Melodramma tragico in due atti di Gaetano Rossi

Musica di Gioachino Rossini


Edizione critica della Fondazione Rossini.
In collaborazione con Casa Ricordi.
a cura di Philip Gossett e Alberto Zedda

Semiramide SALOME JICIA

Arsace VARDUHI ABRAHAMYAN

Assur NAHUEL DI PIERRO

Idreno ANTONINO SIRAGUSA

Azema MARTINIANA ANTONIE

Oroe CARLO CIGNI

Mitrane ALESSANDRO LUCIANO

L’ombra di Nino SERGEY ARTAMONOV

 

Direttore MICHELE MARIOTTI

Regia GRAHAM VICK

Scene e Costumi STUART NUNN

Luci GIUSEPPE DI IORIO

 

Nuova coproduzione con Opéra Royal de Wallonie-Liege

 

Molti elementi in comune hanno il capolavoro giovanile Tancredi con l’ultima opera monumentale italiana Semiramide: il Teatro la Fenice di Venezia, il librettista Gaetano Rossi, “papà di parole” di Rossini, Voltaire, l’impianto generale della composizione che privilegia arie e duetti contrapposti a grandi ensemble. Dopo 10 anni di attività Rossini torna alla Fenice che dall’epoca dello sfortunato Sigismondo non aveva più accolto una opera rossiniana. Sembra incredibile. Solo Rossini poco prima della prima di Semiramide allestì una nuova versione di Maometto II mentre nel teatro rivale il San Benedetto veniva eseguita la Zelmira napoletana. Venezia quindi non aveva subito la rivoluzione moderna delle opere napoletane del pesarese. Rossini con Semiramide ritorna alle origini e al suo stile apollineo vivificato da tutte le novità apprese a Napoli. Ne sortisce un’opera che sulla struttura musicale ancora simile al Tancredi, innesta grandi numeri monumentali ampliando dall’interno le forme creando 4 ore di musica sublime.
Michele Mariotti sostiene nella conferenza che i tagli renderebbero l’opera più lunga. Infatti lui rispetta appieno la partitura, chiara e simmetrica, creando una architettura mastodontica ma perfettamente leggibile. Si potrebbe assimilare al Partenone la regina delle architetture. Oltre a ciò Mariotti assecondato dalla brillante Orchestra della Rai fin dalla sinfonia fa emergere la filigrana tersa dei fiati, la voluttuosità dei crescendo e i ritmi pregnanti e vari che caratterizzano tutti i passaggi. I colpi sul gong raggelano durante la comparsa dell’ombra di Nino e ben risolto è l’effetto “tuono” nell’introduzione e nel finale I con i colpi a terra dei sacerdoti evitando suoni artificiali fuori contesto.
Brillante il suono della banda che però non viene fatta suonare da Mariotti nel finale I: avrebbe creato un acme sonoro non indifferente voluto da Rossini. Anche in Donna del lago l’aveva fatta tacere nel momento del parossismo musicale. Peccato.
L’opera ritorna al ROF con un nuovo allestimento di Graham Vick dopo essere stata messa in scena altre tre volte: nel 1992 e nel 1994 da Hugo de Ana (memorabile allestimento) diretta da Alberto Zedda e poi con la direzione di Roger Norrington, e nel 2003 da Dieter Kaegi (regia un po’ fantascientifica), diretta da Carlo Rizzi.
La protagonista di questa versione, secondo Vick, è Arsace. Un Arsace donna nella voce e nell’aspetto. Secondo Vick nel 2019 bisogna andare oltre alla figura en travesti, Semiramide si innamora di Arsace proprio per le sue caratteristiche femminili come Marzelline di Fidelio. Il cortocircuito che si crea con Arsace donna non turba certo il pubblico moderno e anche in scena non ci sono vistose contraddizioni. Varduhi Abrahamyan nata in una famiglia di musicisti ha compiuto gli studi nel conservatorio di Yerevan per poi specializzarsi all’estero. Il mezzosoprano sfoggia un ampio volume, un registro pieno e rigoglioso che utilizza con piena efficacia. Ottima la prima cavatina “Ah! Quel giorno ognor rammento” ma ci ha sorpreso nei due versi che collegano la cavatina alla cabaletta: “Schiuse il ciglio… mi guardò… mi sorrise… e palpitò” ogni parola ha assunto una intonazione differente sottolineando i diversi affetti. “Oh! Come da quel dì” viene cantato dolce e sostenuto, insieme con una chiara comunicativa verso il pubblico. Nel duetto con Assur, la Abrahamyan emerge nel suo aspetto virile e combattivo, mentre sono dolcissimi i duetti con la madre nel più puro stile apollineo tanto da ricordare il corrispettivo duetto delle due sorelle Mombelli nel Demetrio e Polibio archetipo e matrice.
La Semiramide di Salome Jicia non ci convince pienamente. Recentemente ascoltata come Straniera di Bellini a Firenze ci aveva molto sorpreso nel ruolo che fu della Henriette Méric-Lalande mentre a lei non si addice appieno un ruolo Colbran. Se nobile è l’incedere di “Fra tanti regi, e popoli” troppe sono le durezze nella stretta dell’introduzione. Gli acuti emergono su tutti ma privi della morbidezza necessaria. Il coro “Serena i vaghi rai” secondo Vick è una ninna nanna e quindi le coriste cullano bambolotti e compare un enorme orsetto blu rendendo la scena un poco ridicola e kitsch. In questo contesto la Jicia canta con correttezza “Bel raggio lusinghier” senza indugiare troppo sul sentimento. Troppo algido “Dolce pensiero” che necessiterebbe un assoluto abbandono amoroso. Solenne l’ampio giuramento del Finale I dove il soprano acquista una centralità di potere vocale e scenico. Il duetto con Assur viene cantato con passione. Mentre i due mimano un amplesso si parla di morte e veleni. Le grandi passioni vengono esplicitate da Vick in questa scena.


