Opera lirica in due atti
Libretto di Lorenzo da Ponte

Musica di Wolfgang Amadeus Mozart

Don GiovanniChristopher Maltman
CommendatoreGünther Groissböck 
Donna AnnaHanna-Elisabeth Müller
Don OttavioBernard Richter
Donna ElviraEmily D’Angelo
LeporelloAlex Esposito
ZerlinaAndrea Carroll
MasettoFabio Capitanucci
DirettorePablo Heras-Casado
RegiaRobert Carsen
SceneMichael Levine
CostumiBrigitte Reiffenstuel
LuciRobert Carsen e Peter Van Praet
CoreografiaPhilippe Giraudeau
Maestro del CoroAlberto Malazzi

Copyright ed edizione: Alkor/Bärenreiter, Kassel
Rappresentante per l’Italia: Casa Musicale Sonzogno di Piero Ostali, Milano

Produzione Teatro alla Scala
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala

Il 7 dicembre 2011 avemmo la fortuna di vedere questo spettacolo di grande qualità ideato da Robert Carsen, presente in questi giorni per seguirne personalmente la seconda ripresa presso la Scala. Una regia indissolubilmente legata al nostro teatro perché le scenografie riproducono con effetti prospettici audaci, proprio la sala del Piermarini. Sipari, specchi e il palco reale contribuiscono ad immergere lo spettatore nella vicenda. Ogni scena è pensata con attenzione sempre con un effetto metateatrale. Le scene di Michael Levine moltiplicano con effetto illusionistico il sipario e i palchi. Unica differenza rispetto alle precedenti esecuzioni, alcuni cantanti cantano con la mascherina quando sono presenti in platea vicini al pubblico, addirittura Alex Esposito come Leporello, approfittando di un posto vuoto in prima fila, si siede e si rivolge ad una divertita spettatrice. Una delle prime versioni del dramma si deve a Tirso da Molina ma il mito di Don Juan come quello di Faust ha attraversato la cultura occidentale e ogni volta si è caricato di elementi diversi e  inquietanti. La lettura di Robert Carsen si rifà come da lui sostenuto  all’interpretazione del mito di Don Giovanni da parte di Camus.
Da Ponte utilizzò come base del suo libretto il Don Giovanni o sia Il convitato di pietra, un’opera lirica in un atto con versi di Giovanni Bertati e musica di Giuseppe Gazzaniga. Ispirata a L’ingannatore di Siviglia e il convitato di pietra di Tirso de Molina, andò in scena pochi mesi prima del capolavoro mozartiano. Il 5 febbraio 1787 avvenne il debutto presso il Teatro San Moisè di Venezia mentre Mozart concluse la composizione ad ottobre dello stesso anno. Da Ponte sicuramente lavorò alacremente in quanto dovette rimpolpare la trama e trasformare l’atto unico in due ampi atti di 1h e 30m ciascuno. Il lavoro migliore fu l’espansione del ruolo di Donna Anna che anche musicalmente ebbe un trattamento di riguardo. Tutta la prima metà dell’atto secondo è invenzione di Da Ponte e introduce i vari travestimenti con situazioni non sempre essenziali allo sviluppo della trama in attesa del gran finale con la statua parlante. Il successo fu clamoroso a Praga alla prima assoluta, mentre a Vienna, nonostante alcuni brani aggiunti da Mozart il pubblico fu meno entusiasta.

Il Don Giovanni venne eseguito alla Scala con un ritardo davvero colpevole. La versione, alquanto modificata per Milano, è stata eseguita a Barlassina nel novembre del 2017. L’operazione compiuta dal Teatro Belloni di Barlassina ha dello straordinario: riportare alla luce una versione del Don Giovanni inedita che ebbe delle rappresentazioni nel 1814 e 1816 al Teatro alla Scala modificata per ragioni sia censorie che musicali. Innanzitutto il libretto fu in queste due riprese molto emendato delle parole più scabrose e riferimenti sessuali. Ne sono un esempio il verso di Leporello “Ogni donna per lui va” al posto del più insistente “Voi sapete cosa fa” nell’aria del catalogo, o Masetto che arrabbiato dice “Di furor m’accenda” al posto di “Come è andata la faccenda” tra Zerlina e Don Giovanni, o infine Don Giovanni che non sente “odor di femmina” ma semplicemente sente i passi di femmina. In una città repressa dal governo austriaco non si poteva certo cantare “Viva la libertà” ma semplicemente “Viva la società” con effetto veramente annacquato.

