Finalmente si ritorna in teatro e il San Carlo di Napoli sceglie di farlo
con il celebre titolo mozartiano de Il Flauto magico (Die Zauberflöte
in tedesco) produzione sospesa ad aprile a causa della
terribile pandemia da Coronavirus , purtroppo ancora in corso
a livello mondiale. Questa opera va a proseguire la stagione lirica già
iniziata in estate con le grandi opere in forma concerto nella
cornice di piazza Plebiscito . Come i precedenti spettacoli , infatti , anche
Il Flauto Magico è stato eseguito senza una messa in scena,
in più, per snellire ancora di più l’esecuzione dell’opera , sono
stati tagliati tutti i dialoghi parlati in tedesco che caratterizzano
profondamente il senso drammaturgico di questo capolavoro
mozartiano .
Il flauto magico fa parte del genere dell’opera popolare tedesca
detta Singspiel (letteralmente canto e recitazione) una sorta di
antenato dell’operetta dove si alternano parti cantante a parti
recitate . Il genio di Salisburgo la scrisse su commissione di
Emanuel Schikaneder, suo amico e confratello massone alla
loggia di Vienna che fu anche autore del libretto e primo
interprete del personaggio di Papageno nella prima
rappresentazione avvenuta al Theater auf der Wieden di
Vienna il 30 settembre 1791. Piccola curiosità : Schikaneder scrisse anche un seguito dal titolo Das Labyrinth e musicato dal
compositore Peter Von Winter; un’altra chicca che riguarda
l’ouverture dell’opera è che il tema principale che Mozart
utilizza è quasi identico a quello di una sonata per pianoforte di
Muzio Clementi e a lungo ci furono accuse e sospetti di plagio. Mozart compose questo capolavoro in contemporanea alla
Clemenza di Tito, divenendo di fatto l’ultimo lavoro teatrale
composto prima della sua morte; parliamo quindi di due opere di una maturità ed evoluzione musicale talmente elevata da anticipare già molti
elementi di caratterizzazione dei personaggi che saranno
dell’opera ottocentesca. Come anticipato prima, Mozart e
Schikaneder erano massoni e l’opera è intrinseca di elementi e
valori simbolici riconducibili alla massoneria settecentesca: un
lungo processo di iniziazione per i protagonisti basato su
diverse prove da superare, la lotta fra bene e il male, luce e
tenebre (nei personaggi di Sarastro e la Regina della notte),
sapienza contro ignoranza e diversi riferimenti all’antico
Egitto che fu la base culturale a cui si ispiravano le prime logge
massoniche. Dal punto di vista prettamente musicale, gli
elementi massonici sono già presenti dall’ouverture di
introduzione iniziando con una solenne successione di tre
gruppi di accordi (il tre è un numero fondamentale nel
simbolismo massonico) e l’utilizzo predominante di tonalità
come il Mi bemolle maggiore, tono di grande forza e positività
che dona intensa luminosità e senso di eroismo (di fatti fu
utilizzata anche da Beethoven per la sua celebre sinfonia
Eroica progettata inizialmente come omaggio a Napoleone). Fra gli strumenti che Mozart usa in orchestra c’è da
evidenziare il corno di bassetto , strumento facente parte della famiglia dei clarinetti che all’epoca aveva una forma ricurva
molto particolare e che ricordava un compasso ( altro simbolo
importante del codice massonico ). Importante anche l’aspetto
magico-esoterico , infatti durante le varie prove , i protagonisti
saranno aiutati da alcuni strumenti incantati come il
glockenspiel per Papageno e appunto un flauto magico per
Tamino.
Questa produzione del massimo teatro partenopeo ha avuto
due recite e vi diamo notizia di quella del 4 settembre 2020 in cui
si è esibito il secondo cast .
Veniamo ai protagonisti . La punta di diamante della serata è
stata il soprano Valentina Mastrangelo nel ruolo di Pamina.
Voce di velluto, sempre omogenea nei cambi di registro, con
un’eccellente proiezione di emissione e una gamma di colori
variegati capaci di andare dal brillante nei duetti con Papageno
nel primo atto, all’accento patetico-drammatico delle arie del
secondo atto (come nella struggente aria Ach, ich fühl’s), e non
di poco conto , la buona pronuncia del tedesco.

