Musica di Gaspare Spontini
Libretto Victor-Joseph-Étienne de Jouy e Joseph-Alphonse d’Esmenard

Edizione critica della Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi a cura di Federico Agostinelli

Mercoledì 16 e domenica 20 ottobre 2019

Fernando Cortez      Dario Schmunck
Télasco      Luca Lombardo
Amazily    Alexia Voulgaridou
Alvar     David Ferri Durà
Moralez     Gianluca Margheri
Il sommo sacerdote messicano    André Courville

Maestro concertatore e direttore    Jean-Luc Tingaud
Regia    Cecilia Ligorio
Scene     Massimo Checchetto e Alessia Colosso
Costumi   Vera Pierantoni Giua
Luci   Maria Domenech
Coreografia   Alessio Maria Romano

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Maestro del Coro Lorenzo Fratini
Compagnia Nuovo BallettO di Toscana

Il successo ottenuto da Spontini con La vestale permise al compositore di conoscere la famiglia imperiale e Napoleone stesso che gli commissionò una opera di propaganda. Nel 1808 l’imperatore aveva intenzione di conquistare anche la Spagna e quindi era facile paragonare Napoleone a Fernando Cortez e gli spagnoli ai messicani. I messicani dell’opera sono succubi della loro religione e il terzo atto è ambientato nel Tempio del Male: facile vedere qui la condanna all’Inquisizione spagnola che rendeva tutta l’Iberia di allora un paese arretrato e lontano anni luce dalle riforme dell’Illuminismo francese. L’opera nel 1809 ebbe un enorme successo grazie a scene spettacolari come i 14 cavalli sul palco, l’incendio delle navi e tutta la cupa scena nel Tempio. Musicalmente Spontini riuscì a dipingere un ampio affresco alternando momenti coreografici a momenti drammatici coi personaggi principali. Lui senza falsa modestia si riteneva l’erede di Gluck e in quest’opera dimostra di poter portare gli insegnamenti di Gluck a nuovi e spettacolari risultati.
Ma la campagna spagnola di Napoleone fu un disastro e si rischiava che la vittoria di Cortez (spagnolo) avesse l’effetto opposto da quello preventivato. Sta di fatto che dal 1812 l’opera è ritirata per non creare danni d’immagine. Nel 1817 Spontini ne redige una più snella versione che frutta ben 225 repliche negli anni successivi.  Seguono due versioni a Berlino nel 1824 e 1832. A Napoli ne dirige una mirabile esecuzione Rossini con il cast delle opere napoletane di quel periodo, Colbran, Nozzari e Benedetti tutti nomi ben noti. Si dice che Rossini abbia fatto degli “aggiustamenti” in questa occasione ma a San Pietro a Majella non si è ancora trovato materiale attinente.

Fernand ha un fratello, Alvar, prigioniero dei messicani che lo tengono in un Tempio contornato da un lago sacro. Fernand ama riamato Amazily, messicana che tradisce il suo popolo ed in primis Telasco suo fratello. Amazily si offre per essere sacrificata al posto di Alvar ma alla fine i messicani verranno sconfitti e Fernand e Amazily coroneranno il loro amore tra le ultime danze dell’opera.
Complimenti al Maggio Fiorentino per la scelta non solo di una opera desueta ma per la scelta di proporre la prima, magniloquente versione che è costata non poca fatica al musicologo Federico Agostinelli che si è dovuto destreggiare tra le continue rielaborazioni spontiniane.
Lo spettacolo è durato 4 ore e 15 minuti con due pause. Solo il primo atto è risultato un poco ridondante, con scene giustapposte senza una precisa conseguenzialità mentre gli altri due atti più corti ci sono piaciuti molto di più per una drammaticità più viva e serrata senza trascurare i momenti grand-operistici. Una opera quindi in crescendo secondo il nostro giudizio.
Amazily è una valida Alexia Voulgaridou, soprano che riesce a scolpire gli accenti sempre drammatici del personaggio. Non ci sono momenti sereni per lei che vive sempre lacerata tra la sua patria e l’amore per Cortez, che vive con intensità il contrasto tra le due religioni. La sua prima aria “Hélas!… Elle n’est plus!” si anima adagio adagio. Alexia Voulgaridou risolve in maggiore il duetto col fratello nel secondo atto e ci propone con forza e qualità di accenti l’aria impervia “Dieu terrible! Prête jaloux!”. Immaginiamo la Colbran come abbia potuto svilupparla a suo favore.

