Arie e duetti buffi
Musiche di Gioachino Rossini, Domenico Cimarosa, Gaetano Donizetti, Nino Rota, Giuseppe Verdi e Giovanni Paisiello.

A come Antoniozzi, B come Bordogna e C come Corbelli. Tre bassi buffi di grande esperienza hanno unito le loro forze la sera del 18 agosto presso piazza del Popolo a Pesaro per le LXI edizione del Festival. Rossini è stato un maestro nello sviluppare il ruolo del basso buffo creando dei personaggi a tutto tondo lontani dai buffi più stereotipati di Cimarosa e Paisiello: certo anche loro erano maestri ma se pensiamo a Don Pomponio dalla Gazzetta o Don Isidoro da Matilde vediamo la completa messa a fuoco di quei ruoli, omaggiati da una esuberanza musicale senza precedenti.

Le 5 farse del San Moisè a Venezia furono un banco di prova fondamentale per la formazione rossiniana. 5 gioiellini già perfettamente compiuti e ancora adesso ripresi con assiduità sulle scene. Alessandro Corbelli ci propone appunto l’aria di Germano dalla Scala di seta e lo fa con proprietà sia musicale che attoriale. Entra in scena un poco ubriaco e canta poi sdraiato nel momento in cui il sonno si fa presente. Ogni frase è cantata con accenti diversi ad indicare lo stato di alterazione del personaggio. Corbelli è un vero buffo ed esalta ogni frase.

 

Le seconda aria (dal Turco in Italia) molto probabilmente non è di Rossini ma il programmino di sala non ne fa cenno. L’aria fu aggiunta ad una ripresa romana e la tipologia di struttura dell’aria non combacia con l’arte rossiniana. Il testo in parte si ritrova in appendice nel libretto dell’Equivoco stravagante ma ciò non stabilisce la paternità dell’aria. Ciò non toglie che sia una aria ben scritta e molto divertente da inserire sempre nelle riprese moderne come si fece al Teatro alla Scala ultimo spettacolo prima della forzata chiusura. Paolo Bordogna esalta la scrittura sillabica superando difficoltà davvero notevoli degli scioglilingua. Ma la bellezza della voce di Bordogna si può apprezzare di più nel duetto Geronio Selim sempre dal Turco ma stavolta autografo. Bordogna tratteggia un Selim dalla voce ampia e sontuosa, ricca di colori bruniti. Abbonda nella cadenza sulla parola chiave “involarla” per poi come una mitraglietta intonare la veloce stretta del duetto. Antoniozzi ha parte similare e anche lui svolge con accuratezza il ruolo del povero Geronio in frasi sempre più dialogiche con Selim.
Viene poi proposta una ampia selezione della Cenerentola opera ispirata all’Agatina di Pavesi. Le 3 arie di Don Magnifico sono cantate dai 3 cantanti con il loro diverso stile. Corbelli ci propone “Miei rampolli femminini” pieno di intelligenti lazzi: il din e don della campana con voce strascinata, il “sciù volò” e il “ci cì ciù ciù” divertentissimi. Un piatto coro del Sigismondo, un coro di caccia, viene trasformato in Cenerentola in un corollario all’aria di Magnifico sommelier. Antoniozzi ci fa ridere con il suo latino maccheronico ma cambia anche varie parole al testo cosa che non riteniamo pertinente andando a depauperare il valore semantico della musica. Bordogna canta la terza aria arrotando la “rrr” alla parola “affare”, ragliando come un ciuccio e proponendoci due voci diverse per i due “personaggi” che nella fantasia di Don Magnifico dialogano con lui.
Bravi Antoniozzi e Corbelli nel duetto de La Cenerentola con il gioco delle sedie mutuato della regia di Ponelle.
Il duetto che apre il secondo atto del Matrimonio segreto fu modello prediletto da Rossini per i propri duetti. Il canto di Bordogna e Corbelli coglie appieno le due personalità opposte di Robinson e Geronimo.
Bordogna vestito da donna con un appariscente boa blu scuro esalta il ruolo di Mamma Agata che proprio nella vicina Fano interpretò con grande successo. Non condividiamo la scelta di passare liberamente dall’originale in napoletano alla più debole traduzione italiana. Il primo interprete fu Gennaro Luzio erede della tradizione dei Casaccia presso il teatro Nuova sopra Toledo a Napoli. Bordogna accenna anche al francese, fa mille inflessioni da vero maestro e sceglie un tempo sostenuto aumentando così le difficoltà nel canto nei sillabati fulminei e negli effetti onomatopeici finali. Un vero capo d’opera che ha esaltato il pubblico.

Corta è l’aria di Don Pasquale e il motivio lo sbbiamo scoperto 2 anni fa: Donizetti utilizza qui la cabaletta di una ampia aria con coro cantata da Don Gaspar ne L’Ange de Nisida opera da poco restituita al mondo. Corbelli sembra saltellare sul motivo di questo brioso valzer: il basso interpreta Malatesta nel successivo duetto con Antoniozzi. Ottima la scelta di includere il recitativo. Le due parti sono perfettamente speculari e i due bassi fanno a gara a superarsi. Bordogna fa una scelta raffinata con l’aria di Beaupertius dal Cappello di paglia di Firenze. Molta della comicità proviene dall’uso del parlato e dalle salite e discese della voce dalle regioni acute a quelle gravi. Il controfagotto è usato in maniera comica. Antoniozzi ci dà commiato con aria che conclude la prima parte del primo atto del Fastaff. Qualche acuto ha perso la brillantezza di un tempo ma la verve del cantante è ben presente. Come bis il terzetto dal Barbiere di Paisiello con Corbelli/Don Bartolo e il Giovinetto e lo Svegliato a completare il gruppo. Antoniozzi si prodiga in sbadigli surreali mentre il Giovinetto (Bordogna nelle vesti di tenore) tra disinfettanti e 100 fazzoletti anti Covid starnutisce a più non posso. Rossini ammise che questo brano era insuperabile e non osò riproporlo nel suo Barbiere.

 

Michele Spotti è una bacchetta sicura, perfetta che conosce sia il modo di accompagnare le voci, sia il modo di esaltare i ritmi con una scansione che tiene viva l’attenzione del pubblico. I delicati impasti della Sinfonia della Scala di Seta si mescolano come delicati acquarelli grazie alla sua mano maestra. Le dinamiche sono sempre varie e mai unidirezionali. L’orchestra Filarmonica Gioachino Rossini plasma con sicurezza la lezione di Spotti che sarà impegnato a breve in un Elisir a Bari.
Abbiamo passato la serata più divertente del Festival assistendo alla performance di questi grandi bassi buffi. Un terzetto per 3 bassi di Meyerbeer dalla Margherita d’Anjou sarebbe stata la nostra proposta per concludere insieme il concerto ma anche il brano di Paisiello è stato molto valido. Grande serata.

Fabio Tranchida