Il Tamino del tenore David Ferri Durà ha avuto uno sviluppo
altalenante durante la sua performance . Seppur dotato di
fraseggio elegante e buone doti di interprete , ciò che ha
nuociuto soprattutto nel primo atto, è la mancanza di
proiezione della voce e un timbro eccessivamente nasale
talvolta tendente all’aspro (problematiche già palesi nell’ aria
Dies Bildnis ist bezaubernd schön). Nel secondo atto è andato
leggermente meglio mostrando più controllo dell’emissione .
Vincenzo Nizzardo si è mostrato un buon Papageno, dal
carattere fresco e brillante e, seppur non sempre aiutato da un
ampio volume, porta fino in fondo il ruolo con sicurezza vocale
e lavorando anche su alcuni aspetti drammaturgici che hanno
sicuramente giovato all’esecuzione di un’opera senza scene e
con dialoghi tagliati. Alcuni di questi dettagli da citare sono
sicuramente l’utilizzo di piume colorate (tipiche di Papageno
che è un uccellatore) appuntate sulla giacca e uno spiritoso
gioco scenico sulle distanze e le mascherine nel duetto del
secondo atto con Papagena, qui interpretata dall’ottima Lara
Lagni
.
Il Sarastro di Ramaz Chikviladze è caratterizzato da una
grande voce di basso profondo, tal tono imponente e
monolitico, capace di passare dalla grandiosità di gran
sacerdote ad un tono più paterno e affettuoso, soprattutto nella
celebre aria “Isis und Osiris” da lui magnificamente interpretata.

Molto goffa la Regina della Notte interpretata da Daniela
Cappiello
. Il soprano vanta un bel timbro corposo nel registro
medio ma decisamente in difficoltà in quello acuto, con agilità
molto sporche e poco scorrevoli già a partire dall’aria del primo
atto e mostrando ancora maggior problemi in quella più celebre
del secondo “Der Hölle Rache” tirando i sovracuti indietro e con
un’intonazione spesso molto precaria. Il ruolo di Astriffiammente, pur
avendo solo due arie, è tra quelli virtuosisticamente più complessi e si
richiede una solida tecnica per affrontarlo al meglio. Peccato per questa
performance perché ritengo che il timbro e la freschezza vocale della
Cappiello siano molto validi e belli .
Nei ruoli secondari eccelle l’ottimo gruppo dei tre fanciulli capaci fin da
subito di avere un’ottima intesa vocale e il gruppo dei vari sacerdoti che
hanno ottimamente interpretato il proprio ruolo e dove spicca la possente
voce del baritono Enrico Marrucci.
Le tre dame, pur avendo una vocalità interessante prese
singolarmente, hanno avuto spesso problemi di insieme e solo nel
secondo atto hannopero iniziato ad amalgamarsi in modo più coeso .
Il Monostatos di Cristiano Olivieri andava quasi più sul declamato che sul
cantato, la voce molto usurata del tenore non ha sicuramente giovato
nell’interpretare appieno questo personaggio che, seppur secondario,
ha vari momenti interessanti durante il corso dell’opera.
Veniamo ora ad un elemento cardine e direi molto deludente dell’intera
opera: la direzione di Gabriele Ferro.
Il maestro è un musicista indubbiamente di mestiere e grande
esperienza, qualità che si sentono soprattutto nel lavoro dei concertati
ma, in linea generale, mancava di coesione fra orchestra e cantanti
(bizzarramente posizionati sul lato dell’orchestra creando sicuramente
non pochi problemi di sonorità e visibilità) spesso gli attacchi, infatti, difettavano in precisione e le scelte di tempo molto lente, con un gesto
pesante hanno condizionato molto la resa dell’opera, rendendola
quasi funebre come un Requiem . Questo tipo di scelte agogiche e di
gesto non hanno giovato molto al suono dell’orchestra , costretta spesso
ad appesantire e gonfiare i suoni . Va fatto un plauso all’ottima sezione
dei fiati , soprattutto il bel colore unitario dei legni e gli interventi solistici
“vellutati” del primo flauto del San Carlo , Silvia Bellio.
Ottima prestazione del coro preparato dal Maestro Gea Garatti Ansini,
con menzione particolare alla sezione maschile che ha interpretato con
uniformità e vigore i vari interventi dei sacerdoti .
Sicuramente uno spettacolo senza grosse pretese, con piccole
eccellenze isolate e molte problematiche generali ma dopo ben otto mesi
di assenza dal nostro amato teatro, il pubblico ha accolto con applausi
convinti e elogiato diversi personaggi come Pamina e Sarastro e anche
per la Regina della notte che è un personaggio sempre molto amato e
popolare .
Così come nel Flauto Magico i suoi protagonisti sono stati condotti dalle
tenebre verso la luce , speriamo che si possa presto uscire dall’incubo
della pandemia e che possa essere un periodo di evoluzione per il
nostro teatro che merita di ritornare fra i grandi templi del Belcanto in
Europa.


Emanuele Zazzero