Le convenienze ed inconvenienze teatrali

Musica di Gaetano Donizetti
Libretto di Domenico Gilardoni
Drammaturgia Alberto Mattioli

Arrangiamento di Vito Frazzi, Edizioni Universal Edition, Wien,
Rappresentante per l’Italia Casa Ricordi, Milano

Corilla        Giuliana Gianfaldoni
Procolo     Nicolò Donini
Agata         Marco Filippo Romano
Luigia    Paola Leoci
Dorotea     Silvia Beltrami
Guglielmo     Matteo Desole
Biscroma Strappaviscere      Andrea Vincenzo Bonsignore
Prospero Salsapariglia          Stefano Marchisio
Sovrintendente     Dario Giorgelè
Ispettore del Teatro   Juliusz Loranzi

direttore   Giovanni Di Stefano
regia Renato Bonajuto
scene         Danilo Coppola
costumi    Artemio Cabassi
luci   Michele Cremona
coreografie         Riccardo Buscarini
Orchestra Filarmonica Italiana
Coro Del Teatro Municipale Di Piacenza
maestro del Coro        Corrado Casati
Ensemble Capital Ballet

Nuovo Allestimento

coproduzione  Teatro Municipale di Piacenza
Teatro Coccia di Novara – Teatro dell’Opera Giocosa di Savona

Ogni volta che si mettono in scena Le convenienze ed inconvenienze teatrali si assiste ad una opera diversa e mutevole. Ciò avveniva già al tempo di Donizetti e lui stesso, come minimo, realizzò tre versioni, differenti giunte fino a noi, e ne progettò una a fine carriera poco prima di impazzire che non ebbe seguito.
La prima versione è una farsa andata in scena al Teatro Nuovo sopra Toledo a Napoli nel 1827, costituita da 9 numeri musicali: Introduzione con una aria parodia della recente Elvida eseguita al San Carlo; Cavatina Agata, Aria di Procolo, Duetto Agata e Prima Donna, Romanza di Agata a imitazione di Desdemona dell’Otello rossiniano, Aria libera della Prima Donna, Coro, Marcia lugubre e brevissimo finale.
Pochi mesi dopo l’andata in scena di Anna Bolena al Carcano di Milano, Donizetti cerca di conquistare anche il Teatro della Canobbiana il 20 aprile del 1831. L’opera è trasformata in opera buffa in due atti con tre brani dal Borgomastro di Saardam. Sinfonia (dal Borgomastro), Introduzione, Cavatina libera del tenore, Cavatina Agata, Duetto Prima Donna Agata, Finale I dal Borgomastro. Atto secondo, Duetto Agata Impresario (dal Borgomastro), Romanza Agata, Aria libera Prima Donna, Aria libera Impresario, Coro, Marcia e Finaletto come nella precedente versione.
Ma l’8 settembre 1831, lo stesso anno, Donizetti compie una rivoluzione di fatto arricchendo l’opera con musica di qualità appositamente composta per l’occasione e scrivendo pezzi d’assieme, Terzetto, Sestetto e Finale tra i più belli mai immaginati. Ecco la struttura definitiva del Dramma giocoso:
1 Introduzione con una nuova aria per la Prima donna “E puoi goder tiranno”
2. Cavatina Agata (in napoletano stretto)
3. Duetto Prima Donna Agata
4. Terzetto (nuovo)
5. Sestetto (nuovo)
6. Romanza Agata
7. Coro
8. Marcia lugubre
9. Finale (nuovo “Ch’è successo? Via ti spiega”)

