Musica di Erich Wolfgang Korngold
Libretto di Paul Schott

Paul    Klaus Florian Vogt
Marietta    Asmik Grigorian
Frank/Fritz    Markus Werba
Brigitta     Cristina Damian
Juliette     Marika Spadafino
Lucienne    Daria Cherniy
Victorin     Sergei Ababkin
Graf Albert/Gastone   Sascha Emanuel Kramer

Direttore    Alan Gilbert
Regia     Graham Vick
Scene e costumi    Stuart Nunn
Luci   Giuseppe Di Iorio
Coreografia    Ron Howell

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala
Coro di Voci Bianche dell’Accademia Teatro alla Scala
Nuova Produzione Teatro alla Scala
Prima esecuzione al Teatro alla Scala

 

Die Tote Stadt, La città morta è una splendida opera tratta dal romanzo Bruges la Morte di Georges Rodenbach, o meglio tratta dalla pièce Le mirage che ne è una derivazione. Capolavoro di un compositore ventitreenne vero enfant prodige che iniziò a comporre a 5 anni nello stile aggiornato di Berg per poi subire una forte influenza dal tradizionalista padre, importante critico musicale. Il padre preferì che suo figlio così talentuoso componesse nello stile di Wagner e Richard Strauss. Korngold, nel suo eclettico stile è inoltre influenzato da Puccini e Franz Lehár. L’opera ebbe una doppia “prima” ad Amburgo con la direzione di Otto Klemperer,  e a Colonia a cui seguì successo per una decina d’anni. Nel 1933 venne considerata musica degenerata dai nazisti e non più eseguita, mentre il compositore di origine ebraica si trasferì ad Hollywood diventando un bravo compositore di colonne sonore e vincendo 2 oscar. Negli anni ’50 cercò di tornare a Vienna per ritagliarsi uno spazio tra i grandi musicisti ma senza alcun successo.
Rimane quindi questa opera lirica il vertice della sua produzione, aiutato dal padre nella stesura del libretto che diverge dalla fonte primaria ambientando il secondo e terzo atto in un sogno, o piuttosto un incubo dal quale il protagonista Paul si risveglierà solo alla fine. Le teorie sul sogno e la psicanalisi erano state da poco formulate da un altro ebreo austriaco di chiara fama, Sigmund Freud. Paul ha perso da poco la moglie tanto amata e si invaghisce di una ballerina disinibita che ha le fattezze tali e quali dell’amata. Senza ascoltare gli avvertimenti della governante Brigitte e dell’amico Frank precipita in un incubo di lussuria e blasfemia, dove la città morta, Bruges, risulta protagonista con i suoi canali stagnanti, col suo bigottismo e processioni religiose. Una città che incombe e ben viene sottolineata dalla musica.
Dopo le uniche due serie di rappresentazioni italiane a Catania e Venezia, per la prima volta viene eseguita alla Scala, sotto la bacchetta di Alan Gilbert, mentre il nuovo allestimento è affidato a Graham Vick assente da dieci anni dopo la ripresa del suo MacBeth.

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Klaus Florian Vogt, manca dal Piermarini dal Fidelio inaugurale del 2014, è un tenore wagneriano che viene utilizzato tantissimo dal compositore, e in effetti era avvertibile un comprensibile affaticamento alla fine del secondo e terzo quadro. La voce è un poco querula, con un timbro che in Wagner diverrebbe presto fastidioso, ma che per questo ruolo è molto adatta. Klaus Florian Vogt riesce talvolta a sottrarre volume ai suoni in passaggi del registro acuto. Ottima la passione nel duetto/aria con il soprano, pezzo che divenne negli anni ’20 molto celebre e venne pubblicato su disco con successo commerciale.
Marietta è la grandissima Asmik Grigorian, che sorprese tutti nella parte di Marie nel Wozzeck a Salisburgo nell’estate 2017. Da allora è diventata una diva. Dal momento in cui appare in scena nel primo quadro gli occhi sono catalizzati su di lei che appare come una ragazza anni ’20 nel suo cappottino. Ma già alla fine dell’atto dopo aver indossato lo scialle di Marie, la donna morta, inizia la sua fase seduttrice grazie alle arti di ballerina fino all’apparizione negli ultimi 3 minuti in ballo tipico di quegli anni con un vistoso copricapo decò. Una grande forza seduttrice che Asmik Grigorian accentua nel secondo quadro quando si unisce a lei tutta la troupe che la segue. Nell’ultimo quadro indossa solo una corta camicia risultando ancora più provocante, ma il gioco azzardato con una reliquia della morta, la sua treccia di capelli biondi, porterà alla follia il povera Paul che la strangolerà con questo oggetto di culto. Asmik Grigorian è una grande cantante con una voce adamantina, di una sicurezza impeccabile anche nel registro più acuto. La cantante lituana ci propone frasi smaltate, ricche di colore in un continuo crescendo passionale. Impeccabile nel sognante Lied “Glück, das mir verblieb”. Nel secondo atto, dopo il ballo che fa rivivere in scena il balletto della monache assatanate tratto dal Robert le diable di Meyerbeer, ecco il lungo duetto dove la Grigorian mostra prima un atteggiamento di persona offesa per poi riconquistare il cuore dell’amato con la sua voce seduttiva. Un complesso ben realizzato da questa cantante che tra il 2019 e 2020 debutterà nei più prestigiosi teatri d’opera.

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Frank e Fritz sono impersonati da Markus Werba, baritono austriaco ormai ospite fisso del teatro del Piermarini. La calda voce di Werba disegna un amico comprensivo mentre il momento più bello per il cantante è nei panni di Fritz, il Pierrot (nazista per Vick) quando intona “Mein Sehnen, mein Wähene” (Ogni mio desiderio, ogni mio pensiero). Un Lied cantato con profondità da Werba isolando questo momento dal resto dell’atto. Brigitta è Cristina Damian un contralto di buona qualità che con il suo vestito grigio fa da contraltare alla disinvoltura di Marietta.

Buoni gli interventi del coro soprattutto nel terzo atto quando il coro di voci bianche interpreta un nutrito gruppo di chierichetti. La scena di Sant’Andrea della Valle in tosca è qui citata con tutti i suoi risvolti blasfemi. Ottimo la direzione di Alan Gilbert che riesce a rendere l’eclettismo di una immensa orchestra dai colori traslucidi: pianoforte, celesta e glockenspiel sono costantemente usati insieme alle due arpe e allo xilofono.

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La regia di Graham Vick è un miracolo di precisione dove tutti gli elementi sono al loro osto in un continuo gioco di rimandi. Una porta illuminata esprime un luogo inaccessibile, la teca degli oggetti della morta diventa la bara della monaca Hélène di Meyerbeer, il ritratto di Maria è un televisore moderno. Per non parlare poi della processione sacra del terzo atto con i chierichetti, i nazisti, gli ebrei e la presenza di un enorme teschio coronato ad indicare la religione fatta di esteriorità. Uno spettacolo che sicuramente verrà ricordato grazie ad un Graham Vick in splendida forma e sintonia col dramma.

Fabio Tranchida