Teatro Olimpico di Vicenza
5 e 8 Settembre 2020

L’olimpiade

dramma per musica su libretto di Pietro Metastasio
musica di Antonio Vivaldi
prima esecuzione: Venezia, 17 febbraio 1734 Teatro Sant’Angelo

edizione a cura di Carlo Steno Rossi

Clistene    Patrizio La Placa
Aristea    Daniela Salvo
Argene    Francesca Lione
Licida    Sandro Rossi
Megacle    Emma Alessi Innocenti
Aminta    Maddalena De Biasi
Alcandro  Elcin Huseynov
voce narrante Stefania Carlesso

mimi Luca Rossi, Francesco Motta

maestro direttore e concertatore al cembalo Francesco Erle
Ensemble barocco del Festival Vicenza in Lirica

Violino I Stefano Favretto   Violino II Mauro Spinazzè
Oboe Nicolò Dotti   Oboe Arrigo Pietrobon
Viola Simone Siviero    Viola da gamba Marco Casonato
Violone Michele Gallo   Tiorba Fabiano Merlante
Cembalo Carlo Steno Rossi    Fagotto Michele Fattori

regia Bepi Morassi
assistente alla regia Laura Pigozzo
costumi Carlos Tieppo
assistente alla sartoria Sartoria Daniela
trucco Beatrice Tavares Alves Fardilha
light designer Andrea Grussu
Produzione dell’ottava edizione del Festival Vicenza in Lirica 2020
direzione artistica Andrea Castello
organizzazione Concetto Armonico

 

Dopo l’esecuzione del sublime oratorio Juditha Triumphans con un cast di nomi noti e affermati nel campo del barocco musicale si è scelto di mettere in scena l’opera metastasiana L’olimpiade con un gruppo di giovani cantanti che con notevole impegno ci hanno donato una serata di estremo interesse.
Quest’anno il festival era tutto dedicato ad Antonio Vivaldi, il compositore veneziano, che decise di esordire come operista proprio nella città di Vicenza, presso il Teatro delle Grazie, con Ottone in villa. Prima di affrontare i palcoscenici veneziani pieni di insidie e rivalità decise di testare la sua arte lirica su Vicenza per poi estendere la sua attività non solo a Venezia, ma anche a Roma, Milano, Verona (dove inaugurò il Teatro filarmonico con La fida ninfa, Mantova (dove poteva contare su una ampia orchestra per le opere), Firenze, Praga; Vienna avrebbe dovuto coronare la sua attività di operista ma L’oracolo di Messenia non ebbe la sua prima e il compositore morì miseramente nella città austriaca.
Rare sono le intonazioni da parte di Vivaldi di libretti metastasiani, ricordiamo infatti il Siroe e il Catone in Utica oltre L’olimpiade. Il libretto era fresco di stampa, creato per il compositore Antonio Caldara, e Vivaldi fu il primo a riutilizzarlo seguito da più di 50 compositori nei 100 anni successivi risultando uno dei libretti più apprezzati e longevi. I personaggi sono ben sviluppati, il doppio legame amoroso è rispettato, intensi  recitativi del secondo atto quando le due coppie si incontrano alla presenza del Re e la tensione aumenta enormemente, classica l’agnizione finale che risolve l’intrigo. Circa 8 brani musicali per atto, tra cui anche un duetto a conclusione del primo atto, cori, ed estesi passaggi in recitativo portano alla durata di 3 ore questa importante opera. Nell’esecuzione di Vicenza in lirica si è scelto di limare l’opera portandola ad una durata di 2 ore e 20 minuti eliminando 2 arie ogni atto e riducendo di molto i recitativi che Sara Mingardo ha insegnato ai giovani artisti.  L’edizione è stata curata da Carlo Steno Rossi, che ha trascritto l’opera dal manoscritto torinese.


