Aroldo musica di Giuseppe Verdi

Melodramma in quattro atti di Francesco Maria Piave (rifacimento dello Stiffelio)

venerdì 21 gennaio        ore 20

Aroldo  Luciano Ganci

Mina     Roberta Mantegna

Egberto                 Vladimir Stoyanov

Briano   Adriano Gramigni

Godvino   Riccardo Rados

Enrico   Giovanni Dragano

direttore             Manlio Benzi

drammaturgia e regia    Emilio Sala e Edoardo Sanchi

scene    Giulia Bruschi

costumi               Elisa Serpilli e Raffaella Giraldi

luci         Nevio Cavina

coreografie        Isa Traversi

montaggio video e proiezioni    Matteo Castiglioni

maestro del coro             Corrado Casati

Orchestra Giovanile Luigi Cherubini

Coro Del Teatro Municipale Di Piacenza

Nuovo Allestimento in coproduzione con

Teatro Galli di Rimini | Teatro Alighieri di Ravenna

Teatro Comunale di Modena

Il 28 dicembre del 1943 un pesante bombardamento distrugge il Teatro Vittorio Emanuele II nel centro di Rimini.  La stessa città viene praticamente rasa al suolo, trovandosi infatti sulla famosa linea gotica. Negli anni successivi le macerie del teatro sono fatto oggetto di spoliazioni e utilizzate come cava di materiale. Il sipario per fortuna viene messe al sicuro e solo nel 2021 restaurato completamente. Già nel 1955 si pensa ad una ricostruzione ma solo nel 2018 si inaugura la sala “dov’era e com’era”. Per fortuna si è scelto per una stupenda ricostruzione filologica come avvenne per La Fenice. La Bartoli, che ha origini riminesi, sebbene nata a Roma, ha cantato più volte nel teatro ricostruito, che ha inaugurato personalmente con Cenerentola. Il teatro fu inaugurato nel 1857 con l’Aroldo di Verdi riscrittura dello sfortunato Stiffelio. A fine agosto 2021 questa produzione dell’Aroldo è nata proprio a Rimini con un forte valore evocativo e di riscatto.  I registi Emilio Sala e Edoardo Sanchi decidono quindi intelligentemente di riprendere i fili del passato e legare l’opera alle sorti del teatro. Una voce guida, la voce di Mina, ci racconta di Aroldo che nel 1936 ritorna dalla guerra di Etiopia mentre vengono proiettati su un sipario bianco le immagini delle guerre e dei bombardamenti in Africa. Aroldo reduce dell’Abissinia entra dopo un coro di camicie nere per scoprire l’infedeltà della moglie Mina. Il padre di lei, baritono, sarà la coscienza dell’opera, e farà espiare il grave peccato della figlia infedele.


Aroldo è il tenore romano Luciano Ganci, che ascoltammo praticamente nello stesso ruolo nello Stiffelio al Teatro Farnese di Parma. E’ un tenore generoso, elegante nel tornire le frasi: “Sotto il sol di Siria ardente” (ma la Siria per i registi diviene l’Abissinia) è il suo primo cantabile svolto con particolare slancio come la cabaletta “Non sai che la sua perdita”. Elettrizzante il suo incipit della stretta del Finale I “Chi ti salva, o sciagurato”.  In tutta l’opera non si contano le frasi che spingono la voce sopra il rigo, permettendo a Ganci di sfoggiare il suo timbro luminoso e possente al tempo stesso. Anche nel duetto che chiude il terzo atto “Ah sì, voliamo al tempio” l’accompagnamento incessante spinge le voce dei due sposi verso alte vette.
La Mina di Roberta Mantegna non è da meno e ci sembra abbia raggiunta una maturità artistica.  Il primo atto si apre su di lei con una accorata preghiera “Salvami tu, gran Dio!” ma è nel successivo duetto col padre che ben emergono le qualità della sua voce in un passaggio imitante il pianto e il singhiozzo che si ritroverà tale e quale nel quartetto del Rigoletto. Verdi riscrisse l’aria per soprano all’inizio del secondo atto e dobbiamo ammettere che la seconda versione è un miglioramento. “Ah, dagli scanni eterei” è davvero una aria eterea con una raffinato accompagnamento. La voce luminosa della Mantegna emerge sui fitti passaggi degli archi. Nella lugubre cabaletta il soprano sostiene con intensità le ampie arcate donandoci un personaggio completo e complesso. Alcune variazioni nella ripetizione della cabaletta hanno impreziosito la performance.


Egberto è cantato dal baritono  Vladimir Stoyanov già ascoltato in numerose produzioni, anche alla Scala. Il ruolo baritonale scritto da Verdi per l’occasione è uno dei ruoli baritonali più belli in assoluto secondo me. La sua aria è superiore sia nel cantabile che nella cabaletta a quella di Germont. La ineluttabilità di questo ruolo, la forza dell’onore di Egberto è davvero granitica. Vladimir Stoyanov scolpisce bene il ruolo con un mezzo vocale abbastanza uniforme forse privo di una certa rotondità. Una certa stanchezza in alcune frasi è compensata da un grande mestiere che ci permette di apprezzare appieno la tenacia di questo padre intento a rimediare agli errori della figlia. Egberto è un fascista fino al midollo e dopo un sommario interrogatorio uccide Godvino, l’amante della figlia. Nel testo rimaneggiato dal regista ascoltiamo un significativo “Camerata!”.


Il secondo atto si apre con una canzone fascista per poi essere sostituita dalla orchestra ben diretta da Manlio Benzi: fin dalla brillante sinfonia abbiamo apprezzato la compagine orchestrale. Tempi da “primo Verdi” sempre molto ritmici e schematici che danno vigore alle singole frasi. Bravo il coro in tutti i momenti dello spettacolo. Spesso i camerati cantavano dai palchi di proscenio aumentando così la sonorità delle proprie parti.
L’ultimo atto si apre proprio il 28 dicembre del 1943 e al posto della tempesta scritta da Verdi assistiamo al bombardamento sulla città che si combina benissimo con la musica verdiana da lui approntata. Aroldo è diventato un fattore nelle terre bonificate e qui incontrerà la moglie e la perdonerà. Piacenza ci offre quest’anno una interessantissima stagione, molto varia ed articolata. Questo titolo così raro è stato eseguito nel migliore dei modi e con un solido cast. Ottima coproduzione impreziosita dai movimenti scenici di Isa Traversi.
Non mancheremo a Piacenza per recensire per voi Favorita, Farnace e Mefistofele.

Fabio Tranchida