Farsa Giocosa in un atto di Giuseppe Foppa.
Musica di Gioachino Rossini
Edizione Critica Della Fondazione Rossini,
in Collaborazione Con Casa Ricordi
A Cura Di Arrigo Gazzaniga

Sofia    Marina Monzó
Bruschino Padre    Pietro Spagnoli
Bruschino Figlio     Manuel Amati
Florville    Jack Swanson
Commissario     Enrico Iviglia
Filiberto     Gianluca Margheri
Gaudenzio     Giorgio Caoduro
Marianna      Chiara Tirotta

Direttore Michele Spotti
Regia, Scene e Costumi Barbe & Doucet
Luci Guy Simard

Filarmonica Gioachino Rossini
Nuova Coproduzione con Royal Opera House Muscat
e con il Teatro Comunale di Bologna

Il signor Bruschino ovvero Il figlio per azzardo conclude la collaborazione di Rossini con l’impresario Antonio Cera che tra i primi riconobbe il valore del diciottenne pesarese. E’ l’ultima delle cinque farse per il Teatro San Moisè, teatro specializzato nei primi 15 anni dell’800 proprio in questo repertorio. La farsa è una opera in un atto, il cui temine deriva dal francese farcir, cioè farcire, completare una opera seria con intermezzi buffi o sentimentali. A Napoli si chiamavano appunto intermezzi e divennero poi un genere autonomo dall’opera seria di cui erano gregari. Ancora oggi si può scorgere nella partitura la divisione in due parti della farsa esattamente dopo il pezzo concertato a poco più della metà dell’atto. Nel caso del Bruschino il concertato corrisponde all’Aria di Bruschino, cioè una aria con 5 pertichini, tanto da costituire un Sestetto.   Il Signor Bruschino è una farsa giocosa ricavata da Giuseppe Foppa dalla commedia francese Le fils par hasard (1808) di Alisan de Chazet e E.T. Maurice Ourry. La prima rappresentazione ebbe luogo al Teatro San Moisè di Venezia il 27 gennaio 1813, interpreti Nicola De Grecis, vero mattatore delle scene veneziane (Gaudenzio), Teodolinda Pontiggia (Sofia), Luigi Raffanelli (Bruschino padre), Gaetano Del Monte (Bruschino figlio e il Commisario), Tommaso Berti (Florville), Nicola Tacci (Filiberto), Carolina Nagher (Marianna).
L’autografo di questa farsa veneziana è conservato a Parigi, presso la Bibliothèque nationale, ed è completamente autografo. Solo le ultime pagine sono scritte con una grafia che denota una certa fretta, il resto è compilato con precisione.