Fernando Cortez è Dario Schmunck, tenore di casa al Maggio. Ne avevamo parlato nella Straniera di Bellini qualche mese fa: in quell’opera il catanese aveva deliberatamente messo in secondo piano il tenore non potendo disporre di Rubini. In quest’opera Schmunck è protagonista effettivo e dobbiamo notare qualche debolezza: il canto prescritto da Spontini non è certo troppo acuto ma richiede un incedere stentoreo per tutti e tre gli atti e in questo il tenore Schmunck sembra troppo affaticato e con poco squillo. Il tenore ha gran parte in particolare nel primo atto dove si presenta in dialogo con i cori di ufficiali e soldati spagnoli.
Debole il Télasco di Luca Lombardo che è beneficiato di una ampia aria all’inizio del secondo atto: “O patrie! O lieux pleins de charmes!” fu cantata alla prima da François Lays famoso cantante fin dai tempi di Maria Antonietta e rimasto sulla cresta dell’onda durante tutte le vicissitudini dei governi francesi. Luca Lombardo non riesce ha sostenere una linea così ampia che martella sul registro medio acuto e termina l’aria con affanno. Un poco meglio il duetto con la sorella dove intona delle frasi in minore associate al suo culto messicano in contrasto col solare maggiore di Amazily.
Moralez è il sempre ottimo Gianluca Margheri che da figura secondaria passa grazie a questa regia a uno dei protagonisti: Moralez è quasi sempre presente fin dalla sinfonia, occupato a scrivere il diario delle memorie sulla campagna di Cortez. Ottimi i suoi movimenti in scena dove risulta il più disinvolto. Pochi i suoi interventi musicali ma la sua voce di basso è di grande qualità e sempre risalta tra le altre. Alvar compare solo nel terzo atto e viene cantato da David Ferri Durà cantante che abbiamo conosciuto in più occasioni al Festival della Valle d’Itria a Martina Franca.
David Ferri Durà è un tenore di qualità, dotato di bel timbro che risalta sul canto dei due prigionieri che cantano con lui. Sensibile nell’ampio sestetto che segue. Il sommo sacerdote messicano è André Courville che ha certamente la migliore pronuncia del francese: la sua voce di basso è sufficientemente ampia e dà autorità al ruolo.
Molto importanti gli interventi dei cori in quest’opera e il Coro del Maggio Fiorentino svolge il compito con ottima professionalità. Molto importanti gli interventi iniziali del coro tra parti riservate solo al coro e ampi dialoghi con i personaggi spagnoli.

L’orchestra preparata dal direttore Jean-Luc Tingaud, svolge con ampiezza di suono l’ampia partitura. Gli ottoni danno la giusta pompa all’intero affresco di Spontini, le numerose percussioni esaltano i movimenti di danza sparsi sia nel primo che terzo atto.
Jean-Luc Tingaud regge le fila tra palco e buca con la solida bacchetta e tutti i passaggi risultano compatti e concentrati per una riuscita dello spettacolo di grande qualità.
La giovane regista Cecilia Ligorio realizza uno spettacolo di forte impatto visivo degno di una inaugurazione di stagione. Grazie alle scene di Massimo Checchetto e Alessia Colosso che proiettano piante storiche del Messico sullo sfondo ogni atto è ben caratterizzato e diverso. Le grandi navi che vanno a fuoco e il Tempio del Male sono momenti che rimangono impressi nella memoria. Costumi appropriati di Vera Pierantoni Giua che con la giusta libertà e fantasia ha elaborato quelli per i messicani con piume e colori freddi. La coreografia di Alessio Maria Romano ha la giusta varietà nel primo e terzo atto. La famosa  cavalcata dei 14 cavalli dell’originale produzione viene risolta qui con dei cavalli metallici sullo sfondo e i ballerini con le teste di cavalli. Ottima la coreografia nel Tempio del Male, un vero rito da invasati che ha caratterizzato il cupo ultimo atto.

Questi sono i titoli che dovrebbero caratterizzare le aperture di stagione! Titoli dove tutte le forze del teatro vengono espresse. In molti teatri ci si adagia su titoli di repertorio anche alle prime di stagione mentre qui a Firenze si è stati davvero coraggiosi per una apertura in grande stile e con la scoperta di una edizione critica che ci ha offerto una partitura inedita monumentale.

Fabio Tranchida