Elisabetta Regina D’Inghilterra
Dramma di Giovanni Schmidt
Musica di Gioachino Rossini

Elisabetta Karine Deshayes
Leicester Sergey Romanovsky
Matilde Salome Jicia
Enrico Marta Pluda
Norfolc Barry Banks
Guglielmo Valentino Buzza

Direttore Evelino Pidò
Regia Davide Livermore
Scene Giò Forma
Costumi Gianluca Falaschi
Videodesign D-Wok
Luci Nicolas Bovey

Coro del Teatro Ventidio Basso
Maestro del Coro Giovanni Farina
Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai

Elisabetta regina d’Inghilterra è il folgorante esordio napoletano di Rossini, che gli permette di conquistare l’ultima importante piazza teatrale italiana che gli mancava. Le ultime due opere scaligere, Aureliano e Turco, nonostante la qualità della musica, ebbero le prime al di sotto delle aspettative, mentre il Sigismondo zavorrato da un libretto infelice, deluse anche l’amata Venezia. Essendo da poco tornati i Borboni a Napoli, l’impresario Barbaja pensò bene di invitare Rossini per comporre una opera “dinastica” in occasione dell’onomastico del principe ereditario Francesco, il 4 ottobre. Nessuna musica di Rossini era stata eseguita nei teatri napoletani fino a quel momento e la stampa lo definiva con circospezione “un certo signor Rossini”. Rossini ebbe due mesi per comporre questo titolo e astutamente riutilizzò in maniera intensiva 9 numeri musicali dall’Aureliano e 9 numeri dal Sigismondo. Non si trattò di un copia ed incolla ma di un profondo lavoro di rifusione. A secondo della drammaturgia e dei versi la musica preesistente venne riplasmata con la massima attenzione.
Non si parla mai di Elisabetta come centone proprio perché Rossini lavorò con acume e trasformò l’opera in una vetrina della miglior musica composta recentemente, che per vari motivi non aveva avuto successo a Milano e Venezia. Oltre a ciò prese a prestito 5 spunti dal Ciro, 1 dal Turco, 1 da Edipo a Colono e 1 cantabile dall’aria  “Alle voci della gloria”.


Fino al 1841 l’opera venne replicata con regolarità in tutti i teatri europei, giungendo anche oltreoceano. Timidi riprese avvennero in Italia ed Inghilterra dal 1953 data dell’elezione a Regina di Elisabetta II. Britten compose per l’occasione la sontuosa opera Gloriana. Il regista acclamato Davide Livermore, carico anche di queste suggestioni, decide di raccontare le vicende di Elisabetta II, scelta che risulta vincente nell’economia dell’opera. La prima aria “Quanto è grato all’alma mia” diventa un proclama radio della Regina alla nazione in tempo di guerra. Norfolc si trasforma fisicamente in Churchill e spesso le proiezioni dietro le scene ci raccontano di una Londra devastata dai bombardamenti. Il grande cervo che per tre volte capeggia sullo sfondo è un  rimando al film The queen. I telefoni bianchi per le comunicazioni di stato sono spesso presenti e usati in un caso per introdurre il duetto Elisabetta/Norfolc. Nell’aria drammatica di Norfolc del secondo atto vediamo letteralmente bruciare Londra con delle proiezioni dello studio D-WOK sempre all’altezza, infatti durante tutta l’opera la qualità video è altissima e esteticamente appagante.  

