Melodramma di Felice Romani
Musica di Gaetano Donizetti

Prima esecuzione: Milano, Teatro alla Scala, 26 dicembre 1833
Al festival Donizetti Opera 2019 viene eseguita la versione del Théâtre Italien di Parigi del 31 ottobre 1840
Edizione critica a cura di Roger Parker e Rosie Ward © Casa Ricordi, Milano
con la collaborazione e il contributo del Comune di Bergamo e della Fondazione Teatro Donizetti

Don Alfonso Marko Mimica
Donna Lucrezia Borgia Carmela Remigio
Gennaro Xabier Anduaga
Maffio Orsini Varduhi Abrahamyan
Jeppo Liverotto Manuel Pierattelli
Don Apostolo Gazella Alex Martini
Ascanio Petrucci Roberto Maietta
Oloferno Vitellozzo Daniele Lettieri
Gubetta Rocco Cavalluzzi
Rustighello Edoardo Milletti
Astolfo Federico Benetti

Direttore Riccardo Frizza
Regia Andrea Bernard
Scene Alberto Beltrame
Costumi Elena Beccaro
Movimenti coreografici Marta Negrini
Lighting design Marco Alba
Assistente alla regia Tecla Gucci 

Orchestra Giovanile Luigi Cherubini
Coro del Teatro Municipale di Piacenza
Maestro del coro Corrado Casati

Nuovo allestimento della Fondazione Teatro Donizetti di Bergamo in coproduzione
con la Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, la Fondazione Teatri di Piacenza e la Fondazione Ravenna Manifestazioni

 

Ci volle molto coraggio a musicare Lucrezia Borgia, il dramma di Hugo che nello stesso anno aveva avuto la sua prima a Parigi. Mentre Rigoletto raccontava di una deformità fisica, Lucrezia raccontava di una deformità morale. Un libretto rischioso che tratta della figlia del Papa, con l’abitudine di avvelenare e uccidere senza scrupoli i nemici. Ancora più censurabile è l’amore tra madre e figlio, un incesto che grava sull’opera che Romani ebbe l’accortezza di non rendere troppo esplicito. Solo due grandi artisti come Romani e Donizetti potevano permettersi un testo così dirompente nel 1833, Verdi farà lo stesso nel 1851 con Rigoletto, non senza difficoltà.
L’opera girò l’Italia all’inizio con un poco di difficoltà, e poi sopratutto con altri titoli e censure varie, spiccò il volo. Alla versione Milanese seguirono 9 versioni con differenze rispetto alla partitura originale, differenze decise da Donizetti che compose musica nuova dando all’opera nuovi punti di vista. Il Festival Donizetti 2019 ha deciso di mettere in scena la sesta versione quella del 31 ottobre 1840 per il Théâtre Italien di Parigi. Cantavano in quella occasione Giulia Grisi e Mario che furono beneficiati di particolari attenzioni.
La Grisi non cantò la seconda strofa di “Com’è bello” ma continuò l’aria con un’ardua cabaletta tra le più fiorite di Donizetti “Si voli il primo a cogliere”. Venne tagliato il duetto Orsini Gennaro e il coro seguente. Qui al Festival si è deciso di non prendere in considerazione questa amputazione. Mario fu omaggiato al posto del duetto di una nuova aria “Anch’io provai le tenere”. Mario canta nel sotto finale anche “Madre, se ognor lontano” composto per il protetto di Rossini, Nicola Ivanoff. Segue una unica esposizione di “Era desso il figlio mio”.

L’opera eseguita al Teatro Sociale ha avuto particolare successo sia per una regia a scena fissa molto drammatica sia per i cantanti coinvolti dei veri fuoriclasse.
La regia è affidata a Andrea Bernard, allievo di Pier Luigi Pizzi, che enfatizza la cupezza del dramma. Prima del prologo Lucrezia fa sentire a Gennaro infante un carillon con la melodia che diverrà “Com’è bello” (idea geniale del regista!). Dopo l’allattamento il bimbo è rapito da Papa Borgia e Lucrezia disperata si avventa sulla culla vuota. Ci spostiamo a Venezia durante una festa e visivamente vediamo una parte di soffitto cassettonato e dorato che ci dà l’idea di un ricco ambiente. Nel finale dell’opera compariranno sotto dei grigi parallelepipedi 5 culle per Orsini e i compagni di bagordi di Gennaro. Lucrezia nella visione del registra non reggerà alla morte del figlio e si taglierà entrambi i seni con copioso spargimento di sangue che la porterà in pochi secondi alla morte prima che il sipario si chiuda. Un colpo di scena veramente forte e scioccane, in linea con la plumbea regia. Una scena degna del miglior Dario Argento.
Donna Lucrezia Borgia è Carmela Remigio esperta di ruoli del puro belcanto creati da Rossini, Bellini e Donizetti. Varie eroine donizettiane come Stuarda o Bolena sono state da lei ben messe a fuoco. La Remigio con Borgia va un passo oltre e raggiunge vette drammatiche ineguagliate. Ogni recitativo accompagnato e scolpito con proprietà di accenti, con un senso di angoscia palpabile. Fin dal “Com’è bello” iniziale lo stato di oppressione è evidente e anche la cabaletta aggiunta seguente viene orientata verso un cupo stato d’animo. La cabaletta di rara esecuzione è ricolma di trilli, volate, cadenze e picchiettati che la Remigio esegue con perfetta tecnica senza far trasparire la minima gioia. Il duetto seguente è ben agito da Gennaro e da Lucrezia che fin da subito si avvinghiano in abbracci focosi esplicitando il tema dell’incesto. Nel secondo atto molto drammatico il recitativo del duetto Lucrezia Alfonso: prima vuole la morte di chi ha deriso il suo nome e poi con astuzia cerca di salvare Gennaro. Supplichevole ad Alfonso, torna tigre furiosa con la stretta del duetto dove Lucrezia rugge “Mio quarto marito!”. Questa potente stretta fu riscritta nella prima revisione dell’opera nel 1836 a Firenze con la Boccabadati e Cosselli protagonisti.  Nel terzo atto la Remigio compare nelle ultime tese scene con “M’odi… ah! M’odi… io non t’imploro”  e la straziante cabaletta prima del suicidio. La voce ha nella scrittura centrale notevole potenza e salendo di registro la materia rimane incandescente.

