Grand-opéra in quattro atti
Libretto di Alphonse Royer e Gustave Vaëz
Musica di Gaetano Donizetti

Léonor    Sonia Ganassi
Ines   Clara Polito
Fernand   John Osborn
Alphonse    Simone Piazzola
Balthazar   Marko Mimica
Don Gaspar    Blagoj Nacoski

Direttore Francesco Lanzillotta
Regia Allex Aguilera
Scene e costumi Francesco Zito
Luci Caetano Vilela
Coreografia Carmen Marcuccio

Orchestra, Coro e Corpo di ballo del Teatro Massimo
Nuovo allestimento del Teatro Massimo

 

“Pour te posséder je serai sacrilège!”, “Per possederti sarò sacrilego!” è questa la frase detta da Fernand poco dopo aver preso i voti, è questo il nocciolo di tutta la vicenda, una esclamazione che nella Francia del 1840 era rischiosa, ma addirittura vietata in tutti gli stati italiani che si preoccuparono di modificare all’inverosimile l’audace libretto francese con danni enormi all’economia drammatica e musicale. Anche i sovratitoli di quest’oggi a Palermo hanno stemperato la frase, forse inconsapevolmente. Il libretto de La favorite è molto bello e articolato, con un perfetto equilibrio tra i quattro protagonisti e sorprende che esso derivi da due opere mai concluse, l’Adelaide e L’Ange de Nisida. Quest’ultima opera grazie alla decennale pazienza di Candida Mantica è stata eseguita a Londra l’anno scorso in forma di concerto e nel prossimo inverno a Bergamo ci sarà la prima mondiale con scene e costumi. Dall’ascolto dell’ Ange de Nisida si possono trovare tante similitudini sia nella trama che nella musica anche se le due opere hanno registri diversi. Il ruolo di Don Gaspar è li quello di un basso buffo (l’aria finirà nel Don Pasquale) qui un comprimario serio. Nell’Ange non vi è certo la grandeur de La favorite e il ruolo corrispettivo di Balthazar è poco sviluppato.
La favorite subì un taglio dopo la prima replica nel duetto Léonor Alphonse, manca infatti nelle repliche moderne una stupenda stretta del duetto dove si fa cenno al divorzio con la regina e sopratutto si insulta la Chiesa: “Et la reine?””Je la répudie””Et l’Eglise?””Qu’importe?”. Sarebbe il caso ormai di ripristinare questa vigorosa pagina, di cui si conserva la musica, nelle esecuzioni di oggigiorno, un brano importante per far terminare il duetto con un’impennata drammatica prima dell’ampio balletto.
Il Teatro Massimo di Palermo eseguì molti anni fa la versione italiana ed è la prima volta che presenta versione originale in francese con tanto di balletto: due tagli dobbiamo segnalarli, 16 battute nella stretta del duetto d’amore nel primo atto e 10 minuti di ballabili in meno che corrispondono all’Introduction e al Pas de Trois. Il corpo di ballo composto da 8 elementi ha eseguito con particolare eleganza la restante parte del balletto, Pas de Six e Final, supportato da una elegante coreografia pensata da Carmen Marcuccio, particolarmente aderente ai ritmi spagnoleggianti di questa effervescente musica. Azzurro e oro erano i colori dei bellissimi costumi di ballerini e ballerini e particolarmente indovinato il gioco con i veli.

Francesco Zito fa un ottimo lavoro con scene e teleri dipinti, prospettive audaci così come si allestiva una opera nell’ ‘800. Lo scenografo rispetta puntualmente l’epoca del dramma, dipingendo le cupe volte di Santiago de Compostela, un mare traslucido nella scena dell’isola, un Alcazar sivigliano con riferimento alla cultura palermitana dell’epoca. La bellezza dei costumi supera ancora la bellezza delle scene, per i dettagli preziosi per la varietà e ricchezza dei tessuti non solo dei protagonisti ma anche di tutto il coro. Spiace invece che il regista non abbia messo in luce tutta questa gioia per gli occhi ma si è limitato a dare indicazioni alquanto generiche ai cantanti e al coro, immobili e in pose ripetitive, in perfetto contrasto all’evoluzione di un dramma così personale. Era necessario un dialogo serrato tra i protagonisti ma il regista è risultato alquanto anonimo e senza una idea vincente.

