Musica  Giacomo Meyerbeer
Libretto  Eugène  Scribe ed Émile Deschamps

 

Marguerite de Valois Ana Durlovski
Raoul de Nangis John Osborn
Valentine Rachel Willis-Sørensen
Marcel Michele Pertusi
Urbain Léa Desandre
Le Comte de Nevers Alexandre Duhamel
Le Comte de Saint-Bris Laurent Alvaro
Tavannes – Premier moine Anicio Zorzi Giustiniani
Coryphée Iulia Surdu
Une dame d’honneur Céline Kot
Cossé Florian Cafiero
Méru Vincenzo Neri
Thoré / Maurevent Donald Thomson
Retz Tomislav Lavoie
Bois-Rosé Remi Garin
Direttore Marc Minkovski
Regia Jossi Wieler / Sergio Morabito
Scene e costumi Anna Viebrock
Luci Martin Gebhardt
Coreografia Altea Garrido
Maestro del Coro Alan Woodbridge
Orchestre de la Suisse Romande
Chœur du Grand Théâtre de Genève

 

Les Huguenots ebbero la loro prima il 29 febbraio 1836 all’Opéra di Parigi situata allora in Rue Le Peletier. La data è molto indicativa, dato che nel 1536, trecento anni prima, Calvino riformò la chiesa con il suo Institutio christianae religionis. Inoltre, per un curiosa coincidenza, il 29 febbraio è il compleanno bisestile di Rossini. Forse che Meyerbeer volesse fare uno sberleffo al grande Rossini ormai in pensione, dopo che da tempo non voleva più affrontare le scene teatrali per vari e complessi motivi?

Uno di questi è comunque proprio l’ascesa di Meyerbeer e Halévy e, con la sua nota ironia, il Cigno di Pesaro disse che aspettava che i due compositori  finissero di celebrare il loro sabbath.

Capolavoro assoluto di Meyerbeer, Les Huguenots fu per tutto l’800 e fino all’avvento del nazismo una delle opere principali del repertorio, usata spesso per le inaugurazioni dei teatri. È un’opera di celebrazione difficile da montare richiedendo molti cantanti solisti, scene spettacolari, balletti e banda sulla scena, dotato però di un equilibrio interno davvero inarrivabile, con melodie belcantistiche di grande raffinatezza, potenti passaggi corali e complessi pezzi d’assieme mai superati per arditezza.

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Abbiamo potuto ascoltare a Ginevra, patria del protestantesimo, una versione completa dell’opera, con molti brani che vennero ridotti durante le prove o dopo la prima assoluta eseguiti nella loro versione integrale così come immaginata dalla fantasia di Giacomo Meyerbeer. Marc Minkowski è una garanzia in questo genere di repertorio e già a Bruxelles alcuni anni fa aveva dato prova di tenere a questa partitura con amore particolare. Quattro ore e dieci minuti di musica per uno spettacolo che raggiungeva le cinque ore con i due intervalli prima e dopo il terzo atto a comporre un affresco dipanato in maniera equilibrata rispettando la complessa architettura interna dei brani.
Le aggiunte eseguite da Minkowski che non compaiono nelle partiture edite dopo la prima rappresentazione sono:

1_L’Entrée de Raoul, Sous ce beau ciel, completa della sua ripresa: si presenta come un brano AbA, con l’intervento dei Signori del convivio nell’episodio b.
2_Introduzione del Rondeau di Urbain nel secondo atto Non, vous n’avez jamais scritto per Marietta Alboni in una versione italiana dell’opera eseguita a Londra.
3_L’ampio duetto tra Raoul e Marguerite Beauté divine, tripartito è stato eseguito integralmente mentre nelle partiture precedenti all’edizione critica risulta ridotto e sfigurato.
4_Entrée de la Cour ritrova la sua giusta dimensione con una ampia marcia, coro, intervento di Marguerite e ripresa. In questo punto si collocherebbe l’aria di Saint-Bris, tra i primi pezzi a cadere, di cui non si è mai effettuata un’esecuzione.
5_La stretta del finale beneficia di 32 battute in più all’inizio, con l’invettiva di Valentine.
6_Il couvre-feu del terzo atto viene eseguito nella Forma AbA con interventi di Bois-Rosé nell’episodio b prima della ripresa.
7_Anche il Settimino seguente è più lungo con l’intervento Combat mortel che amplifica l’episodio.
8_Il quarto atto comincia con la Romance di Valentine spesso omessa sia nelle partiture che nelle esecuzioni.