Quest’ultima è la versione resa disponibile nella sua integrità dall’edizione critica Ricordi pubblicata nel 2002 dopo ampie e complesse ricerche e dovrebbe essere la versione base per eventuali arricchimenti musicali. Purtroppo a base della versione odierna eseguita qui a Piacenza vi era una vecchissima e lacunosa revisione di Vito Frazzi (1888-1975) compilata nel 1963 (dico 1963!) per settimana musicale senese. Una versione con mille peccati capitali, per esempio ogni stretta o cabaletta ha una unica esposizione senza la ripresa ampiamente variata di Donizetti, molti brani sono decurtati da battute e singole frasi denunciando il lavoro approssimativo di Frazzi che rende le frasi talvolta assimmetriche, il libretto anche nelle parti cantate viene pesantemente trasformato con errori di trascrizione. Tutto ciò è stato emendato con l’edizione critica del 2002 ma questa edizione piacentina non ne tiene conto. Ma vi sono altri pregi in questa versione compilata dal grande giornalista e scrittore Alberto Mattioli.
Alberto Mattioli, novello Gilardoni, riscrive con consumata abilità i dialoghi tra un brano e l’altro e talvolta modifica anche il testo cantato come quando Agata snocciola “Bartoli, Netrebko, Gheorghiu!” al posto di “Pasta, la Lande, e Fedora”. Crea una parodia divertentissima del Sovrintendente che sembra proprio il Meyer scaligero con il suo accento francese e i suoi atteggiamenti stizzosi, omaggiato anche del duetto con Agata tratto dalla seconda versione dell’opera di cui abbiamo parlato. Da Mattioli viene sviluppata la parte di Dorotea, un mezzosoprano, che si spaccia per controtenore per avere la parte non presente nella versione originale del libretto. Vene aggiunto il balletto “immancabile” per Agata e 6 veri giovani ballerini che devono sopportare la sua mole. Il lavoro più grosso compiuto da Mattioli è stato secondo noi trasformare un duetto del Don Pasquale, in un breve terzetto tra Gugliemo, Agata e Luigia la figlia e soprattutto il finale dell’opera “Signor maestro…ascolti” dove il novello librettista deve adattare alla musica di Donizetti preesistente un testo nuovo di decine e decine di battute cantante in maniera indiavolata da tutti i personaggi. Mattioli per fortuna non utilizza in questo caso il debole testo musicale approntato da Frazzi ma usa musica di Donizetti composta non si sa quando per sostituire ulteriormente il Sestetto della terza versione. Il brano, scorciato a dovere, funge da perfetto finale dell’opera.



Vero mattatore della serata è stato il siciliano Marco Filippo Romano nei panni della divertentissima Mamm’Agata. Il basso buffo riferimento mondiale per la parte di Bartolo cantata di recente alla Scala e a Bologna ha in realtà molti ruoli al suo attivo come il rarissimo Gamautte nella Margherita d’Anjou ascoltata a Martina Franca. La parte en travesti (al contrario) è tra le più esilaranti del teatro musicale. Romano entra in platea facendo cadere a terra le povere maschere che tentano fermarlo e una volta sulla scena tutte le luci sono indirizzate verso di lui. “Mascalzoni, sfaccendati” è servita dai giusti accenti, dai precisi sillabati, da trilli e sincopati esagerati, fino agli effetti onomatopeici finali “zicchete, piripi, frunchete, tutu”. Questa cavatina di 4 minuti di Donizetti fa impallidire i 20 minuti del “Maestro di cappella” di Cimarosa. Ottimo il duetto con il Sovrintendente dove Romano sfoggia un tutù bianco e scarpette da ballo che gli serviranno per una versione ridottissima del balletto de La favorite. “Assisa a’ piè d’un sacco” è una parodia eccelsa dell’Otello di Rossini e pensiamo ormai di aver visto a teatro più la parodia che l’originale tanto siamo affezionati a quest’opera. Peccato che Romano non canti in falsetto la prevista cabaletta di quest’aria “Or che son vicino a te” una vera sfida per la corda di basso a imitazione di una aria di baule di Niccolini.  Il brano più divertente in assoluto è il duetto con la Prima donna, Corilla. “Ch’io canti un duetto” è la versione comica del “Dialogo delle due Regine” della Maria Stuarda (citata da Mattioli in questa opera), con tanto di continui scambi di insulti. La mancanza della ripresa musicale della stretta del duetto affievolisce un poco i toni: avremmo voluto infatti ascoltare tutti quei “crepa,crepa,schiatta,schiatta” e la citazione dal Tancredi.


La Corilla di Giuliana Gianfaldoni sfoggia una ampia e sontuosa voce capace di illuminare la scena con la prima doppia aria “E puoi goder tiranno” “Ah vicino il bel momento”. Elegantissima la sua aria alternativa che la trasforma in Corinna da Il viaggio a Reims dove il delicato suono dell’arpa permette di cogliere tutte le sfumature liriche di questa giovane voce di chiare speranze. Procolo è il giovane Nicolò Donini già ascoltato in due occasioni al ROF di Pesaro. In scena sembra un consumato attore, un marito tutto dedito ad esaltare la moglie cantante, mobilissimo e divertente. Vocalmente bravo e dotato di una voce sufficientemente rotonda affronta di getto l’impegnativa aria di Procolo. Alcuni passaggi sono ancora perfettibili ma la prova è superata. Molto sviluppata da Mattioli la parte di Dorotea il mezzosoprano Silvia Beltrami, moglie nella realtà di Marco Filippo Romano. Con la riesumazione di centinaia di opere barocche e la ricerca forsennata di controtenori Mattioli ha pensato bene di prendere in giro questo mondo. Silvia Beltrami si finge quindi castrato per avere la parte e canta la difficile aria “Con tromba guerriera” dal Lucio Silla di Händel (la sua opera più corta). Uno stretto dialogo tra la tromba e la voce del mezzosoprano dove Silvia Beltrami risulta vincente, con un caldo timbro, dai colori mogano. Intelligentissima e geniale l’aggiunta del duetto Ernestina Buralicchio dall’Equivoco stravagante dove appunto si prende in giro un creduto castrato. Qui Romano e Beltrami, (marito e moglie), si scatenano in nuove offese “Più l’eunuco in lui ravviso, femminin non è quel viso”. Questo brano venne censurato alla prima dell’Equivoco stravagante e noi possediamo la musica solo della versione emendata da Rossini.  


