Opera lirica in quattro atti

Libretto di Arturo Colautti
Musica di Francesco Cilea

MaurizioFreddie De Tommaso
Il Principe di BouillonAlessandro Spina
L’abate di ChazeuilCarlo Bosi
MichonnetAlessandro Corbelli 

PoissonFrancesco Pittari
AdrianaMaria Agresta
La principessa di BouillonJudit Kutasi
Mad.lla JouvenotCaterina Sala
Mad.lla DangevilleSvetlina Stoyanova
Quinault, socio della ComédieCostantino Finucci
DirettoreGiampaolo Bisanti
RegiaDavid McVicar
SceneCharles Edwards
CostumiBrigitte Reiffenstuel
LuciAdam Silverman
CoreografiaAndrew George
Maestro del CoroAlberto Malazzi

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala

Coproduzione Royal Opera House, Covent Garden; Gran Teatre del Liceu; Wiener Staatsoper; Opéra National de Paris; San Francisco Opera

Conoscete Edoardo Vera, Tommaso Benvenuti o Ettore Perosio? Sono tre compositori che misero in musica nell’ ‘800 la triste vicenda di Adriana Lecouvreur. Le loro tre opere erano nell’oblio quando il calabrese Francesco Cilea si accinse a creare il suo capolavoro. Una opera che preferiamo definire Liberty piuttosto che verista. Una opera “floreale” come è lo stile Liberty, una opera dove i fiori hanno un ruolo importante comparendo in tre atti su quattro. Nel terzo atto venne tagliata una scena col il Principe di Bouillon, chimico dilettante, mentre ricava un veleno leggero come la neve. Un breve scena ma importante che ci spiega coma la Principessa abbia avuto l’idea di avvelenare i fiori. L’opera in gestazione dal febbraio del 1899 vide la luce nel novembre del 1902, un lungo lavoro certosino, proprio come piaceva lavorare a Cilea. Ma l’edizione eseguita correntemente è la versione ridotta del 1930 che elimina varie scene, rendendo quasi incomprensibile la trama politica, fondamentale nel dramma in prosa di Scribe e Legouvé. Una scelta precisa per privilegiare l’intreccio amoroso e rendere più snella la partitura.
Adriana Lecouvreur è una attrice veramente esistita, ammirata da Voltaire e da tutta Parigi, morta a soli 38 per cause mai del tutto chiarite. Abbastanza per creare un mito fin del ‘700. Nell’ ‘800 Sarah Bernhardt, Ellen Terry ed Eleonora Duse ripresero il personaggio sfruttando la pièce originaria. Il ‘700 andava di moda in quegli anni anche nell’opera lirica basta pensare ai di poco precedenti Manon Lescaut di Puccini e all’Andrea Chenier di Giordano. Cilea ci consegna una partitura sorvegliata e preziosa senza l’eccesivo turgore verista che imperversava in quegli anni.
Il gioco di teatro nel teatro permette al librettista di far recitare per poche battute Adriana nel ruolo di Rossana dal Bajazet di Racine e nella Fedra dello stesso. Anche le ultime parole prima della tragica morte vanno dette con tutta l’enfasi della tragedienne “Scostatevi, profani!… Melpòmene son io!”. Queste citazioni permettono una sovrapposizione tra il personaggio di Racine e la vera identità di Adriana. Un cortocircuito che porta alla massima tensione i passaggi declamati. Maurizio è un tenore più bidimensionale, eroico, passionale, enfatico cantato alla prima assoluta da Enrico Caruso. Più interessante la perfida Ducols che con la scusa di segreti politici cerca di attirare a sé le attenzioni di Maurizio. Una opera che pesa tutta sulle spalle dei grandi soprani quali Pandolfini, Caniglia, Olivero, Tebaldi, Scotto, Sutherland, Kabaivanska (presente a questa recita tra il pubblico in quanto maestra della Agresta) e l’indimenticabile Freni.