Gennaro è impersonato dal giovanissimo tenore Xabier Anduaga, ascoltato due anni fa come Ernesto nel Ricciardo e Zoraide pesarese e nel Castello di Kenilworth nel festival donizettiano. Fresco della vincita di Operalia concorso promosso da Placido Domingo, canta nella Lucrezia Borgia un ruolo che gli calza a pennello. “Di pescator ignobile” viene svolto con una innata morbidezza e tensione amorosa viene espressa nella stretta “L’amo. Sì, l’amo, e serbami” dove l’amore materno è già amore carnale bruciando ogni tappa.  L’aria “Anch’io provai le tenere” è un vero capolavoro sulle labbra di Anduaga che per 7 minuti ci paralizza nell’ascolto. Il tenore basco sfrutta la tripartizione della aria ABA’ ripetendo la strofa A’ in pianissimo, con un effetto  estatico: ne segue una coda più intensa fino ad un luminoso re maggiore sovracuto che porta ad applausi intesi e richieste di bis.
Don Alfonso è Marko Mimica (pronuncia Mimiza), imperioso basso che anticipa la crudeltà di Scarpia: a sangue freddo assiste all’avvelenamento di Gennaro. Mimica canta la potente aria “Vieni: la mia vendetta” molto amata dai bassi e baritoni per la sua scrittura centrale. Il cantante esalta le ampie frasi di Alfonso e sviluppa la cabaletta “Qualunque sia l’evento” dal tipico andamento che Donizetti replicherà con significative varianti per tanti ruoli negli anni ’30 fino al Severo del Poliuto.
Maffio Orsini è Varduhi Abrahamyan cantante che abbiamo molto apprezzato nell’Arsace della Semiramide a Pesaro. Anche qui recita un ruolo en travesti. L’amore omosessuale verso Gennaro si fa esplicito nel duetto del terzo atto. Ma in tuta l’opera, il regista non ha voluto porre limite all’amore carnale che si sviluppa liberamente nelle varie feste dei compagni di Gennaro fino al convivio presso la Negroni.  Varduhi Abrahamyan ci regala “Nella fatal di Rimini” ricca di variazioni rispetto la scrittura più piana di Donizetti. Ricchissimo di colori e di cambio di tempo il famoso Brindisi che restituisce un personaggio che vive solo nel presente ma ormai minato dal veleno. Ogni cambio di tempo ci restituisce un Orsini sofferente e presso la morte.
Tutti bravi i numerosi comprimari che rendono moderno e vario questo libretto, Jeppo Liverotto Manuel Pierattelli, Don Apostolo Gazella Alex Martini, Ascanio Petrucci Roberto Maietta, Oloferno Vitellozzo Daniele Lettieri, Gubetta Rocco Cavalluzzi, Rustighello Edoardo Milletti, Astolfo Federico Benetti.


Plauso al direttore bresciano Riccardo Frizza per una direzione concentrata che fin dal Prologo disegna una Venezia senza vie d’uscita. Nessun calo di tensione nelle 3 ore di spettacolo, anzi tempi sempre molto veloci come nel terzetto “Guai se ti sfugge un detto” con effetto “parlato” sorprendente e moderno. L’orchestra ha un buon suono e il palcoscenico di media grandezza del Sociale è perfetto per una tragedia come la Borgia dove tutti gli spettatori rimangono concentrati sull’azione. Palcoscenici enormi come i teatri delle grandi capitali possono annacquare un lavoro come questo. Il coro particolarmente numeroso canta con professionalità in tutti momenti in cui a richiesto, muovendosi sulla scena con molta varietà e credibilità tra festini orgiastici e gruppi di sicari.
Nel  1833 Donizetti realizza titolo dopo titolo le Trilogia Ferrarese, 3 opere consecutive tutte dedicate a vicende della Casa d’Este, che della città emiliana di Ferrara aveva avuto per secoli la signoria: Parisina nella stagione di quaresima della Pergola a Firenze, Torquato Tasso a fine estate al Valle di Roma, Lucrezia Borgia il 26 dicembre alla Scala. Una trilogia che deve essere lodata ed eseguita quanto la Trilogia Popolare verdiana. Ottimo il programma di sala in vendita durante la rappresentazione, con tre saggi veramente utili a comprendere quest’opera e in allegato la versione in italiano del dramma in prosa di Hugo utile per confrontare i due drammi. Testo prezioso come prezioso questo allestimento di una delle vette delle composizioni donizettiane.

 

Fabio Tranchida