Un libretto quindi che subisce molti cambiamenti. Il Teatro Belloni e il suo direttore artistico Andrea Scarduelli hanno creduto molto a questo progetto per l’importante valore documentario ma anche logicamente per la riuscita musicale e artistica. La versione proposta infatti è anche musicalmente diversa essendo state tagliate nella versione 1816 tre arie nel primo atto (rispettivamente di Masetto, Elvira e Ottavio) , due duetti e due arie nel secondo atto e tutto il finale moraleggiante dopo la discesa negli inferi di Don Giovanni.  L’aver sfrondato in maniera così decisiva il libretto ha permesso all’opera di concentrarsi in una successione di pezzi d’assieme con una frenesia e uno sviluppo vorticoso davvero incandescente. Obliate tante scene statiche di puro lirismo ecco in questa versione l’azione che prende sempre più vita. Il primo atto è costituito quasi solo da brani a più personaggi (anche l’aria di Leporello è un dialogo con Elvira in fin dei conti). Il personaggio di Masetto scompare quasi certamente poiché un servo non doveva ribellarsi ad un padrone in una Milano della Restaurazione. Il personaggio di Elvira scompare quasi con la perdita di due arie sublimi: immaginiamo che questi tagli siano dovuti all’impossibilità di avere due prime donne nella compagnia di canto  come era di abitudine in quegli anni: solo una donna doveva primeggiare e Zerlina era una buffa di minor importanza disponibile sulla piazza. La scena finale con tutti i personaggi ha intento moraleggiante e forse già a Vienna lo stesso Mozart aveva provveduto a reciderla terminando l’opera nella tonalità di Re minore così come l’inizio della Sinfonia.

Ma ormai siamo lontani da questa versione modificata e la Scala ci propone stasera la versione praghese con in aggiunta due arie una per Don Ottavio e una per Donna Elvira. Tre ore di spettacolo sublime grazie al giovane salisburghese.

Don Giovanni è Christopher Maltman, basso che canta anche ruoli wagneriani. Abbiamo notato un certo affaticamento nelle frasi, che terminano talvolta con un certo affanno. Certo la presenza scenica è buona, Maltman è disinvolto sul palcoscenico ma ci dispiace non avere sentito più morbidezza nel suo canto. Leporello     è il perfetto Alex Esposito, basso bergamasco di chiara fama. Oggi raggiungeva la 151a recita nei panni di Leporello. Ogni frase e ogni accento hanno il giusto peso. Il canto è mobilissimo, agile e cruscante descrivendo a meraviglia il servo Leporello, mostrando tutta l’intelligenza e la tridimensionalità del ruolo. “Delle vecchie fa conquista” lo canta con voce chioccia. Esposito appare in scena vestito come un attrezzista della Scala, una bella idea del regista.

Masetto è il distinto Fabio Capitanucci di recente molto applaudito come Don Pistacchio ne Il marito di tre e sposo di nessuna di Cherubini a Firenze. Canto misurato, frasi tonde e plastiche: un Masetto da manuale. Buona anche la prova della sua compagna Zerlina, la dolce Andrea Carroll che nel famoso duetto “La ci darem la mano” si scioglie in pochi minuti cantando insieme a Don Giovanni. Molto aristocratica la Donna Anna di Hanna-Elisabeth Müller che sublima il canto con arie da opera seria di notevole difficoltà. Impressiona nell’intonare “Fuggi, crudele, fuggi” e sempre rivolta al suo amato “Or sai chi l’onore”. Il personaggio è espresso appieno grazie ad un canto sempre controllato ed all’uniformità di registro. Don Ottavio è il competente Bernard Richter che canta con precisione la sua parte, lasciandoci un po’ freddi, ma ciò è dovuto anche allo scarso appeal di Don Ottavio. “Dalla sua pace” è ben realizzato con un carezzevole tappeto sonoro settecentesco di base. Mediocre il Commendatore di Günther Groissböck che possiede potente voce di basso ma non canta con raffinatezza. Donna Elvira è la valida Emily D’Angelo sempre sull’orlo di una crisi di nervi. Le arie di furore che la caratterizzano sono ben interpretate e anche gli acuti ben messi a fuoco. La sua prima aria con due pertichini trasforma il pezzo quasi in un terzetto.

Vivace la direzione di Pablo Heras- Casado fin dalla Ouverture che nel secondo tema esprime gioia e vivacità dopo il nefasto tema legato al Commendatore. Un suono più ottocentesco che settecentesco.  Il basso continuo suona per tutta l’opera, non solo nei recitativi ma accompagna tutta l’orchestra come succede nelle compagini più informate. Ottimo il suono del mandolino sostenuto dagli archi pizzicati. Una spettacolo che non sembra affatto invecchiato che abbiamo rivisto con piacere. Ancora una manciata di recite alla Scala con pochi posti ancora disponibili.

Fabio Tranchida