Opera in tre atti e sette quadri

Musica di Pëtr Il’ič Čajkovskij

Libretto di Modest Čajkovskij e del compositore

CAST
HermannNajmiddin Mavlyanov
Il conte TomskijRoman Burdenko
Il principe EleckijAlexey Markov
ČekalinskijYevgeny Akimov
SurinAlexei Botnarciuc
ČaplickijSergey Radchenko
NarumovMatías Moncada
Il maestro di cerimonieBrayan Ávila Martínez
ContessaJulia Gertseva
LizaElena Guseva
PolinaOlga Syniakova
La governanteOlga Savova
Maša/PrilepaMaria Nazarova
MilovzorOlga Syniakova
DirettoreTimur Zangiev 
RegiaMatthias Hartmann
SceneVolker Hintermeier
CostumiMalte Lübben
LuciMathias Märker
DrammaturgoMichael Küster
CoreografoPaul Blackman
Maestro del CoroAlberto Malazzi

Nuova produzione Teatro alla Scala

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala

Coro di Voci Bianche dell’Accademia Teatro alla Scala

Il capolavoro di Čajkovskij fu composto a Firenze presso l’hotel Washington nel 1890. Proprio sulle rive dell’Arno si erano edificati una serie di alberghi molto frequentati dai viaggiatori benestanti stranieri. Favorevole era la vicinanza alla stazione ferroviaria e gli hotel erano prospicienti il lungarno Amerigo Vespucci a due passi dal parco della Cascine dove si andava a passeggiare. Un clima ideale per comporre. Il libretto era già stato prodotto in Russia dal fratello Modest tratto dal racconto di Puškin. Pëtr e Modest erano entrambi omosessuali e nelle loro lettere non si nascondono nessun segreto rispetto gli incontri fatti e la loro vita sentimentale. Abbiamo così moltissimi dati sulla loro vita e molte lettere sono state rese disponibile solo dagli anni ’90 dopo anni di censura preventiva. L’omosessualità di Pëtr Čajkovskij fu vissuta malissimo dal compositore e probabilmente fu la causa della sua morte: una teoria suffragata da documenti ci dice che aveva sedotto un giovane figlio di un importante militare e qui la decisione di un giurì di ucciderlo fingendo una morte per colera. Il compositore fu avvelenato e dopo 7 giorni di agonia morì a 53 anni nel pieno della sua carriera musicale.
La dama di picche costituisce un vertice artistico nel campo operistico, una composizione che emozionava molto Pëtr Čajkovskij che quasi non riusciva a suonarla al pianoforte tanto era l’emozione. Il racconto di Pushkin non era a prima vista adatto ad essere trasformato in opera. Ma il profondissimo lavoro di revisione di Modest permise di trasformare la vicenda in una trama accattivante dove amore, morte, gioco e sentimenti sono ben sviluppati. Un’opera imperiale della durata di 4 ore con anche un intermezzo “mozartiano” nel secondo atto che occupa 20 minuti di spettacolo. Mozart era il compositore prediletto da Čajkovskij e lui stesso ci racconta l’emozione di aver visto la partitura autografa del Don Giovanni. Čajkovskij cita tre motivi originali di Mozart, ci propone una aria di Gretry per affidarla alla Contessa e alcuni temi russi per le scene più popolari.


Hermann, il tenore protagonista ha la parte più impegnativa dell’opera e compare in tutti 7 quadri. Il primo interprete, Nikolay Figner, collaborò attivamente con il compositore per affinare il ruolo. Questa sera alla Scala l’impegnativa parte è affidata a Najmiddin Mavlyanov, il quale spesso canta questo temibile ruolo sia a san Pietroburgo che a Mosca. Impegnativo risulta il primo arioso “Non conosco il suo nome, né conoscerlo voglio” mentre si rivolge a Tomskij. A fine del primo quadro la sua robusta voce deve combattere letteralmente con tutta l’orchestra che imita una furiosa tempesta: Mavlyanov riesce anche in questa sfida. La scena conclusiva del primo atto è sulla carta il primo duetto con la sua amata Liza ma tutto il canto è sulle spalle del tenore che si punta una pistola alla testa per convincere Liza ad amarlo. Una scena molto potente e ben riuscita. Anche nel confronto cruciale con la contessa, assistiamo in realtà in un monologo del tenore in quanto l’anziana signora non dice parola fino all’improvvisa morte. Dopo aver indovinato la seconda carta ecco ancora un momento solistico per Hermann che fa un po’ di morale a tutta la vicenda. Un momento lirico espresso con la sua calda voce virile prima della tragedia finale. Il conte Tomskij è Roman Burdenko, un baritono di valore, che esordisce con una ballata che ci racconta la leggenda delle tre carte. Esemplata sul modello di quella di Rambaldo nel Robert le diable, è costituita da varie strofe che variano nell’orchestrazione e aumentano la tensione fino alla coda. Burdenko canta anche una canzone russa a fine opera mentre tutti sono ormai ubriachi. Čajkovskij è bravo a ricreare una canzone popolare e goliardica. Eccellente il principe Eleckij    di Alexey Markov che possiede l’aria più bella di tutta l’opera “D’immenso amor io v’amo”. Il canto di Markov è nobile, con ampie frasi ben legate. La dama di picche è una delle poche opere con due baritoni protagonisti.


Liza è in questa recita Elena Guseva dotata di straordinaria musicalità. Una vera oasi lirica è la sua aria “Ma perché queste lacrime? O bei sogni di quand’ero fanciulla”, una espansiva invocazione alla notte. Il canto è appassionato, la voce limpida e perfettamente timbrata. Caratteristico il duettino con la sua amica Polina con l’accompagnamento del pianoforte. Altrettanto valido il suo arioso e duetto nel terzo atto prima di compiere il suicidio proprio come fece Čajkovskij poco dopo il forzato matrimonio. La Contessa è il mezzosoprano Julia Gertseva udita molti anni fa nell’Edgar di Puccini a Torino. Il canto rivela grande attenzione alla parola e all’espressione. L’aria che intona nella camera da letto “Je crains de lui parler la nuit” è tratta da Richard Cœur-de-Lion di Gretry, viene cantata con insolita soavità, nell’estasi del ricordo d’amore per il Conte di Saint-Germain.


Polina è Olga Syniakova che ha cantato solo in questa serata con indubbia capacità nei numeri musicali 7 e 8 a lei affidati. Ben distribuiti i numerosi ruoli minori.
Abbiamo modo di sentire la direzione di Gergiev la sera della prima e sicuramente c’era una valore aggiunto rispetto alla bacchetta di Timur Zangiev che in queste settimane ha preparato l’orchestra e ha poi sostituito Gergiev. La sua direzione ha ampio respiro, scegliendo sempre tempi molto controllati e affatto incalzanti, meditando sulle melodie tardo romantiche e decadenti. L’orchestra lo asseconda con abilità e sonorità pastose ed eleganti. Ben riuscito nella sua grazie settecentesca l’intermezzo mozartiano del secondo atto. Ottimo il Coro della Scala impegnato in moltissimi momenti. L’ultimo coro a cappella sul cadavere di Hermenn sembrava un coro russo intonato nelle grandi cattedrali ortodosse. Spettacolo di un grigiore uniforme con poca capacità di variare i 7 quadri dell’opera. Per una opera così lunga sarebbe stato necessario più varietà e più qualità nelle scene. Discreti i costumi. Il pubblico della Scala ha apprezzato molto lo spettacolo, meno l’orario di programmazione che sarebbe dovuto essere anticipato di una ora, facendo iniziare l’opera alle 19.00.

Fabio Tranchida