Barbe-Bleue Yann Beuron
Il Principe Saphir Carl Ghazarossian
Fleurette Jennifer Courcier
Boulotte Héloïse Mas
Popolani Christophe Gay
Il Re Bobeche Christophe Mortagne
Il Conte Oscar Thibault de Damas
La regina Clémentine Aline Martin
Direttore Michele Spotti
Regia e Costumi Laurent Pelly
Adattamento dei dialoghi Agathe Mélinand
Scene Chantal Thomas
Luci Joël Adam
Orchestra e Coro de l’Opéra de Lyon

 

In tutta la Francia si stanno celebrando i duecento anni dalla nascita di Offenbach. Vi avevamo dato conto di una delle sue opéra-comique più rare con Barkouf, a Strasburgo, nel periodo di Natale e oggi vi proponiamo invece un classico Barbe-Bleuerealizzato dalla trinità laica di Offenbach, e i librettisti Meilhac et Halévy. I due librettisti hanno prodotto i più significativi capolavori dello sterminato catalogo del compositore di Colonia naturalizzato francese: Offeenbach scrisse più di centoventi opere per il teatro lirico. Alcune sono dei lavori semplici e veloci mentre altre sono ampie e complesse come, ad esempio, Le Roi Carotte (il librettista di quest’opera dei legumi è Sardou, quello di Tosca!) eseguito proprio qui a Lione con il medesimo fantasioso regista Laurent Pelly. Egli stesso si è cimentato con successo con molti lavori del compositore tra cui La vie parisienneLa Belle HélèneLa Grande Duchesse de Gérolstein, La Périchole, Orphée aux Enfers e naturalmente Les Contes d’Hoffmann.

Dopo il successo incredibile de La Belle Hélène, il magico trio doveva superare se stesso e, abbandonata la satira della Grecia classica, si orienta su una sanguinolenta fiaba medievale che nelle loro mani diventa un’opera buffa quasi surrealista. Il pubblico aveva ben presente i cantanti che otto mesi prima avevano portato al successo l’opera “greca” e quindi bisognava accontentarlo proponendo un’opera con ruoli simili con una strizzatina d’occhio.
Alla prima rappresentazione, nel 1866 a Parigi, Barbe-Bleue fu José Dupuis, che aveva interpretato il seduttore Paride: qui, esagerando, diventa un erotomane convinto, che durante il suo sesto matrimonio pensa già alla settima moglie. Star assoluta della prima fu la Boulotte di Hortense Schneider che come Hélène aveva fatto cadere ai suoi piedi ministri e banchieri di Parigi. Come Boulotte non ebbe alcun problema ad apparire come una ninfomane pronta ad abbracciare e baciare tutti, dai pastori al Re, con irriverente spavalderia. Le roi Bobeche (il re moccolo) fu Jean-Laurent Kopp che interpretò pochi mesi prima il ridicolo Re Menelao preso in giro un po’ da tutti. Qui è sempre Re, ma in uno stato di continua isteria, ben caratterizzato nella produzione odierna. Pierre-Eugène Grenier fu il primo Conte Oscar mentre nella Belle Hélène fu Calcante quindi in entrambi casi un servitore del re che però fa sempre di testa sua, facendo evolvere così le bizzarre trame.
Barbe-Bleue sposa la pastorella Boulotte (sua sesta moglie) e nel contempo Fleurette, un’altra pastorella, viene riconosciuta figlia del Re e può sposarsi col suo amato Principe Saphir. Tuttavia Barbe-Bleue si stufa presto della volgare Boulotte e decide di ucciderla come già per le precedenti mogli e sposare la principessa Fleurette/Hermia. Ma l’alchimista incaricato delle soppressioni ha in realtà salvato tutte le mogli le quali tornano all’attacco travestite da zingare capeggiate da Boulotte per impedire il matrimonio di Barbe-Bleue con Hermia. Cinque presunti amanti della Regina erano anch’essi stati messi a morte, ma salvati dal Conte Oscar e alla fine si sposeranno con le cinque mogli di Barbe-Bleue mentre anche Saphir/Hermia e Boulotte/Barbe-Bleue ritorneranno a formare le giuste coppie.

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Il giovanissimo Michele Spotti dirige questa “follia organizzata” con estrema verve, staccando dei tempi vivissimi capaci di sviluppare la vicenda in piena sintonia con il regista. Il compositore ha previsto un’orchestra con un numero limitato di elementi (come l’organico della Cenerentola, più o meno) con un solo flauto, un solo ottavino, un solo oboe, un solo fagotto e un solo trombone. I fiati così distribuiti dialogano elegantemente con le voci. All’orchestra preparata da Spotti, non mancano certo i momenti di forza in particolare la capacità di infondere un brio travolgente ai finali d’atto dove le numerose percussioni danno sempre colori interessanti e vari. Michele Spotti fa letteralmente “saltellare” l’orchestra nella sortita del protagonista e nell’aria della fine secondo atto di Boulotte, e la fa “danzare” nel famoso valzer del baciamano o negli entr’acte ripilogativi.