La prima aria che abbiamo avuto modo di sentire è stata “Quel destrier, che all’albergo è vicino” dove nel concitato accompagnamento ascoltiamo distintamente lo scalpitare del cavallo. Licida, che la intona è Sandro Rossi, controtenore belga ma di origini italiane, dal particolare timbro, ben riconoscibile, molto puntuale nell’intonazione. Le note ribattute di quest’aria acquistano spessore presentandoci un personaggio volitivo. Completamente opposta è la sua seconda aria nel primo atto “Mentre dormi, Amor fomenti” una tipica aria del sonno dall’accompagnamento rarefatto degli archi. Sandro Rossi sottrae suono al suo mezzo vocale, in un andamento cullante rendendo soffice ogni frase. Intelligenti e misurate le variazioni nella ripresa. A lui l’incarico di concludere il secondo atto con l’aria di furore “Gemo in u punto e fremo” affrontata con voce piena, vibrante di energia fino ai rinforzi finali che hanno portato a sonori applausi.
L’amico Megacle è impersonato non da un soprano castrato (alla prima fu Francesco Bilanzoni) ma da Emma Alessi Innocenti un mezzosoprano di buon spessore. Incomprensibile il taglio della sua aria di sortita che apre il primo atto “Superbo di me stesso” riducendo così il suo personaggio ad un comprimario nel suo momento iniziale Oltretutto è uno dei testi metastasiani più famosi, noto anche nell’altrettanto bella intonazione pergolesiana. Dobbiamo attendere la fine del primo atto per sentirla duettare con l’amata Aristea. Il duetto è introdotto da un recitativo accompagnato che sottolinea l’importanza del momento. Il duetto è di notevole fattura pieno di contrasti, dialoghi e frasi spezzate. Megacle ha una aria nel secondo atto molto famosa all’epoca “Se cerca se dice” cantata nell’estrema ambascia con Aristea semiviva. Emma Alessi Innocenti è molto puntuale nel canto, drammatica negli accenti. La voce sarà in futuro ulteriormente sviluppata per raggiungere ancora più autorità e volume. Nel terzo atto intona “Lo seguitai felice” dove la cantante sfrutta al massimo il nobile incedere delle frasi, dando nobiltà al personaggio per il quale conta più l’amicizia che l’amore.
Aristea, la figlia del Re Clistene, è Daniela Salvo mezzosoprano dotato di ampia voce che mette ben a fuoco le progressioni armoniche della sua prima aria “E’ troppo spietato”: nel da capo arricchisce la linea melodica con variazioni che tendono verso una tessitura più acuta. Le vengono tagliate ben due arie importanti che creano dei buchi nella trama e non le danno lo spazio sufficiente per esibirsi. Da biasimare soprattutto la mancanza dell’aria “Sta piangendo la tortorella” una aria imitativa dove Vivaldi era maestro. Si rifà con l’aria di furore “Tu me da me dividi” cantata con imperioso tono.
Argene è Francesca Lione, che esordisce con “Più non si trovano fra mille amanti” aria dialogica col pubblico con brevi frasi staccate. Il carattere di Argene è meno nobile di quello di Aristea, ma Argene risulta più accattivante nella sua capacità di dare la morale nella sue arie. Francesca Lione dal canto smaliziato, ha notevole perizia nel porgere le frasi anche nella seconda aria “Per que’ tanti sospiri” dall’andamento sincopato. La sua unica aria nel terzo atto viene purtroppo eliminata. Francesca Lione l’abbiamo apprezzata anche nel sua agire in scena comparendo tra gli orchestrali per esempio, e agendo in maniera intelligente tra gli altri personaggi.
Clistene è Patrizio La Placa baritono dal timbro uniforme e pieno, dotato di notevole sicurezza in ogni esibizione. “Del destin non vi lagnate” è cantata in maniera autorevole, con ampie arcate sonore e minuta coloratura. La seconda aria, su testo non di Metastasio poiché cambiato da Vivaldi, non è presente in questa esecuzione mentre “Non so donde viene” viene cantata poco prima dell’agnizione finale: la tonalità minore incupisce il momento già drammatico, mentre l’ensemble suggerisce una veloce palpitazione del Re Clistene. Patrizio La Placa canta sommesso e concentrato una aria senza da capo.

