Musica di Charles Gounod
Poesia di Jules Barbier e Michel Carré

Juliette Diana Damrau
Roméo Vittorio Grigolo
Frère Laurent Nicola Testé
Mercutio Mattia Olivieri
Stéphano Marina Viotti
Le Comte Capulet Frédéric Caton
Tybalt Ruzil Gatin
Benvolio Paolo Nevi*
Gertrude Sara Mingardo
Le Comte Paris Edwin Fardini
Gregorio Paul Grant*
Le Duc Jean-Vincent Blot
Direttore Lorenzo Viotti
Regia Bartlett Sher
ripresa da Dan Rigazzi
Scene Michael Yeargan
Costumi Catherine Zuber
Luci Jennifer Tipton
riprese da  Andrea Giretti
Maestro d’armi B.H. Barry
Movimenti coreografici Gianluca Schiavoni

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala

Produzione The Metropolitan Opera, New York

 

Nel 1867 Parigi è in fermento, la Grande Esposizione Universale galvanizza una città moderna, dove hanno ormai preso forma i grandi boulevards, dove sono presenti numerosi teatri per tutti i generi di spettacolo pronti ad accogliere un pubblico internazionale. Offenbach si scatena davvero con successi composti a ritmo a dir poco frenetico: Barbe-bleue nel 1866, La Grande-Duchesse de Gérolstein e Robinson Crusoé nel 1867. Ma proprio a descrive la ville lumière compone La Vie parisienne dallo strepitoso successo proprio poiché il pubblico si trovava rappresentato e motteggiato sulla scena.
Verdi componeva l’opera fiume Don Carlos, un grand opéra immenso, che voleva superare i lavori di Meyerbeer morto qualche anno prima. Gounod invece non punta sul grand opéra ma possiamo dire che crea il drame lyrique già affinato con Faust nel 1859 e Mireille nel 1864 componendo nel 1867 il magnifico Roméo et Juliette. Già nel 1841 nel suo viaggio di tre anni in Italia aveva pensato di musicare il famoso libretto di Felice Romani, ma fece solo qualche abbozzo. L’opera venne composta su testo francese nel 1865, quasi di getto grazie ad una effettiva ispirazione del compositore. Si aspettò due anni prima della prima rappresentazione e in questo tempo la partitura venne limata. Il successo fu effettivo fin da subito e l’opera venne messa in cartellone in tre teatri differenti nel giro di pochi anni subendo modifiche. Nel 1888 approdò all’Opéra Garnier e per questo teatro era d’obbligo il balletto: musica deliziosa, della durata di circa 25 minuti non eseguita nella versione delle recite scaligere ma incisa da Michel Plasson (con piccoli tagli purtroppo). Nella versione grandoperisitca del 1888 il IV atto assumeva proporzioni colossali. Dopo che Giulietta ha bevuto il sonnifero, cambio di scena, grande balletto appena citato con una coppia di sposi combattuta tra gioiellieri e il vero amore, segue una imponente Marcia, il Corteggio Nuziale che accompagna Paride e Giulietta. Un ampio concertato, indicato come Epitalamo, coinvolge i numerosi solisti sulla scena a cui segue un Coro danzato: solo a questo punto il sonnifero agisce e la povera Giulietta sviene. Alla Scala l’assunzione del sonnifero è seguita direttamente dallo svenimento facendo perdere tutta la sfarzosa musica qui descritta e anche il realismo nella perdita dei sensi di Giulietta che avviene troppo in fretta.
Lo spettacolo proposto dalla Scala lo avevamo visto già nel 2011 e sebbene risulti funzionale all’intreccio, manca di quella grandeur che Gounod ha pensato nello sviluppare situazioni tanto varie e contrastanti: una scena unica per 5 lunghi atti non può che risultare una scelta veramente poco efficace. Un grande palazzo rinascimentale fa da sfondo. Con qualche elemento si sarebbe potuto variare la scenografia ma idee nuove non ci sono state: i due amanti non hanno avuto neanche un letto a baldacchino nel duetto d’amore puro nel IV atto, nessuna processione nuziale tra Paride e Giulietta, rendendo incomprensibile la situazione. Bene solo la prima festa a casa Capuleti con molta azione in scena e balli con variopinti costumi settecenteschi. Anche il finale terzo con i 3 duelli è stato ben coreografato rendendo credibile l’azione concitata.

Lorenzo Viotti, ha solo trent’anni ed è figlio del prematuramente scomparso Marcello Viotti che conoscemmo a Salisburgo. Lorenzo Viotti è direttore designato dell’Opera di Amsterdam, la Dutch Opera e già dirige le stagioni delle importanti orchestre europee. Con questa produzione del capolavoro di Gounod  debutta con un’opera alla Scala e lo fa in grande stile. Vulcanica è l’ouverture iniziale, con ottoni incandescenti, bene i numerosi ritmi di danza che costellano la partitura, e molta attenzione agli “allargando” e “ritardando” che danno sostanza alle frasi.