Protagonista assoluta la Boulotte di Héloïse Mas, abbigliata come una maggiorata degli anni ’60, dai modi rudi e le gambe perennemente storte. Pronta ad abbracciare e baciare chiunque le passi a tiro, canta con una robusta voce mezzosopranile. I primi couplets “Y’a des bergèr’s” sono dolci e pastorali mentre i secondi “V’là z’encor’ de drôl’s” rivelano la sua accattivante personalità. Héloïse Mas ben accenta le frasi e l’emissione è omogenea sia in acuto che nella discesa alle note più gravi. Un vero fuoco d’artificio l’aria che chiude il secondo atto “Morte, sortez de vos tombeaux” non tanto per le agilità quanto per il ritmo serrato e graffiante che la cantante segue perfettamente incitando le cinque mogli alla vendetta.

Brutte notizie riguardo al tenore, forse non in serata (nessun annuncio è stato dato), che ha sostenuto la parte con enorme difficoltà. Yann Beuron una volta raggiunte le note più ostiche non riesce a mantenerle e gli acuti, non sempre intonati, vengono appena accennati. Clamoroso che nella gran scena in minore “Écoutez, manants ou vassaux” ricorra al falsetto per evitare problemi e, evidentemente sempre per lo stesso motivo, non canta in voce nei finali e nei concertati e quando invece il suo canto dovrebbe svettare su tutti, risulta inudibile.

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Ottime le capacità attoriali di Christophe Mortagne che già avevamo adorato come Roi Carotte quattro anni fa sempre qui a Lione. La sua mimica, le sue mossette sono da consumato attore comico e la sua voce tenorile, asprigna, ben caratterizza l’isterico re. Durante un dialogo con Saphir all’improvviso intona per due volte un assurdo Rataplanmuovendo al riso l’intero teatro. Momenti di teatro dell’assurdo perfettamente riusciti.

Jennifer Courcier è una Fleurette deliziosa con una voce di non particolare ampiezza, adatta alla parte leggera della pastorella-principessa. La sua aria principale è proprio all’inizio, con il volitivo duetto con Saphir, Carl Ghazarossian: entrambi svolgono l’elegante melodia in piena sintonia, le voci si intrecciano su una mobilissima orchestra con grande intesa dei due giovani amanti.

Popolani è Christophe Gay, truccato come un mad doctor di un film horror: ma l’aspetto da cattivo nasconde in realtà un cuore buono. L’aria principale del personaggio, un’aria/valzer, è cantata dal baritono con sufficiente briosità. La voce è piena e sonora e il cantante è bravo attore come testimoniano i lunghi dialoghi con il conte Oscar, pieni di verve e comicità. Quest’ultimo ha un unico momento da protagonista all’inizio del secondo atto quando obbliga tutta la Corte a inchinarsi davanti al Re, “Mes valets aujourd’hui…C’est un métier dificile…”: il pezzo è uno tra i più conosciuti dell’opera ed è ben sviluppato da Thibault de Damas, baritono più serioso di Popolani ma non meno adatto per queste parti di sostegno. Corretta la regina Clémentine che trova in Aline Martin un buon mezzosoprano.

Ricorrendo a una scrittura spesso schematica, Offenbach esalta all’eccesso l’ilarità della parte corale a cui sono affidati molti pezzi. I contadini che affollano il primo atto sono di rara volgarità, di pari passo con la grossolana Boulotte (da tradurre con “La cicciona”). Il coro nuziale non esita a calpestare il presunto defunto principe Saphir, pur di proseguire la marcia verso la cappella. Laurent Pelly sa bene muovere le masse nelle concitate scene dei vari finali d’atto, creando una regia perfetta, elegante, con una comicità a volte sottile a volte più esplicita mai tradendo lo spirito di Offenbach, anzi esaltandolo. È un bell’omaggio al compositore aver riproposto quest’opera nella sua integrità musicale e col giusto spirito. A Natale verrà riproposto le Roi Carotte, purtroppo sempre in una edizione che contempla solo la metà della musica composta da Offenbach.
Parigi si è mossa nel mese di giugno con Madame Favart e Maître Peronilla, con l’intento di rappresentare sempre di più i titoli dello sterminato catalogo del compositore.
Auguri Jacques, buon compleanno!

La recensione si riferisce alla recita del 29 giugno 2019.

Fabio Tranchida