L’Alcandro di Elcin Huseynov è uno tra i più bravi della serata: il regista Bepi Morassi lo trasforma quasi in un Mercurio, un messaggero sempre di corsa che mette una nota comica a questo serioso dramma. La prima aria che canta all’inizio del secondo atto è una aggiunta di Vivaldi: il basso russo la spicca con ritmo baldanzoso con voce robusta e al tempo stesso malleabile nel salire e scendere sul pentagramma. Anche gli interventi nei recitativi sono fatti sempre con le ali ai piedi rendendo ogni sua sortita un momento topico. Anche il terzo atto inizia con una sua aria “Sciagurato in faccia a morte” dove la frase principale termina con un lungo vocalizzo che scende nei meandri profondi della voce. Elcin Huseynov riesce bene anche in questa seconda prova e fa di un ruolo minore un ruolo fondamentale per l’economia dell’opera portando vitalità e comicità all’azione altrimenti troppo tragica e unidirezionale.

Aminta è un personaggio secondario, un confidente di Licida, che già in origine era considerato personaggio en travesti. Vivaldi però regala a questo ruolo le arie più belle della partitura. La prima aria di Aminta “Il fidarsi della speme” non viene inclusa nella presente esecuzione ma è la seconda aria che ha reso famosa l’opera in epoca recente: “Siam navi all’onde algenti” è un capolavoro assoluto di aria da tempesta con difficoltà inenarrabili. La coloratura necessaria per quest’aria deve essere fosforescente. Maddalena De Biasi, giovanissima, a molto precisa nello studio dell’aria ma è ancora presto per lei per rendere appieno la complessità della sua parte. Le frasi sono percepite ad onde intermittenti essendo la voce spesso coperta dall’ensemble. La coloratura di Maddalena De Biasi è sempre a tempo ma spesso il suono risulta troppo debole. La seconda aria “Son qual per mare ignoto” è riuscita molto bene con un fitto dialogo con i due oboi. La voce narrante Stefania Carlesso ha introdotto l’opera leggendo l’antefatto alla complicata vicenda.
Bepi Morassi non potendo agire sull’architettura dell’Olimpico che non permette altre scenografie oltre a quella inarrivabile dello Scamozzi, agisce sui personaggi di bianco vestiti presentati durante la sinfonia come statue marmoree dello stesso teatro mentre due mimi, custodi del museo, cercano con delle torce di individuarle nella semioscurità. I mimi in maniera discreta intervengo in altri momenti della vicenda senza tralasciare riferimenti all’epidemia in corso che ha portato la capienza dell’Olimpico da 499 posti a soli 100 posti. Carlos Tieppo realizza candidi abiti ispirati all’antica roma ma rivisitati con il gusto settecentesco. Il rosso viene utilizzato solo per Licida nel momento della sua esecuzione con formidabile contrasto. Ottimo il disegno delle luci che va ad esaltare l’architettura di questo luogo unico.

Complimenti vivissimi all’Ensemble preparato da Francesco Erle, ritmi perfetti, tensione nei pulsanti accompagnamenti delle arie. La sonorità sbilanciava talvolta il suono verso i due cembali rispetto agli archi che erano pochi rispetto alle normali esecuzioni non inficiate da questa pandemia. Contrastante l’ampia sinfonia, ben concertati i recitativi, sonori i due oboi dal morbido suono. “Siam navi all’onde algenti” impegna molto anche l’orchestra con i velocissimi accordi dei due cembali e le volate precipitose dei due violini in un ricamo virtuosistico.
Andrea Castello direttore artistico di questo Festival ha fatto veramente miracoli nel riuscire a proporre Juditha, il concerto benefico e L’olimpiade garantendo un altissimo livello qualitativo. Poche persone hanno fatto il lavoro di molti e la missione è perfettamente riuscita coronata da questa Olimpiade opera di raro ascolto che no poteva trovare nel Teatro Olimpico del Palladio miglior luogo dove essere programmata. Un Vivaldi raro che ha entusiasmato il pubblico presente che ha salutato con numerosi applausi le arie più significative. Appuntamento a Vicenza in lirica 2021.

 

Fabio Tranchida