Musica di Gioachino Rossini

Libretto di Jacopo Ferretti

CAST
Angelina Marianne Crebassa
Don Ramiro Maxim Mironov
Don Magnifico Carlos Chausson
Dandini Nicola Alaimo
Alidoro Erwin Schrott
Clorinda Tsisana Giorgadze*
Tisbe Anna-Doris Capitelli*

*Allieve dell’Accademia Teatro alla Scala

Direttore Ottavio Dantone
Regia, scene e costumi Jean-Pierre Ponnelle
Regia ripresa da Grischa Asagaroff
Luci Marco Filibeck
Maestro al fortepiano Paolo Spadaro Munitto

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala

Produzione Teatro alla Scala

 

 

Per tutti gli anni dieci dell’800 la produzione rossiniana fu vulcanica, un capolavoro dietro l’altro usciva dalla mente del pesarese: analizziamo brevemente le composizioni del 1816 e 1817: Almaviva, o sia l’inutile precauzione (Teatro Argentina, Roma, 20 febbraio 1816,) La gazzetta (Teatro dei Fiorentini, Napoli, 26 settembre 1816) Otello, ossia Il moro di Venezia (Teatro del Fondo, Napoli, 4 dicembre 1816) e finalmente la nostra Cenerentola, ossia La bontà in trionfo (Teatro Valle, Roma, 25 gennaio 1817). Davvero un tour de force che avrebbe portato allo sfinimento chiunque. Rossini adottò qualche piccolo escamotage per consegnare per tempo le 4 partiture:  ormai non scriveva più personalmente i recitativi secchi e come tutti sanno la sinfonia di Almaviva derivava da Aureliano in Palmira. Ma a parte qualche reminiscenza nel coro iniziale, nel temporale, nel terzetto finale Almaviva era una partitura tutta nuova. Non così la partitura de La gazzetta composta per il piccolo teatro dei Fiorentini, piazza nuova per Rossini, partitura costituita per più della metà da autoprestiti ma collocati nelle posizione perfette e ben studiate, e da musica nuova nelle restanti parti come per le arie di Don Pomponio, Filippo e la stupenda nuovissima sinfonia che passerà tale e quale ne La cenerentola. Anche quest’opera fu composta molto di fretta ma Rossini ci dedicò tutte le attenzioni necessarie per farla diventare un capolavoro intramontabile con ampi pezzi d’assieme e arie straordinarie. Oltre la Sinfonia proveniente dalla Gazzetta, che qui trova la perfetta collocazione essendo ripresa nella stretta del finale I, altri brani possono essere ricordi precedenti: due temi del recentemente riemerso quintetto de La Gazzetta ritornano nell’introduzione della Cenerentola, l’inizio del duetto d’amore tra Angelina e Ramiro proviene dal poco fortunato Sigismondo, così come il coro di caccia dal Sigismondo passa ad introdurre la scena in cantina di Don Magnifico. Lo spunto melodico del Rondò finale di Angelina proviene da Almaviva ma qui è tutto rielaborato.
La fretta non permise a Rossini di comporre tre brani: l’aria “Vasto teatro è il mondo” (Alidoro)il coro “Ah, della bella incognita” e l’aria “Sventurata! Mi credea” (Clorinda) composti dal modestissimo Luca Agolini detto Luchetto lo zoppo. Gli ultimi due brani  sono stati eseguiti in tempi recenti nelle edizioni dell’opera del ROF. Nel 1820 al Teatro Apollo di Roma, avendo a disposizione l’ottimo basso Gioacchino Moncada, scritturato per la parte di Raimondo nella Matilde di Shabran, Rossini sostituì l’aria di Alidoro composta da Agolini con una grande aria virtuosistica “Là del ciel nell’arcano profondo” di notevole difficoltà tecnica e ottima riuscita musicale.

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Un capolavoro di rara perfezione ed equilibrio che ha trovato sotto la bacchetta dell’esperto Ottavio Dantone una luce più intimistica e meno comica. Dantone sa bene che sta dirigendo un melodramma giocoso non una opera buffa, qui i sentimenti emergono adagio adagio, e i sorrisi sono spesso screziati da un amaro retrogusto. L’orchestra guarda più al ‘700 che all’ ‘800: il gioco dei fiati ha un perfetto equilibrio, solo un trombone è presente in organico e neanche un timpano. Gli archi sia nella famosa sinfonia che accompagnando i cantanti creano dei tappeti sonori rarefatti. Il fortepiano non si limita a snocciolare i folli recitativi ma commenta in maniera discreta con interventi sopra l’orchestra, scelta dovuta all’acume di Dantone: Rossini per contratto era impegnato per tre sere come maestro al cembalo e possiamo immaginare Rossini presente alle nostre recite che qui e là commenta al fortepiano l’esecuzione. Ottima idea e ottimo risultato.
Angelina è il mezzosoprano Marianne Crebassa ascoltata di recente alla Scala, nel Lucio Silla e nel Tamerlano. La calda voce che si amplia verso il basso descrive una cenerentola molto intimistica e sensibile. Una creatura diafana mossa solo dai buoni sentimenti e capace di perdonare ogni ingiuria subita. “Una volta c’era un re” è reso con molta introspezione tutto giocato sul vibrante registro centrale. Più vivida la richiesta al patrigno di essere portata la ballo. Virtuosistici gli interventi nel finale primo quando compare come dama velata, fino al rondò finale dove “Non più mesta accanto al fuoco” è reso con una crescente energia fino alla corretta coloratura finale che, sebbene non trascendente, porta la conclusione ad effetti pirotecnici.