La platea del teatro Rossini è occupata interamente dall’orchestra con grande giovamento del suono. Il giovanissimo Michele Spotti, già applaudito l’anno scorso in un concerto di rarità qui al ROF e nel Barbiere di Pizzi e prima ancora in Adina a Wexford, ha preparato l’orchestra con la solita professionalità. Michele Spotti è attento, anzi attentissimo ad ogni particolare di fraseggio e di colore. Un unico flauto, due oboi e due clarinetti emergono con le loro sonorità giocose. E’ la stessa orchestrazione di molte operette di Offenbach e lui stesso face una versione in francese del Bruschino che aspetta ancora di essere eseguita in tempi moderni. Malinconico il corno inglese concertante nella lunga aria di Sofia. Spotti lavora seriamente anche con gli archi e il sostegno interno di viole e violoncelli è compatto e sonoro. La sinfonia, frutto di tutto questo studio, risulta brillante e turbinosa. I tempi sono sempre scelti con cura senza inutili frenesie e ci conducono lungo gli 8 numeri musicali con una unica arcata drammatica. Spotti sarà presto impegnato a Marsiglia nella direzione del Guillame Tell e lo riascolteremo con piacere a Bergamo nella raffinata Fille du régiment.
Bruschino Padre è l’insuperabile Pietro Spagnoli frequentatore assiduo del Festival di Pesaro. Per prepararmi a questa sua nuova performance ho riascoltato varie volte le tre gemme donizettiane incise da lui per OperaRara, Elvida, La romanzesca e l’uomo nero e Francesca di Foix. Francesca di Foix fu l’opera scelta da Rossini per Roma, ma la censura non l’avrebbe mai permessa e così si ripiegò su… La cenerentola. La voce di Spagnoli è come il vino, anno per anno se ne apprezza di più la qualità. Il canto è nobile, ampio, il timbro vellutato senza la minima asperità. L’attore Spagnoli è un vero attore teatrale, anche quando non è impegnato col canto, fulmina con certe occhiate, agisce improvvisando e attira su di sé ogni attenzione. Rossini poi gli permette di descrivere un personaggio pieno di tic, memorabile l’espressione “Uh che caldo!” che viene cantata da Spagnoli 30 volte e tutte le 30 volte con un accento diverso.
Sofia è Marina Monzó, giovane soprano spagnolo che ha già cantato 2 volte al festival di Rossini: nel 2016 come Contessa di Folleville ne Il viaggio a Reims come allieva dell’Accademia Rossiniana e nel 2017 ne La pietra del paragone come Donna Fulvia. Dopo il dolce e arcaicizzante duetto con l’amato Florville incastonato nell’introduzione della farsa eccola emergere nella grand’aria “Ah donate il caro sposo” con il corno inglese, già menzionato. Il canto ha una fragranza estatica, le frasi lunghe e compatte e una coloratura senza inutili orpelli nella virtuosistica cabaletta. La simpatia della cantante traspare anche sulla scena. 
Florville  è il tenore Jack Swanson, dotato di un buon mezzo vocale, un timbro chiaro ma corposo e capace nel canto sillabato richiesti nel duetto e terzetto. Divertente sulla scena in quanto costretto ad improbabili e divertenti travestimenti.

Gaudenzio è Giorgio Caoduro che canta una parte molto importante nell’opera. La sua cavatina di presentazione “Nel teatro del gran mondo” è un pezzo di notevole bravura. Nel registro centrale il canto risulta distintamente messo a fuoco, mentre personalmente non abbiamo gradito le note più acute della tessitura sia nell’aria che nel duetto con Sofia.
Molto bene il locandiere Filiberto di Gianluca Margheri, che ricordiamo come Don Asdrubale ne La pietra del paragone con la regia di Pizzi. Nel duetto col tenore il basso Margheri sciorina un saltellante canto sillabato, precisissimo nel ritmo. Bruschino Figlio compare solo negli ultimi minuti e lo incarna Manuel Amati, il tenore proveniente da Martina Franca con tante produzioni importanti alle spalle nonostante la giovane età. Amati descrive un ritratto esilarante del figlio di Bruschino. Le ripetizioni di “tito… tito…” giocano con le parole come farà Offenbach. Ma in un batti baleno Amati si addormenta con una ronfare sonoro! Puntuali gli interventi del Commissario, Enrico Iviglia e
Marianna, Chiara Tirotta, deliziosa nell’introduzione.

Regia, Scene e Costumi sono del duo Barbe & Doucet che ambientano la vicenda in un porto su di una barca e relativa scialuppa. La barca si chiama “Il mio castello” scritta che lampeggia ogni volta che viene nominato il castello nel libretto. I colori delle scenografie sono caldi come se tutto avvenisse al mattino, in un porto. Gaudenzio è un commodoro che al fine vicenda ha il potere di benedire il matrimonio tra Sofia e Florville. La comicità caricata di Bruschino pensiamo sia tutto frutto dell’intelligenza di Spagnoli. Uno spettacolo veramente bello da vedere e impegnativo nella costruzione della scenografia. Tutto ciò è possibile grazie alla coproduzione con Bologna e Muscat che già da vari anni collaborano col festival ospitando delle produzioni. Occupando l’orchestra l’intera platea pochissimi erano i posti disponibili in teatro, solo due per palco e un gruppetto in loggione. Da fine giugno tutte e quattro le recite sono esaurite così che solo poche persone hanno potuto assistere a questo elegante ed equilibrato spettacolo.

Fabio Tranchida