Libretto di Felice Romani
Musica di Gaetano Donizetti

 

Adina Rosa Feola
Nemorino Vittorio Grigolo
Dulcamara Ambrogio Maestri
Belcore Massimo Cavalletti
Giannetta Francesca Pia Vitale

 

Direttore Michele Gamba
Regia Grischa Asagaroff
Scene e costumi Tullio Pericoli
Luci Hans-Rudolf Kunz

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala

Produzione Teatro alla Scala

 

Sebbene si trattasse della settima rappresentazione di questa ripresa, l’atmosfera in sala, il primo ottobre, era quella di una prima rappresentazione assoluta: tutta l’attesa era concentrata sul tenore Vittorio Grigolo, personaggio pubblico e star, che esordiva in questa serie di rappresentazioni. Già aveva eseguito la parte di Nemorino alla Scala e proprio con questa regia, ma la suspence era cresciuta a mille poiché Grigolo è un interprete che mette l’anima nei suoi personaggi e dà ogni volta il 100% delle sue capacità. Il licenziamento dal Metropolitan per le solite accuse di molestia, la presenza di Mara Venier nel palco di proscenio solitamente occupato dal sovrintendente, di altre personalità della Rai e del mondo dello spettacolo hanno dato quel tocco di mondanità alla serata.
L’opera di Donizetti fu creata per il Teatro della Canobbiana, l’odierno Teatro Lirico in via Larga il cui restauro sembra infinito. Donizetti aveva dedicato mesi alla composizione di Bianca d’Aquitania, poi censurata in Ugo Conte di Parigi nel vano tentativo di vincere la sfida con Bellini che alla Scala e con gli stessi cantanti presentava la Norma. Grande fu la delusione poiché Ugo non fu apprezzato nonostante la bellissima musica con cui il bergamasco rivestì il libretto di Romani. Ripiegò quindi sulla Canobbiana dove avevano luoghi spettacoli più leggeri e in due settimane senza sforzo compose Elisir d’amore mentre Romani traduceva letteralmente il libretto di Scribe dal francese all’italiano con davvero piccole modifiche alla struttura drammaturgica. Tutto ciò che appariva complesso e difficile in Ugo qui divenne semplice e lineare e fin da subito quest’opera entrò in repertorio. Primo Belcore fu Dabadie che cantò nel ruolo del titolo nella prima assoluta del Guillame Tell rossiniano. Frezzolini fu Dulcamara, mentre sua figlia Erminia da li a qualche anno diverrà la prima Giselda nei Lombardi e la prima Giovanna d’Arco verdiana.

Le scene fantasiose e fumettistiche di Tullio Pericoli e la regia divertente di Grischa Asagaroff, che modifica in parte quella originaria di Ugo Chiti, servono alla perfezione il capolavoro di Donizetti con un cast molto valido. Come illustrato da Luca Chierici nell’esaustivo saggio delle rappresentazioni di quest’opera è la 4a volta che possiamo apprezzare questo spettacolo sul palco della Scala che ebbe la sua prima il 15 ottobre del 1998.
Le colorate scene danno l’idea di una paese da fiaba e durante il preludio sembra che tutto lo spettacolo esca dal vasello dell’elisir. Un secondo sipario rappresenta infatti le scene e i costumi che mano a mano verranno poi utilizzati. Il coro di paesani, mietitori e quello di soldati indossano costumi che sembrano acquerellati, con toni che scoloriscono adagio adagio. I protagonisti invece sono vestiti con colori più sgargianti e una infinità di pon pon e bottoni.
Il difetto principale di questa produzione, fin dalla sua prima del 1998, è di non utilizzare l’Edizione critica di Alberto Zedda (sebbene sembri il contrario leggendo la locandina) e attuare tagli ad ogni numero musicale. Vengono tagliate di più della metà della lunghezza tutte le cabalette e strette di ogni numero, pratica che si effettuava negli anni ’50 o ’60 ma inconcepibile oggi. A teatro l’opera è durata due ore di musica mentre con i brani completi si sarebbe arrivati a 2 ore e 20 minuti che mi sembra una durata accettabile. I vari direttori che si sono succeduti non hanno potuto riaprire i tagli essendo la regia costruita sulla partitura monca. Ebbi già modo di discutere con  i direttori Rizzi Brignoli e Fabio Luisi. Anche il bravo Michele Gamba si è trovato con le mani legate ed ha dovuto accettare obtorto collo lo scempio effettuato sulla partitura che non rispetta l’equilibrio musicale pensato da Donizetti. Per il resto il giovanissimo Michele Gamba ci è parso valido direttore capace di colori vividi e frasi molto accentate. Molta la sua concentrazione per tenere le file dell’orchestra durante i passaggi con Grigolo che ampliava le frasi a piacimento nell’intensità della sua interpretazione.

L’interpretazione che Vittorio Grigolo dà al personaggio di Nemorino è estrema: un ragazzo impacciato, smanioso, capriccioso, stolto e naïf. La sua gestualità caricata esprime tutto ciò. Vocalmente affronta il personaggio chiaroscurando ogni frase, mettendo a fuoco ogni sillaba. La sua è una voce dalla materia ricca e dal timbro conturbante. Ubriaco di bordeaux canta a briglia sciolta “Tra la la” con movimenti marionettistici. “Una furtiva lacrima” viene distillata in piccole frasi concentrate dal notevole fascino e colore. Il pubblico di tutta la sala apprezza e viene concesso il bis che Grigolo canta con un nuovo atteggiamento inginocchiato tutto il tempo davanti a noi.
Rosa Feola già ottima Ninetta e Norina affronta di petto la volitiva Adina: voce piena e fresca, indugia volentieri in cadenze civettuole. Nel concertato del finale primo risalta la sua linea vocale omaggiata da numerosi trilli. Protagonista di numerosi duetti, giunge con piena energia all’aria conclusiva “Prendi da me sei libero” anch’essa accolta da applausi sostenuti da parte del teatro.

Ambrogio Maestri è una vero artista, capace di esprimersi al meglio in questo ruolo buffo con veloci sillabati e frasi più espansive: ne è un esempio la sua aria di sortita “Udite o rustici” dove si alternano l’iniziale captatio benevolentia, la narratio e la confirmatio. Un vero capolavoro di cavatina buffa che riplasma la matrice rossiniana. Maestri, libero da ogni costrizione, ride una volta durante il canto e urla “Gianni, tromba” invece del solito “Gaetano, tromba”. Nella barcaruola del Senatore tre denti, da senso al suo difetto fisico fischiando ad ogni “s” che incontra. Un vero virtuosismo.

Il baritono Massimo Cavalletti è ormai presenza fissa nel nostro teatro: abituati ad ascoltarlo in ruoli seri è un piacere vedere che riesce con successo anche in parti comiche, sopra le righe. “Come Paride vezzoso” è svolto con una voce ampia e sicura esagerando giustamente in movimenti e moine verso il sesso femminile. Divertente il duetto con Nemorino dove Cavalletti mostra le sue capacitò nel canto veloce e sillabato.
Francesca Pia Vitale proviene dall’Accademia e svolge con apprezzamento la parte con i suoi sensibili interventi nell’introduzione, nel finale d’atto e nel delizioso coro “notturno” che prelude al quartetto. Coro in parte proveniente dalla Francesca di Foix. Il coro è utilizzato da Donizetti con il giusto equilibrio e la prova del Coro della Scala è più che positiva.

Grande entusiasmo del pubblico a fine recita in particolare per la Feola e il divo Grigolo. Repliche fino al 10 ottobre con il medesimo cast trattato in questo articolo.

Fabio Tranchida

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