Sia nel Finale II che nel Finale III ci sono ulteriori episodi musicali, già cassati da Meyerbeer, che durante le prove qui a Ginevra si è deciso di omettere. Un peccato veniale poiché il grande kolossal operistico ha preso compiutamente forma. Abbiamo usato un termine cinematografico poiché l’intenzione dei due registi Jossi Wieler e Sergio Morabito è quella di ispirarsi ai film degli anni ’30, con megafoni, riflettori, cineprese e altri giochi metacinematografici. I rimandi con lo spettatore sono vari e tentano di alleggerire una trama complessa e caleidoscopica. Nell’ouverture vediamo gli ugonotti sanguinanti come risorgere nel set cinematografico fatto di colonne gotiche di una chiesa solo accennata. Raoul per tutta l’opera si veste e riveste con una camicia insanguinata e con un elegante abito da sposo. Il paggio non è un personaggio en travesti ma una simpatica fanciulla con fiammanti tacchi alti rossi, quasi una segretaria di Marguerite che ammicca sovente al pubblico. La scena delle bagnanti è risolta con un défilé di costumi da bagno degli anni ’30 mentre Marguerite nelle vesti di regista cinematografica dà indicazioni e filma. Non è stato risolto bene l’atto III dove i vari cori che animano la scena (coro del popolo, delle grisettes, degli studenti, delle ragazze e donne cattoliche, dei soldati ugonotti, delle donne protestanti), erano espressi da un’unica massa corale appiattendo ogni situazione e scontro tra le varie sezioni. Nel Finale terzo si sarebbe dovuto aggiungere il Coro delle Nozze più la banda fuori scena del corteggio nuziale che passa con barche sulla Senna, ma tutto questo episodio non era presente visivamente e musicalmente ed era cantato sempre dalla stessa massa corale; in assenza della banda, l’orchestra non poteva creare l’effetto stereo previsto perdendo così il necessario impatto grandoperistico. In questa regia si sono perse altre occasioni: ad esempio nella famosa scena della Congiura del quarto atto, messa in ridicolo da Offenbach nella Grande-Duchesse de Gérolstein, mancava la presenza dei monaci che benedicevano i pugnali e le parti erano cantate dai personaggi già in scena. Bene il balletto del quinto atto dove si è filmato più volte una scena con Marguerite con effetti comici, mentre il balletto (scorciato) del III atto si è risolto con un coro preda di attacchi epilettici incomprensibili.
Il cast di questa ampia opera è stato scelto con particolare attenzione e tutte le parti principali sono state affidate a cantanti particolarmente dotati.

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Protagonista assoluto è l’americano John Osborn nella parte del soldato ugonotto Raoul, già sentito recentemente a Roma in un altro grand opéraLes vêpres siciliennes. Esordisce con la delicata romanza Plus blanche que la blanche hermine dove dialoga con una viola d’amore suonata sulla scena da un’ugonotta ferita e sanguinante. Il legato è immacolato nelle ampie frasi, il volume della giusta compattezza e nella seconda strofa aumenta l’intensità parola per parola fino a Beauté du ciel raggiungendo con facilità il si bemolle. Le cadenze sono tutte scritte da Meyerbeer e in questo caso Osborn termina la romanza con una cadenza con viola d’amore obbligata raggiungendo il do acuto. Di particolare intensità il Grand Duo al termine del quarto atto: venti minuti preziosi durante i quali i due amanti non sanno se rimanere insieme o dividersi per avvertire gli ugonotti della strage di San Bartolomeo. Osborn ha un episodio quasi solistico in Tu l’as dit! OuiTu m’aimes che comporta un momento quasi sospeso e rarefatto ripreso esattamente da Verdi nel duetto d’amore del Ballo in maschera vent’anni dopo. La grande aria del quinto atto trova il tenore in perfette condizioni vocali, per niente stanco; sia nel cantabile che nella guerresca cabaletta mostra una voce potente, sonora, intonatissima suggellata da un lungo acuto finale di particolare compattezza.

Valentine è Rachel Willis-Sørensen, interprete sia di ruoli mozartiani che wagneriani, che esordisce con un ampio duetto col basso Marcel cercando di salvare Raoul dall’impari duello. La voce è adamantina, messa ben a fuoco e nella romanza del quarto atto Parmi les pleurs il canto è particolarmente concentrato e attento ai giusti accenti. La voce raggiunge acuti luminosi sia nella romanza che nel successivo gran duo già citato, dove ottima è l’intesa col tenore. Rachel Willis-Sørensen sviene in scena lasciando Osborn indeciso sul da farsi. Ma entrambi gli amanti dovranno affrontare lo spettacolare terzetto finale insieme a Marcel che benedice i novelli sposi.

Marguerite è Ana Durlovski, soprano macedone, capace di passare da Violetta a Lucia fino alla Regina della Notte; la Durlovski riesce a sdrammatizzare l’impegnativo e serioso ruolo di Marguerite. La sua aria iniziale Ô beau pays de la Touraine è un gentile ricamo che si amalgama col suono del flauto traverso presente in scena. Ne è episodio centrale un terzetto con Urbain e la dama d’onore, brano che osiamo dire inarrivabile per grazia ed inventiva, con Marguerite che veleggia sempre tra le regioni acute della sua voce con veloci roulades, mentre i due pertichini punteggiano con brio. L’arpa sostiene l’ultima parte dell’aria in una fulgida cabaletta dove impegnativi trilli vengono cantati con precisione. Ana Durlovski nelle vesti di abile regista di film, gioca col suo personaggio e il duetto seguente con Raoul è tutto un ammiccamento, senza mai appesantire il canto. Anche il registro centrale risulta particolarmente levigato senza cedimenti di sorta.

