, anche se un poco ridimensionata nel corso degli atti. “Vieni meco” è cantata con la giusta morbidezza ma le note più acute sono asciutte e non rotonde. Carlo disegna un buon terzo atto, che è l’atto più riuscito e impressionante a livello compositivo. “Oh de’ verd’anni miei” è ben svolto e il concertato lento finale del terzo atto “O sommo Carlo” vede Carlo ormai imperatore assoluto protagonista. Il terzo atto sembra ricordare molto il Guillame Tell di Rossini,  con l’aria lenta del baritono, la congiura e il giuramento.
Il coro ha gran parte nell’opera e in questo terzo atto ha fatto il meglio con “Si ridesti il Leon di Castiglia” veramente portato al suo parossismo nella ripresa. Ma i veneziani della prima pensavano sicuramente al Leon di… San Marco. Anche gli altri cori più gioiosi e caratteristici sono ben realizzati grazie alle veloci ritmiche del maestro Marco Armiliato che sa come dirigere il primo Verdi. Tempi seratti, colori vividi, ritmi sincopati per portare la tensione al massimo. La costruzione delle strette da parte di Verdi è ancora meccanica ma si tratta delle sue prime prove teatrali. Il maestro esegue tutte le ripetizione delle cabalette anche se esse non sono particolarmente variate. Ottimo per colori cupi il terzo atto, un vero capolavoro.

Molti teatri hanno ridotto i programmi di sala a poche pagine. Plauso al Teatro dell’Opera di Roma dove i programmi di sala sono dei veri libri completi di importanti saggi di approfondimento sull’opera, su Verdi e anche sul dramma originario Hernani di Hugo. L’apparato iconografico a colori è eccellente e comprende figurini e stampe d’epoca come le foto moderne dell’attuale spettacolo. Un programma utile che resta a ricordo della magnifica serata.

Fabio Tranchida