Guglielmo è il valente Matteo Desole che canta per due volte la stessa aria, parodia interpolata da Frazzi dall’Elvida di Donizetti che in realtà il compositore aveva previsto come aria della Prima Donna nelle prime due versioni dell’opera. Desole è bravissimo ha sbagliare, a stonare, stravolgere la parte nel primo atto, così come è valente a proporre l’aria corretta nel secondo atto. Una voce dotata di discreto squillo e ben proiettata rende la parte del tenore tedesco tutte risate come nel famoso terzetto con Agata e il compositore. Andrea Vincenzo Bonsignore è un eccellente basso baritono che canta l’importantissima parte del compositore con consumata abilità sia scenica che vocale. Come nel citato terzetto così nell’ampia introduzione all’opera il canto è sempre ben accentato e distinto anche negli assiemi. Gli fa coppia  il regista Prospero Salsapariglia, uno Stefano Marchisio perfetto sulla scena, nella sua isteria caricata con riferimento a tanti veri registi operistici. Marchisio che conosciamo fin dalle sue prove all’Accademia rossiniana ha nel frattempo debuttato in tanti ruoli Falke (Die Fledermaus), il Marchese d’Obigny (La Traviata) Moralès in Carmen, il visconte Cascada (La Vedova Allegra), Mister Dull (Le Gare Generose di Paisiello) Don Pippo ne L’Oca del Cairo, Giorgio ne La gazza ladra, Marco nel Gianni Schicchi e Schaunard ne La bohème. La sua partecipazione nella fulminea stretta dell’Introduzione ha permesso di apprezzarne il suo velocissimo sillabato, risulta divertente poi nel sestetto e nel nuovo finale dell’opera. Sia Bonsignore che Marchisio sono stati ottimi a dare il ritmo dei dialoghi essendo loro due spesso in scena e dovendo coordinare tutto il resto della compagnia. Ottimi attori dai ritmi perfetti. Corretta la Luigia di Paola Leoci, e l’azzeccato Sovrintendente di Dario Giorgelè che tenta il suicidio alla fine dopo che la compagnia è stata sciolta.


Buona la prova del direttore Giovanni Di Stefano che in maniera gioviale accompagna il canto vero i suoi parossismi più estremi. Una direzione che forse manca di qualche dettaglio ma che rende bene il clima rocambolesco della vicenda. Usando la versione Frazzi non si poteva certo esaltare la scrittura raffinata di Donizetti nella costruzione di insiemi più ampi e articolati, passaggi di coloratura per la Prima Donna che sono irrimediabilmente spariti, il furto della cabaletta alla seconda aria di Agata. Il coro ha eseguito bene il suo breve compito e ha divertito in scena usando cellulari e stando spesso distratto come nelle (vere) prove.
La regia di Renato Bonajuto, non ha perso un colpo e ha creato una girandola d’azione intorno a tutti i personaggi senza neanche un tempo morto nonostante la molta musica aggiunta che risultava invece sempre funzionale in particolare nel secondo atto.
Semplici le scene di Danilo Coppola a cui bastava ricreare un palcoscenico con due colonne romane e una conchiglia, chiamata cozza dall’infuriata Agata. Splendidi i costumi inventati da  Artemio Cabassi per la Mammona: dall’abito da sera al tutù bianco, dalla sirena multicolore al nero della vittima sacrificale! Gli altri personaggi seguivano un po’ la moda degli anni ’70.
Il pubblico si è divertito molto e non ha lasciato un pezzo senza applauso. Immaginiamo se questa operazione di revisione del libretto di Mattioli, così ben riuscita, fosse stata applicata, come testo base, alla versione di Napoli del 1831 con tutti i brani al gran completo: allora anche dal punto di vista musicale avremmo avuto maggior soddisfazione. Chissà se nella ripresa nella prossima stagione a Novara o a Savona, i brani musicali potranno essere eseguiti nella loro completezza.
Mi sono sentito preso in giro da Mattioli anche io: quando cita il ritrovamento di un misterioso spartito col terzo atto di una opera (bollata già come capolavoro), mi sono sentito ridicolo, nel ricercare sempre l’aria aggiunta, il duetto alternativo nelle biblioteche europee! Una opera divertentissima che vi consiglio di vedere nella prossima stagione a Novara o a Savona.

Fabio Tranchida