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Marcel è il basso parmense Michele Pertusi che affronta la prima volta Meyerbeer. È forse l’unico personaggio non metateatrale, sempre calato nell’ossessione della religione protestante, sempre vestito allo stesso modo, come un soldato sofferente e ferito nella battaglia de La Rochelle, sempre arrabbiato con tutto il mondo e scontroso con tutti tranne che con Raoul e, in un secondo tempo, con Valentine. La parte è impegnativa e tra le più originali composte per basso. Il primo interprete Nicolas Levasseur era un favorito da Meyerbeer e cantò per lui nella Margherita d’Anjou, in Robert le diable, ne Le Prophète. Fu anche il primo Don Alvaro ne Il viaggio a ReimsMoïse, Le Gouverneur ne Le Comte Ory, Walter Fürst in Guillaume Tell. Famoso il suo Cardinal de Brogni ne La Juive, Balthasar ne La Favorite e Juam de Sylva in Dom Sébastien. Pertusi è come sempre imponente con la sua voce da basso baritono che dà sostanza al corale luterano, leitmotiv dell’opera. La successiva Canzone ugonotta è veramente un’aria di carattere, con le sue comiche onomatopee e i suoi incisi vibranti che nell’interpretazione di Pertusi perdono ogni accezione buffa e si caricano di un canto ruvido, per scelta con il direttore. Nel grande duetto con Valentine, Pertusi dimostra la capacità del veloce canto sillabato negli interventi “a parte”. La sua figura viene poi trasfigurata proprio nel quinto atto quando benedice gli sposi: il dialogo si instaura con un clarinetto basso, strumento nuovo per l’epoca, e il cantante sostiene con autorità un canto ampio e irto di difficoltà. Il clarinetto basso è in scena suonato da un ugonotto insanguinato conferendo un effetto straziante alla scena. Il basso è poi impegnato in uno ultimo slancio finale nella visione, la stretta del Trio, Voyez! Le ciel s’ouvre et rayonne risolto con abilità e potenza raggiungendo un acme emotivo davvero interessante.

Urbain è Léa Desandre, di recente ascoltata come Venus nell’Orphée aux Enfers a Salisburgo, giovanissimo mezzosoprano che ha divertito molto nel suo ruolo. La sua cavatina Une dame noble e sage è di un belcantismo puro, levigato e raffinato con andamento circolare della frase. La sua voce è magnetica e conquista per lo smalto immacolato e perfetto. Piccante la ripetizione di Non, non, non nella seconda aria, un rondò pezzo di bravura irrinunciabile e giustamente reinserito dal direttore.
Nevers è Alexandre Duhamel, baritono francese dal buon fraseggio che rende credibile il suo ruolo di cattolico che vuole proteggere i protestanti dall’attacco di Saint-Bris un Laurent Alvaro sotto tono che delude nella scena della congiura, incapace di sostenere un canto a cui si contrappongono sia i solisti che l’ampio coro. Tavannes è Anicio Zorzi Giustiniani a suo agio nel ruolo di amico di Nevers, ma gli è mancato il do acuto in un pezzo d’assieme del primo atto; a parte ciò il suo canto è stato più che buono nei vari ensemble come nel settimino insieme al Cossé di Florian Cafiero, a Thoré / Maurevert di Donald Thomson, a Retz di Tomislav Lavoie e a Méru di Vincenzo Neri, amici di Nevers che si differenziano rispetto al coro generale dei Signori presenti al convivio dell’atto primo e alla Congiura dell’atto quarto.

Bois-Rosé è impersonato da un formidabile Rémi Garin, tenore che ci gratifica con un rataplan divertente, ben accentato e caratteristico.

Il Chœur du Grand Théâtre de Genève è stato preparato da Alan Woodbridge con particolare attenzione, impegnato in innumerevoli momenti come nell’Orgie del primo atto con terzine precisissime, nel perlaceo Choeur des Baigneuses, e in tutta la prima parte dell’atto terzo, anche se, come abbiamo detto, visivamente i diversi cori non erano differenziati. Abbiamo ascoltato sonorità potenti e marmoree nella congiura del quarto atto, momento epocale della storia del melodramma.

Marc Minkowski, che abbiamo già lodato per le scelte filologiche, è un ottimo direttore e ci consegna una lettura della partitura solida e varia al tempo stesso, caleidoscopica e insieme unita: ogni momento è caratterizzato al meglio, dai passaggi briosi del primo e secondo atto fino agli imponenti finali secondo e terzo dove ogni elemento viene collocato al suo posto. Orchestra ben preparata per un compito così difficile vista la durata dello spettacolo. Un’opera fiume che si ha avuto il coraggio di eseguire come forse neanche Meyerbeer ebbe mai occasione di ascoltare. Un episodio storico, che si conclude con la notte di San Bartolomeo del quinto atto e che coinvolge solisti di alto livello, dando credibilità alla vicenda. Minkowski ha promesso un Robert le Diable della medesima qualità e filologia per l’Opera di Bordeaux dove è direttore musicale. Attendiamo con impazienza questa sua nuova fatica.

La recensione di riferisce alla recita del 26 febbraio 2020.

Fabio Tranchida