Melodramma eroico-pastorale in tre atti di Antonio Vivaldi libretto di Antonio Maria Lucchini

Venezia Teatro Malibran

Dorilla   Manuela Custer
Elmiro    Lucia Cirillo
Admeto     Michele Patti
Nomio    Véronique Valdès
Eudamia    Valeria Girardello
Filindo     Rosa Bove

 

Ballerini Fattoria Vittadini

Maura Di Vietri
Samuel Moretti
Francesca Penzo
Manolo Perazzi
Stefano Roveda
MariaGiulia Serantoni
Loredana Tarnovschi

 

Direttore Diego Fasolis
Regia   Fabio Ceresa
Scene   Massimo Checchetto
Costumi   Giuseppe Palella
Light designer   Fabio Barettin
Assistente alla regia e coreografo
   Mattia Agatiello

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Maestro del Coro 
 Claudio Marino Moretti

maestro al cembalo e continuo   Andrea Marchiol

 

Il teatro la Fenice ha iniziato un progetto ambizioso, vuole infatti proporre ogni anno almeno una opera di Antonio Vivaldi, colmando una grave lacuna. A Venezia il Conservatorio è dedicato a Benedetto Marcello avversario di Vivaldi, e in tutta Venezia non vi è una calle o un campiello dedicato al Prete Rosso. Mentre le opere di Händel sono ormai tutte registrate in più versioni in cd e hanno per la maggior parte trovato vita sui palcoscenici internazionali, Vivaldi stenta ancora ad avere un suo pubblico. Sono più di 70 le opere da lui composte, ma ne sono conservate circa una ventina che hanno trovato tutte la strada del disco anche in più versioni. Nei due anni passati vi abbiamo fornito delle recensioni sull’Incoronazione di Dario (Torino), l’Orlando (Martina Franca, Venezia) e La verità in cimento (Francoforte).

 


La Dorilla in Tempe esisteva in più versioni, la prima del 9 novembre del 1726 debuttò al Teatro Sant’Angelo,seguirono altre versioni nel 1728, 1732 (Praga) e ancora al Sant’Angelo nel 1734 l’unica versione che sia giunta fino a noi. Possiamo immaginare che nel 1726 la musica fosse tutta di Vivaldi composta per quell’occasione, ma è solo una ipotesi. Sta di fatto però che la partitura giunta sino a noi (1734) non sia che un “pasticcio” dove solo 4 sono le arie vivaldiane, 8 di altri compositori di area “napoletana” e le rimanenti ancora non identificate dai musicologi. Un’opera composita, ma di buona qualità musicale con arie interessanti e ben articolate. Vivaldi compone di suo pugno la brillante sinfonia, che comprende una ampia citazione de La primavera, e i numerosi cori e balli che in maniera insolita appaiono in tutti e tre atti. Alla fine dei primi due atti Vivaldi segna in calce “Segue ballo” e personalmente avrei esplicitato la dicitura inserendo ulteriore musica di Vivaldi presa dalla sua sterminata produzione facendola ballare dai 7 ballerini della Fattoria Vittadini ottimamente coreografati da Mattia Agatiello. I compositori di questo pasticcio sono Adolph Hasse, Geminiano Giacomelli, Leonardo Leo e Domenico Sarri.

 

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L’allestimento di quest’opera si merita certamente 10 e lode e il motivo è presto detto: il regista Fabio Ceresa, forse ispirato dal tema della Primavera, decide di rappresentare il succedersi delle stagioni durante i 3 atti. Geniale. I primi due movimenti della sinfonia sono l’inverno e nel secondo suadente motivo appare Dorilla incappucciata con un ampio mantello bianco e un delicato ombrellino per proteggersi dal rigore del tempo. Ma ben presto irrompe la primavera e la scena bianca si arricchisce dei colori dei fiori e Dorilla mostra il suo vestito di fiori. Nel secondo atto i movimenti lenti dei ballerini che si sventolano per il caldo sono associati a colori più intensi che cambiano ancora con l’autunno rappresentato con mimi dalla testa di cervo, dagli altissimi tronchi di alberi pronti per essere segati e dalla pigiatura del vino. L’inverno che ritorna sembra uccidere Dorilla ormai non più protetta dal mantello ma Nomio/Apollo deus ex machina mette a posto ogni cosa consegnandola al suo amante Elmiro. Visivamente ineccepibile questo rutilante spettacolo barocco non sarebbe stato possibile senza l’inventiva del costumista Giuseppe Palella, fresco della vittoria del Premio Abbiati.  Dorilla indossa un vestito bianco, con fiori e foglie di decorazione, Admeto suo padre ha un’ampio mantello verde e un corpetto d’oro luccicante. Spettacolari i due costumi di Eudamia, dapprima con un copricapo simile alla testa di un cobra e poi con una ampia gonna che si apre e svela un teatrino con una scena di naufragio e di sirene all’interno. Incredibile solo pensare un tale arabesco barocco e altrettanto difficile realizzare un costume così complesso. Il costumista e il regista hanno un’altra importante idea durante l’aria di Nomio/Apollo che si lamenta dei suoi sfortunati amori: creano visivamente tre funeste trasformazioni, Clizia che diviene girasole, Dafne alloro e Giacinto fiori. Che ricchezza incredibile di situazioni non previste strettamente dal libretto ed elargite generosamente dalla fantasia di chi è a capo di questa produzione. Un cobra gigante compare in scena pronto a divorare Dorilla: Palella realizza questo mostro con ottima professionalità e lo fa apparire due volte, durante l’aria di Admeto e durante l’attacco a Dorilla.