Maria Agresta, nata a Vallo della Lucania, dà voce, luce e corpo all’attrice francese. La sua prova è eccellente e mostra di aver davvero approfondito il ruolo. Sia le parti recitate tratte da Racine sia le arie raffinate sono espresse con la massima attenzione. L’Agresta è soave in “Io son l’umile ancella” e termina con un canto sul fiato “Un soffio è la mia voce” della consistenza di una nuvola di cipria. Ben realizzato il duetto tra le due donne rivali con un cortocircuito di temi che alludono alla tensione tra Adriana e la Principessa. La principessa di Bouillon è la notevole Judit Kutasi, algida e precisa, capace delle importanti escursioni tra acuto e grave. Molto personale la sua aria “Acerba voluttà” con una prima parte vorticosa e un secondo episodio “O vagabonda stella d’Oriente” più lirico e voluttuoso. Ma la protagonista è Adriana e nel quarto atto con “Poveri fiori”, cantato sui temi del preludio all’atto IV, si raggiunge una alta temperie drammatica. L’Agresta chiaroscura tutta l’aria e le dà un’aura elegiaca intensa. Il duetto d’amore che segue sembra ridare vigore alla coppia e insieme intonano “Il nostro amor” ma è una energia effimera e poco dopo con un altro recitato “scostatevi profani” breve ma di grande effetto, Adriana lascia il mondo terreno.


Maurizio è Freddie De Tommaso che ha dovuto rinunciare a le prime recite per il Covid. Stasera era la sua prima e unica esibizione nel ruolo. Nei primi due atti ha mostrato tutta la sua spavalda e potente voce asservita a questo ruolo così passionale. Ottima la sua sortita con “La dolcissima effige” che lo ha trasformato in poeta sopraffino. Bene il duetto con Adriana nel primo atto e meglio ancora per i contrasti drammatici quello con la Principessa, dove cerca di sottrarsi alla sua invadenza. Riesce ben ad esprimere il dolore nella frase “L’anima ho stanca, e la meta è lontana”. Un fortissimo calo di pressione dopo il secondo atto quasi non gli permette ci concludere la recita. Meyer annuncia che, nonostante la sua situazione, avrebbe portato a termine il compito ma non possiamo certo recensire la sua prova nel terzo atto e quarto atto dove era evidente lo stato di affaticamento e sofferenza. Speriamo in recite più fortunate per il giovane tenore che ha infiammato il mondo della lirica.

Eccellente Alessandro Corbelli, un Michonnet da manuale. Un attore sopraffino, ogni gesto, ogni ammiccamento davano realismo al suo ruolo. La voce, per niente stanca, si adattava alla perfezione al ruolo del direttore di scena della Comédie-Francaise. I suoi tre monologhi esprimevano l’amore per Adriana, un amore platonico, a cui lui crede molto nonostante la differenza d’età. Molto divertenti il Principe di Bouillon, Alessandro Spina, e l’intrigante abate di Chazeuil, Carlo Bosi che cantano quasi sempre insieme dando colore e vivacità all’opera. Frizzante il loro duettino che si trasforma ben presto in sestetto nel primo atto.

Alla Scala il titolo mancava dal 2007 e finalmente vi è stata una ripresa in grande stile con la direzione di Giampaolo Bisanti, figlio del Conservatorio Verdi di Milano.

La sua direzione è stata esemplare, vitale, piena di preziosismi. I ritmi sempre spediti hanno mantenuto viva l’attenzione nelle tre ore e venti dello spettacolo. Il coro ha poco ruolo in quest’opera me gli interventi sono stati precisi. Elegante lo spettacolo con una scena unica, un teatro in un teatro. Molto spiritoso il balletto settecentesco nel terzo atto. Interessante l’introduzione storica di Claudio Toscani prima dell’opera.  Uno spettacolo molto interessante quindi che ha meritato la nostra attenzione per più recite.

Fabio Tranchida