Il Roméo di Vittorio Grigolo primeggia su tutti grazie all’enfasi melodrammatica che il tenore aretino infonde in ogni nota e in ogni gesto. Nel primo madrigale con Juliette si prosterna ai suoi piedi. Nella Cavatina “Ah! Lève-toi, soleil!” passa da frasi a mezze voci a frasi di intensità vibrante, terminando il pezzo a braccia alzate, invocando gli applausi che in effetti non mancano. Gli ultimi istanti di vita risultano credibili grazie a Grigolo in stato di grazia che a sillaba e sillaba scandisce “Console-toi, pauvre âme” un sospiro spezzato incredibile. I 4 vari duetti d’amore sono differenziati dal crescere dell’intensità e dal rapporto con Juliette, Diana Damrau dalla voce nitida ma un poco sotto tono. Sembra che la cantante, che si è fatta sostituire in una delle recite precedente, non sia in perfette condizioni si salute vocale. Da ciò comprendiamo che la cantante non può dare il massimo e ne prendiamo atto senza ulteriori critiche. Lo spensierato valzer “Je veux vivre” è cantato con piccante leggerezza mentre alcune difficoltà sono emerse nella impegnativa aria del sonnifero del IV atto.
Frère Laurent è l’autorevole Nicola Testé impegnato nel matrimonio tra i due amanti, in un salmeggiare religioso caro a Gounod che fu ad un passo dal seminario, distolto da Pauline Viardot che cantò per lui la sua prima opera Sapho. Nicola Testé canta una aria anche prima della consegna del sonnifero, una aria ben svolta divisa in due tempi contrastanti.
Mercutio è il grande baritono Mattia Olivieri, ormai presenza fissa sul palcoscenico scaligero. Difficilissima la sua Ballade de la Reine Mab che prorompe all’inizio del primo atto. Un vero proprio pezzo di bravura, velocissimo, con ritmi contrastanti e parole desuete. Mattia Olivieri supera la prova con maestria, con perfezione d’accenti, e con calda e vibrante voce. La presenza scenica è altrettanto notevole con l’efficace duello del terzo atto, che lo vedrà soccombere. Lo ascolteremo a fine mese nel Turco in Italia nel ruolo di Prosdocimo, un ruolo completamente differente, un ruolo metateatrale. Ve ne daremo pronto resoconto.

Stéphano è Marina Viotti, mezzosoprano, sorella del direttore, che è costretta in tutte le recite a cantare con una stampella a causa di una infiammazione alla gamba. Voce ben educata che ci offre questo ruolo en travesti in tutta la sua leggiadria e ambiguità. La sua “Chanson” con le sue velate allusioni scatena i duelli del Finale III. Marina Viotti, premiata come miglior giovane cantante agli International Opera Award 2019
Bene il tronfio Comte Capulet di Frédéric Caton e il malevolo Tybalt di Ruzil Gatin. Gertrude è Sara Mingardo, che dopo l’impegnativa parte nel Giulio Cesare in Egitto autunnale, qui ci regala un cammeo con i suoi divertenti interventi.
Il coro ha molti momenti per mettersi in luce, fin dall’inusuale prologo che lo vede protagonista. In realtà Gounod ha prescritto che il coro iniziale sia cantato da tutti, proprio tutti, solisti e coro. Questa prescrizione non è stata osservata forse per non stancare i protagonisti impegnati in tre ore di spettacolo. La mazurka che segue è costellata da interventi puntuali del Coro e la ripetizione del tema principale per 4 volte nella prima parte dell’atto e una quinta a suggellarne la fine. Una opera che apprezziamo molto, dove i ruoli dei due amanti sono sovraesposti cantando molto in ognuno dei 5 atti, anzi il II e V atto non sono altro che lunghi duetti d’amore. L’ultimo duetto in Shakespeare non ha luogo, ma già il testo del drammaturgo inglese venne cambiato dall’attore David Garrick nel 1763 per permettere un ultimo addio, tra i due amanti per eccellenza.
Una produzione da vedere e vedere più volte, per la bravura di tutta la compagnia vocale, in uno spettacolo leggermente ridotto rispetto la partitura originale, riduzione comunque funzionale capace di concentrare l’azione nei momenti topici della vicenda. Per chi vuole sentire i brani mancanti da questa esecuzione, fornisco qui i video, per amore di completezza.

 

 

Fabio Tranchida