Assur è Nahuel Di Pierro cantante argentino di 35 anni che ascoltiamo per la prima volta. “Dell’Assiria ai Semidei” è intonato con voce ricca e sontuosa indulgendo nella pastosa coloratura prevista per Filippo Galli. Magnetico, nel duetto con la Regina, “Quella ricordati notte di morte” dove il basso/baritono esprime l’orrore sulla base di una tonalità in minore. Veramente molto espressivo e allucinato nella scena della Pazzia espressamente realizzata per le doti di Galli. Il lungo recitativo è scolpito a dovere e l’aria dalla frasi spezzate ben giocata. Risolutiva l’ampia cabaletta con cori “Que’ Numi furenti” dove Di Pierro offro tutta la sua ricchezza vocale.
Il personaggio di Idreno rimane un po’ isolato rispetto gli altri. Il primo interprete fu l’inglese Sinclair di cui ci rimangono giudizi poco positivi e probabilmente non cantò neanche alla prima l’aria di sortita che scomparve quasi subito per essere recuperata in via eccezionale da Manuel Garcia. Nelle moderne rappresentazioni si tende a eseguire entrambe le arie per la bellezza della musica e per rispettare la concezione originaria prevista da Rossini. Antonino Siragusa è ospite di ampia frequentazione del Festival e ricordiamo gli esiti felici delle sue interpretazioni di Norfolk e Ladislao due perfidi tenori. “Ah dov’è, dov’è il cimento?” parte con una morbida frase esaltata alla parola “maggior” da acuti stentorei e generosi. Le ardue frasi vengono sviluppate da Siragusa che non teme il registro sovracuto e anzi ci regala una ampia cadenza tutta in fortissimo ad indagare tutto il registro tenorile. “E, se ancor libero” viene cantato con morbidezza per poi evolvere in una coloratura minuta perfettamente sgranata. Ampio e morbido l’acuto finale. “La speranza più soave” nel secondo atto è parimenti ben svolta e galvanizzata dalla presenza del coro. “E con me giubilerai nei trasporti dell’amore” porta la voce a vette mai raggiunte dove Siragusa invece di rifuggire per tema, sembra indulgere per regalarci momenti estatici. Buona la prova di Carlo Cigni come Oroe anche se alcune note profonde non avevano sufficiente corpo.
L’ombra di Nino è Sergey Artamonov buon basso che compare in scena anche nel finale II ad assistere alla sua vendetta.
La scena sembra disegnata su un cartoncino strappato usato dai bambini. In effetti appare un bimbo a letto, il piccolo Arsace che a 5 anni assiste alla morte del padre, e la ricorda in due terribili disegni coi gessetti che compaiono durante l’opera. Un trauma mai superato messo in evidenza da Vick. Oltre a ciò gli spettatori sono scrutati dagli occhi minacciosi di Nino, una gigantografia che incombe sulla scena e sui personaggi. Il coro del Teatro Ventidio Basso è della giusta ampiezza e risolve col giusto colore i numerosi passi corali. Molto impegnato anche come pertichino nelle arie monumentali dell’opera.
Uno spettacolo degno dell’apertura della quarantesima edizione salutato da un pubblico attento e concentrato che ha applaudito convinto tutti gli artisti coinvolti. Prevedibili contestazione alla regia di Vick che certo non può accontentare tutti sopratutto i melomani più tradizionalisti. La serata si è conclusa con un grande ricevimento a Pesaro presso Ratti come di tradizione.

Fabio Tranchida

 

 

 

 

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