La prima aria è cantata da Elmiro, impersonato da Lucia Cirillo sempre presente nelle produzioni con Fasolis alla direzione. La Cirillo scolpisce bene il suo canto con la voce calda mezzosopranile. Sfrutta il registro centrale con incisive frasi e ci regala una ampia cadenza estemporanea. Sua è anche l’ultima lunga aria di Hasse nel terzo atto: sette minuti di canto sbalzato reso magistralmente.  

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La Dorilla di Manuela Custer manca del protagonismo necessario a questo ruolo: la voce possiede un volume non troppo ampio e anche il timbro non ha quella ricchezza che necessiterebbe per il ruolo. Le arie vengono eseguite con professionalità e i risultati sono comunque positivi. Molto bella la breve preghiera di fronte al mostro, accompagnata da due espressivi cembali in un clima irreale.
Nomio è Véronique Valdès dotata di una voce seducente e ben calibrata. Durante l’aria “Se al mio ben” possiamo vedere le trasformazioni degli amori di Apollo, a cui accennavamo prima. Bell’aria del secondo atto composta da Giacomelli dall’andamento lento e sospeso. Véronique Valdès riesce a creare un personaggio completo, in perenne affanno per l’amore non corrisposto. Le qualità vocali sono evidenti e anche nell’aria del terzo atto “Fidi amanti”: la Valdès vince con la sua raffinata musicalità mentre in scena vediamo il terribile scorticamento di Marsia.
Eudamia è Valeria Girardello che si ritrova in notevole difficoltà nella prima aria “Al mio amor”, con un errore sull’attacco e procedendo con voce debole e scarsa di accenti. Recupera le sue qualità nel secondo atto trovando in “Arsa dai rai cocenti” una maggior coesione con l’orchestra. Valeria Girardello ha una voce dotata di buon timbro e di volume discreto, la sua performance migliora di atto in atto.

Filindo è Rosa Bove cantante di grande qualità che esordisce con un’aria di Geminiano Giacomelli dall’andamento cromatico di grande intensità. La voce è limpida, chiara e ben intonata, e con facilità a raggiunge anche una tessitura sopranile. Nella prima aria  Filindo caccia col fucile mentre nel secondo atto canta attorniato da 4 cervi.

Admeto è Michele Patti l’unico uomo tra i cantanti: noi avremmo preferito due contraltisti nei ruoli di Elmiro e Nomio per una maggiore varietà timbrica e per rendere il soggetto più credibile. Michele Patti ci presenta un re quasi buffo con le sue mille apprensioni. Corre, scappa ed esegue sempre movimenti esagitati, tanto che quando decide della morte di Elmiro non risulta affatto credibile.Buone le qualità vocali nella aria “Dall’orrido soggiorno” con tanto di corni mugghianti.

L’orchestra di Diego Fasolis è ricca di colori con due oboi barrocchi, due flauti, due corni naturali e due trombe naturali. La tiorba e i due cambali che accompagnano i recitativi sono arricchiti da un organo che sostiene il canto di Admeto. Molta precisione degli archi, che sono impiegati anche in tre brevi citazioni delle stagioni all’inizio degli atti: una licenza di Fasolis che noi promuoviamo certamente.

Il coro ha gran parte in quest’opera e ne esce vincitore con un suono particolarmente compatto. Ogni opera di Vivaldi ha le proprie caratteristiche e questa Dorilla è ricca di balli e cori, elemento che il regista e il costumista hanno reso vincente costruendo uno spettacolo che cangiava ogni minuto, regalandoci la successione delle stagioni. Le 4 stagioni di Vivaldi sono tra i brani più famosi il mondo e loro per la prima volta senza forzature hanno trasformato le stagioni orchestrali in stagioni operistiche con fantasia e abilità artistiche uniche. Le repliche continuano fino al 5 maggio.

Fabio Tranchida