Karine Deshayes è protagonista assoluta, una Elisabetta II credibilissima e carismatica. Il suo primo cantabile viene svolto con perizia con una voce sopranile dal notevole colore e spessore. La cabaletta “Questo cor ben lo comprende” proveniente da Aureliano e riformulata per Rosina ha tutta la nobiltà infusa dal soprano  che con un tempo leggermente più lento espande le frasi in solenni arcate. Il finale primo si apre con una scena intimistica, insolita per Rossini: vediamo Elisabetta sola e abbandonata ai suoi tristi pensieri: “Che penso desolata regina?” Karine Deshayes mette a fuoco una regina umana, spoglia della corona e dello scettro. Ma ben presto mostra le unghie accecata dalla gelosia con “Se mi serbasti il soglio” dove l’iridescente coloratura minuta esprime tutto il livore provato.  Karine Deshayes è maestra in queste frasi tesissime e la sua coloratura serve Rossini degnamente. Stupendo l’intimo duetto con Matilde introdotto dai corni, che permette a Rossini di tornare al suo stile apollineo.  Il finale II consiste nella sua ampia aria di cui farà tesoro Donizetti nella sua tetralogia Tudor. “Bell’alme generose” è il tempo di mezzo che sembra mai concludersi con una melodia che si autorigenera fino alla cortissima cabaletta che conclude come un fuoco d’artificio l’opera.
Leicester è il russo Sergey Romanovsky, erede della vocalità da baritenore di Andrea Nozzari, unico insieme alla Colbran a partecipare a tutte le prime napoletane delle opere di Rossini. La moderna sceneggiatura del libretto non lo fa esordire con una aria ma con un fulmineo duetto con la sua sposa Matilde. “Incuata! Che festi!” è un duetto pieno di tensione che termina proprio con i battiti del cuore “Che palpito sento” in parole e musica. Sergey Romanovsky ha modo di emergere grandemente nella moderna aria del secondo atto. Preludio, recitativo di frustrazione, interludio che va imitare il sonno di Leicester, cantabile e cabaletta. La voce del tenore russo è granitica, ampia e sicura senza il minimo cedimento. “Saziati, o sorte ingrata” è una cabaletta insolita in Rossini, è monodirezionale, quasi senza ripetizioni, portando ad un acme incandescente la scena.

Norfolc è Barry Banks, tenore inglese che ha inciso per Operarara Contareno in Bianca e Falliero e Idreno in Semiramide con modesti risultati. Anche la sua prova pesarese è abbastanza modesta, nella prima aria spesso non emerge dall’orchestra e dal coro. La coloratura è spesso confusa. Discreta l’amplissima aria del secondo atto portata a termine con professionalità ma senza il giusto vigore ed entusiasmo. La sua somiglianza a Churchill è l’unico vantaggio per il suo ruolo.
Matilde (figlia di Maria Stuarda) è Salome Jicia, soprano di lungo corso rossiniano: la sua Semiramide di due anni fa ci fece una buona impressione senza però creare fanatismo. La sua Matilde risulta invece perfettamente messa a fuoco. “Sento un’interna voce” viene svolta con giusti accenti: la voce sopranile di Salome Jicia non teme l’ampie arcate a lei affidate. Bellissimo il duetto con Elisabetta nel secondo atto. Ben altro sarà il confronto tra due soprani (Elisabetta e Stuarda) nella Maria Stuarda di Donizetti.
Enrico, fratello di Matilde, nella realtà rappresenterebbe il futuro Giacomo VI di Scozia, che succederà proprio ad Elisabetta. Il ruolo, data la giovane età di Enrico, è un ruolo en travesti, età di Enrico, affidato alla giovanissima Marta Pluda che abbiamo già molto apprezzato a Martina Franca, Firenze e Parma. La voce mezzosopranile dal bel timbro ha modo di emergere soprattutto nel finale I costellato da ampi concertati dove la sua linea di canto è sempre ben distinta e calibrata. Ottima la presenza scenica, tanto da ravvisare in lei un vero ragazzo invece che una soave fanciulla quale è lei.


Guglielmo è il valido tenore siciliano Valentino Buzza, che ci aveva impressionato un mese fa come Pompeo nel Farnace di Vivaldi al Teatro Malibran di Venezia. Guglielmo è impegnato di ampi recitativi e Buzza li declama con uno studio approfondito e accenti drammatici.
Molto precisa la direzione di Evelino Pidò, che fin dalla sinfonia cerca di far emergere i fiati. Bellissimi i vari preludi provenienti da Ciro e Aureliano. La tenuta dell’opera è buona in entrambi gli atti. Ben sostenuti i lunghi recitativi a cui si è dato particolare rilievo. Notiamo una scelta sbagliata dei tempi da parte di Pidò nell’aria di Norfolc nel secondo atto: lento il coro che la precede e lenta l’aria che perde così potenza. I costumi di Gianluca Falaschi sono sempre una garanzia e l’ingresso del coro femminile ad inizio primo atto con i costumi anni ’50 coloro pastello è un vero colpo di scena. Il manto della regina che si toglie prima della prima aria e si rimette alla fine è una opera d’arte, non un costume. Tutti elementi che hanno arricchito questa produzione per un titolo che mancava da troppo tempo dal ROF. Ricordiamo ancora la prova maiuscola di Sonia Ganassi di tanti anni fa. La scelta di aver evocato Elisabetta II è stato davvero vincente. Il 30 settembre su RAI 5 andrà in onda questo spettacolo. Da vedere e rivedere.

Fabio Tranchida