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Don Ramiro è Maxim Mironov tenore russo ascoltato di recente a Bologna ne La fille du regiment: anche qui il successo è stato dalla sua parte e le sua aria tripartita è stata applaudita anche alla fine del primo cantabile tanta era stata la perizia nell’esecuzione. Il volume non è strasbordante ma il timbro è molto piacevole dotato di buono squillo necessario nell’aria con i suoi do. Ma il carattere del principe emerge sopratutto nel duetto iniziale dove il colpo di fulmine lo blocca e i sentimenti veri emergono con fugaci a parte. La linea vocale è ben proiettata e i contorni morbidi realizzano un Don Ramiro sognante, lui stesso manovrato dal sapiente Alidoro che lo conduce in territori inesplorati.

Dandini è l’incredibile Nicola Alaimo veterano del ruolo che fin dalla prima aria “Come un’ape” riesce a piegare ogni abbellimento musicale ad un movimento scenico disegnando un falso principe pieno di comicità pura! “E fra i colpi d’un doppio cannone” col suo palese riferimento sessuale è cantato da Alaimo evidenziando tutta la ricca coloratura della frase ripetuta più volte. “Ma a finir della nostra commedia” è una stretta velocissima che in maniera originale coinvolge anche i 4 pertichini presenti in scena. Il duetto buffo del secondo atto un must dopo quello paradigmatico del Matrimonio segreto, vede Alaimo giocare con la sua ampia e robusta voce baritonale, fino alla rivelazione “Son Dandini il cameriere!” suscitando ilarità nel pubblico. Alaimo è un attore consumato e le mille mosse ed atteggiamenti comici sono una costante della sua performance, così da disegnare un personaggio comico a tutto tondo. Il duetto buffo lo vedeva protagonista insieme al Don Magnifico di Carlos Chausson basso buffo di grande esperienza. Tre arie deve affrontare Don Magnifico e in tutte e tre Carlos Chausson ha trovato i giusti accenti: sillabato perfetto, tempi sicuri, impostazione vocale buona disegnano un patrigno ideale nella sua programmatica cattiveria.

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Alidoro ( o dovremmo scrivere ali d’oro, essendo la fata…) è il basso baritono Erwin Schrott, un lusso per questo ruolo: degno erede di Moncada procede nella sua lunga aria, che non permette al cantante quasi di prender fiato, con ampio volume, precisione nella coloratura fino alla cabaletta che però con disappunto non è stata eseguita con la ripresa! Alidoro/Schrott è un po’ il burattinaio di tutti i personaggi e compare in scena primo fra tutti. I suoi interventi nell’introduzione come mendicante sono ritmicamente perfetti e permettono l’esecuzione puntuale dell’ampia stretta. Anche nel finale primo risulta comico il suo contegno nel non svelare l’identità della dama incognita.
Tisbe è una brava Anna-Doris Capitelli, mentre Clorinda è Tsisana Giorgadze che solo pochi giorni prima della prima è stata chiamata in sostituzione di altra cantante. Non possiamo giudicare Tsisana Giorgadze visto il poco tempo per provare ma riferiamo che il suo canto scadeva spesso in un fastidioso parlato inficiando i suoi interventi.
La regia storica di Ponnelle è del 1972 ma non è invecchiata neanche di un anno: Ponnelle fa muovere anche il coro in maniera attiva, un coro che si spaventa della bruttezza delle sorellastre nell’introduzione, e che tifa per Angelina nei due finali d’atto. Un coro tutto maschile dai perfetti interventi, come nella scena della cantina dove la ritmica è indiavolata, un coro che agisce comicamente nella scena del temporale stilizzato. Ponnelle lo rimpiangiamo un po’ tutti poiché non falliva mai un colpo e anche questa sua Cenerentola vive di vita propria, con scene dipinte in bianco e nero che sembrano i pop-up di un libro delle favole. Un miracolo che si rinnova in ogni rappresentazione.

 

Fabio Tranchida