Molto buoni i risultati sul piano musicale, partendo dalla direzione meditata di Francesco Lanzillotta importante direttore che ha preso le redini del Festival di Macerata e che ascoltammo anche in un puntuale Torvaldo e Dorliska al ROF. Il Larghetto del Prélude, diventa quasi un Largo sotto la sua bacchetta che tende alla monumentalità della partitura. L’Allegretto mosso successivo è tutto giocato tra l’iniziale minore e l’esplosione catartica verso il luminoso maggiore finale e verso l’articolata coda. Le voci sono accompagnate con il massimo rispetto dando rilievo alle ampie melodie donizettiane. Poco sensibile l’arpa nell’ Air avec Choeur di Ines e non presenti i piccoli tamburi per i ballerini nel finale della danza, scelta certamente concordata con la coreografa.

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La Léonor di Sonia Ganassi è un personaggio completo forte della maturità artistica della cantante: il primo duetto d’amore ha nelle sue parole un forte significato drammatico con un senso profondo dato alle singole parole. Acuti potenti nella coda del Finale II hanno sovrastato tutta la compagine vocale. Nell’aria “O mon Fernand” il timbro mogano della Ganassi si fonde benissimo con i corni che annunciano la melodia. Imperiosa e di notevole volume risulta la cabaletta anticipata da “Venez,cruel! qui vous arrête?”. Credibilissima come attrice nella veritiera e prolungata scena di morte nelle braccia dell’amato.
Fernand è il tenore statunitense John Osborn, da poco ascoltato a Francoforte nei superbi Puritani. La sua prima aria “Un ange… une femme inconnue” viene cantata in ginocchio come una confessione come un peccato nella sua condizione di novizio. Osborn usa qui le mezze voci e colora splendidamente con un ottimo e controllato legato. Particolare tensione nell’aria “militare” “Oui, ta voix m’inspire” un omaggio alla bravura di Duprez che avrà in dono una seconda aria a fine atto nel Dom Sebastien. Osborn ha un portamento sempre nobile e studiato e ci fornisce un altro capolavoro nell’aria finale “Ange si pur” quasi tutta in piano fino ad un sol luminoso e a uno squillante do nella seconda strofa. Nella recita odierna del 28 febbraio il tenore su insistenza del pubblico delirio ha concesso il bis dell’aria con palpabile tensione alle stelle nella sala.
Alphonse  è Simone Piazzola, di recente tra i cantanti dell’Ernani scaligero. Il timbro un poco chiaro è venato di malinconiche espressioni nell’aria del secondo atto “Leonor, viens” ma anche nella cabaletta, in un moderato ben accentato, mantiene uno stato d’animo rassegnato e sofferto. Ottimo il modo in cui porge la parola in particolare nel terzetto, brano molto vicino al gusto francese, dove ci si avvicina più al teatro di prosa che a quello lirico per la perfetta successione dialogica.

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Balthazar è Marko Mimica basso dal notevole volume capace di infondere particolare impeto nelle frasi del duetto iniziale che guadagna molto nella sua esecuzione integrale come qui a Palermo. Implacabile nella lettura della Bolla papale di scomunica, grazie ad un declamato potente e stentoreo che si impone per tutto il finale secondo.
Molto valida la Ines di Clara Polito che sovrasta con naturalezza le masse corali femminili con cui si presenta: raffinata la cadenza di questo soprano che rende bene questo ruolo di secondaria importanza. Non abbiamo apprezzato gli interventi Blagoj Nacoski, un Don Gaspar acidulo e un poco fastidioso.
Il coro è molto impegnato in tutti e i quattro atti, sia quello maschile che quello femminile ed è stato ben preparato da Piero Monti.
Uno spettacolo che abbiamo apprezzato molto dal punto di vista musicale con la sola lacuna di una mancata regia che avrebbe reso più coinvolgente l’azione drammatica. Interessante il programma di sala con un documentato saggio di Fulvio Stefano Lo Presti che approfondisce il legame con L’Ange de Nisida.

Fabio Tranchida